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“C’era una volta…” Il rescripting e il cinema di Tarantino

Con l'imagary rescripting il paziente modifica in immaginazione uno scenario doloroso, riscrittura che ricorda la rivincita dei personaggi di Tarantino

ID Articolo: 174468 - Pubblicato il: 11 maggio 2020
“C’era una volta…” Il rescripting e il cinema di Tarantino
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 Attenzione! L’articolo può contenere spoiler

Quando uno scenario doloroso si modifica tramite imagery rescripting, il corpo si riorganizza e lo stesso accade a me mentre vedo che dopo tanto dolore, sofferenze ed ingiustizie, finalmente i protagonisti dei film di Tarantino ottengono il loro riscatto.

Si suggerisce l’ascolto di Son of a Preacher Man (Dusty Springfield, 1969) durante la lettura.

 

Messaggio pubblicitario Recentemente ho visto “C’era una volta a… Hollywood”, l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino. Racconta, seppur indirettamente, della tragedia di Cielo Drive ad opera della Manson Family avvenuta nel 1969. Sharon Tate (all’ottavo mese di gravidanza) più altre 4 persone vennero brutalmente trucidate nella sua abitazione da 3 membri della setta guidata da Charles Manson. Nel film le cose vanno diversamente rispetto alla realtà (spoiler alert). Quando il film è finito, grazie al finale diverso, mi sono sentito meglio, anche nei giorni successivi quando ci ripensavo. Poi ho notato che sensazioni simili le ho provate anche con altri film di Tarantino. Nei suoi film, al di là degli aspetti registici, tecnici e di sceneggiatura, un tema che ricorre spesso è quello della rivalsa, intesa come rivincita o riscatto. In “Pulp Fiction” c’è la storia di un pugile mancato, vittima di un’infanzia difficile per via del padre morto in guerra. In “Kill Bill” abbiamo il riscatto della sposa, in “Grindhouse” la rivincita di 4 ragazze vittime di un serial killer feticista psicopatico. Ancora, in “Bastardi senza gloria”, si tratta del riscatto dell’umanità nei confronti di Hitler e dei nazisti, in “Django” è la popolazione nera che, grazie al protagonista, ottiene la sua consolazione e infine, in “C’era una volta a… Hollywood”, sono i parenti e gli amici delle vittime del massacro di Cielo Drive a trovare la loro giustizia. Anche se la storia non si cambia, perché nella realtà i nazisti non sono stati inceneriti in un cinema, nessuno schiavo nero (forse) ha mai compiuto le gesta di Django, le donne continuano a rimanere le vittime preferite di narcisisti psicopatici travestiti da gentiluomini (riferimento a Kill Bill e Grindhouse) e Roman Polanski ogni tanto ancora versa qualche lacrima per la moglie Sharon Tate e il figlio quasi nato, immaginare di poterlo fare mi ha fatto riflettere su cosa accade dentro me.

La mia mente è andata a quello che succede spesso in seduta con i pazienti, quando raccontano episodi narrativi molto dolorosi e ancora iscritti nel corpo. In seduta cerchiamo di alleviare questo dolore, a volte semplicemente offrendo la nostra presenza calda e attenta, sintonizzandoci ed empatizzando. Altre volte agiamo sull’aspetto corporeo, sul “Sé corporeo” incarnato (Ferri et al., 2012), modificando gli automatismi mantenuti dalle memorie procedurali implicite, proviamo a mutare gli schemi corporei (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Possiamo utilizzare al riguardo attivazioni bottom-up oppure agire su sequenze relazionali delle varie situazioni con role playing o tecniche drammaturgiche.

In particolare, nell’assistere a film come “C’era una volta a… Hollywood” mi sono entusiasmato per le imprese di Cliff Booth (Brad Pitt): come agisce quando visita il ranch in cui dimora la Manson Family, come gestisce la situazione con un Bruce Lee spocchioso e soprattutto come risolve eroicamente (grazie all’aiuto dell’addestratissimo pitbull Brandy) la tragedia finale.

Ho inoltre associato le mie sensazioni piacevoli alla procedura terapeutica del rescripting. L’Imagery Rescripting è risultato utile per ansia sociale (Norton & Abbott, 2016; Romano et al., 2020), ansia da malattia (Nilsson et al., 2019), DOC (Maloney et al., 2019), PTSD da abusi infantili (Raabe et al., 2015), depressione (Moritz et al., 2018), ricordi intrusivi post traumatici (Rijkeboer et al., 2020), incubi notturni (Kunze et al., 2019), disturbi di personalità (Arntz, 2011; Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Durante il rescripting un’esperienza dolorosa si modifica in immaginazione per soddisfare i bisogni attivi del soggetto nella situazione difficile reale. La procedura può riguardare episodi avvenuti nel passato ma anche eventi temuti del futuro (Arntz, Jacob, 2013). Le esperienze interne: immagini, odori, suoni, colori e sapori vengono rievocati e integrati in nuove narrazioni (Damasio, 1994). Alleviare stati di sofferenza vuol dire modificare stati del corpo e della mente. Prenderne consapevolezza o cercare di modificare le cognizioni non è sufficiente, è necessario sperimentare nuovi stati corporei, agendo sul corpo direttamente o in immaginazione. Mentre si ricorda un evento e si rivive una scena emotivamente intensa, le aree premotorie si attivano preparando il corpo all’azione. L’azione è bloccata spesso da anni (ad es. un bambino che cercava contatto o attenzioni mai ricevute, che avrebbe voluto proteggersi o scappare da un adulto violento, oppure muoversi sostenuto nel gioco e nell’esplorazione libera), quello che non si è potuto fare all’epoca, il movimento interrotto, viene attuato nel presente in seduta. Cerchiamo di aiutare i pazienti a completare il gesto represso da anni, gli “atti di trionfo” li chiamava Janet. Anche solo muovendo diversamente il corpo o immaginando di farlo. Si costruiscono nuove narrazioni di sé e di quello che è accaduto, modificandone le sensazioni fisiche (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Riscrivere una scena permette la creazione di nuovi schemi mentali e corporei che aiutano il paziente ad affrontare le esperienze di vita in modo più adattivo e soddisfacente. Il rescripting in Imagery non è la semplice rievocazione di un evento che risolleva l’umore del paziente. Il paziente si trova a rivivere ciò che ha passato, con tutte le sensazioni, come se stesse accadendo nel momento presente, come se fosse reale. Il rescripting non mira a cambiare il passato, questo non è possibile, tuttavia permette di dare origine a uno schema diverso per fronteggiare il mondo relazionale (Centonze, Inchausti, MacBeth, Dimaggio, 2020). Quando uno scenario doloroso si modifica in immaginazione, il corpo del paziente si comporta in modo diverso, si riorganizza per soddisfare i bisogni del paziente in modo più adattivo. Lo stesso accade a me, sulla poltrona del cinema o sul divano di casa mia, mentre vedo che dopo tanto dolore, sofferenze ed ingiustizie, finalmente la sposa sistema tutta la gang di Bill, Django vince una guerra da solo, Brad Pitt castiga il colonnello Landa, Hitler e i nazisti e, sempre lui, rende giustizia alle vittime di Cielo Drive. Il mio corpo cambia davanti al film, si attiva e non riesce a stare fermo, entro in uno stato di iperarousal benefico, mi sento più sciolto, contento, soddisfatto.

Imagery with rescripting

Si propone al paziente la tecnica spiegandogli le modalità e le finalità: c’è una fase di preparazione preliminare con focalizzazione sensoriale sul respiro, sul corpo o un esercizio di grounding. Arriva poi la fase centrale, l’esecuzione vera e propria, si va su qualche episodio ancora doloroso in cui nel passato uno o più bisogni (di cure, sicurezza, autonomia, apprezzamento o altro) non sono stati soddisfatti (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). E’ in questa fase che, a seconda di ciò che emerge, si può agire con il rescripting. Il paziente deve muoversi nella scena rievocata in modo diverso rispetto a quanto accaduto nella realtà, agire, parlare, sperimentare stati mentali e corporei in direzione dei suoi bisogni o desideri, intesi come sistemi motivazionali interpersonali (Liotti, Monticelli, 2014) attivi nel preciso momento dell’evento narrativo rievocato. La scena prima si rivive e poi si riscrive, il terapeuta non dice cosa deve fare il paziente ma gli propone creativamente delle alternative, gli suggerisce delle frasi, delle azioni o dei comportamenti diversi rispetto allo schema disfunzionale, proattivi nel soddisfare i suoi bisogni (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Spesso è il paziente stesso a decidere cosa dire al padre invalidante o come comportarsi nella situazione dolorosa in cui si è visto manchevole, escluso, colpevole o altro. Alla riapertura degli occhi, abbiamo la fase di riflessione condivisa. Il paziente acquisisce maggiore consapevolezza dei propri vissuti e dei suoi schemi, ha maggiore agency sui propri stati mentali. Comprende che il nocciolo del problema è localizzato maggiormente nel suo mondo interno piuttosto che nel mondo esterno (Centonze, Inchausti, MacBeth, Dimaggio, 2020). Sulla base di questa nuova consapevolezza si possono negoziare esposizioni comportamentali, relazionali, rivedere il contratto terapeutico, riformulare gli obiettivi e i compiti (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019).

Il rescripting di Davide

Messaggio pubblicitario Davide ha 25 anni, nucleo borderline non grave e funzionamento narcisistico. Riporta un episodio in cui mentre passeggia con la fidanzata, sente il desiderio di abbracciarla ma non ci riesce, si irrigidisce, si inibisce e prova tristezza. Invito Davide ad esplorare assieme quanto accaduto. Lo invito a focalizzarsi su tutti i dettagli, il luogo dove si trovano, il volto della ragazza, cosa si dicono, come si sente lui. Desidera abbracciare la ragazza, ma avverte ansia e paura. Si sente bloccato nelle spalle e nelle braccia, lo invito a stare su queste sensazioni, a respirarci sopra. Mi dice che si vede debole e indegno. Mentre lo dice il suo volto cambia, si incupisce, il corpo si affloscia e si commuove un poco. Lo invito a rimanere su questi stati interni ancorandosi al respiro e a non fare nulla, gentilmente gli domando se arrivano altri ricordi, scene, immagini o sensazioni che in qualche modo sono associate a ciò che sta provando adesso. Rievoca una singola immagine, gli propongo di vederla in immaginativo, a occhi chiusi. Lui è piccolo, all’asilo, la madre è appena andata via e lui piange per questo, una maestra gli urla contro di stare al suo posto. Durante la terapia sono emersi molti episodi narrativi traumatici legati alla scuola dell’infanzia. Riviviamo questo piccolo frammento parlandone al presente, come se stesse accadendo in diretta. Davide si vede piccolo, impotente e schiacciato, il corpo è immobilizzato, prova terrore e non c’è nessuno che lo consoli per il distacco dalla madre. Dopo qualche istante di focusing su queste emozioni e sensazioni lo invito ad aprire lentamente gli occhi. Facciamo qualche piccola attivazione corporea rivitalizzante, questo gli permette di modificare lo stato corporeo schema correlato in cui si trova, di acquisire mastery sulle sensazioni e di entrare in contatto con una parte di sé più vitale. Facciamo qualche piccolo esercizio di attivazione e di scarico preso in prestito dalla bioenergetica di Lowen. Dopo qualche minuto emerge una parte sana di Davide, quella che pratica da 10 anni arti marziali, si sente tranquillo, energico, forte, vitale, atletico. Lo invito a sedersi e a chiudere di nuovo gli occhi. A questo punto tentiamo un rescripting. Ritorniamo all’asilo, davanti alla maestra. Invito Davide a richiamare quel frammento, quell’immagine della maestra che gli urla contro, mantenendo però l’immagine di forza e vitalità acquisita prima con gli esercizi. Gli chiedo che cosa potrebbe essere utile a quel bambino per gestire quella situazione, se c’è qualcosa che può dire o fare quel bambino, seppur molto piccolo, ma più forte di prima. Mi dice che vorrebbe urlarle contro delle parolacce ma che forse sarebbe meglio andarsene a giocare con gli altri bimbi cercando la loro compagnia. Lo invito a farlo in immaginazione. Immagina se stesso con gli altri bambini a giocare con le costruzioni e dei robot, sente la loro vicinanza e anche la loro protezione. Immagina anche di ricorrere a delle mosse di Taekwondo contro la maestra nel caso ce ne fosse il bisogno. Questa possibilità lo fa sentire forte, come se avesse una chance, sente la parte alta del torace più ampia, ariosa e dilatata. Lo invito a stare per qualche istante in queste sensazioni e a riconoscere come è fatto questo Davide, lo vede competente, coraggioso, meritevole di considerazione e riconoscimento. Dopo questo torniamo gradualmente alla realtà e discutiamo brevemente su quello che abbiamo fatto. La seduta successiva, cerchiamo di richiamare questo assetto mentale e corporeo, sempre in Imagery, lo invito a tornare sul corso, a passeggio con la ragazza. Ritorniamo sul desiderio di abbracciarla, immagina di farlo, visualizza il gesto che fa, la sua mano e il suo braccio dietro le spalle e il collo di lei, il volto di lei sorridente mentre lo guarda e cede al suo abbraccio, lei si lascia guidare come in una danza dai movimenti di lui e si danno un bacio veloce. Davide sente il contatto e il calore del corpo di lei, percepisce la sua vicinanza, è commosso e contento. Dopo un feedback e un confronto su quanto eseguito, ricostruiamo assieme lo schema secondo il modello della Terapia Metacognitiva Interpersonale. Il suo bisogno è quello di vicinanza, intimità sentimentale e affettiva, l’idea è che se prova ad avvicinarsi l’altro non soddisfa quel bisogno causandogli uno stato di sofferenza e la riattivazione di un’immagine di sé non amabile. Questo lo porta a shiftare immediatamente su un’altra immagine negativa di Sé, quella di una persona manchevole, inadatta, non all’altezza. Automaticamente per proteggersi mette in atto un coping di evitamento e di inibizione emotiva (Dimaggio, Popolo, Ottavi, Salvatore, 2019). Lo invito a esporsi a tutto ciò, a provare realmente ad avvicinarsi alla ragazza, prima magari anche tramite un messaggio, in seguito pure fisicamente, richiamando la parte vitale e positiva di Sé e le sensazioni associate.

Conclusioni

Il rescripting quindi, è una procedura potentissima se attuata nel momento, nel contesto e con le finalità adeguate. Al di là di come la viviamo noi terapeuti o di come la vivono i pazienti, è sorprendente riscontrare queste forme di riscrittura benefiche anche nella vita quotidiana. A me è capitato col finale del film che dà il titolo a questo articolo. Il massacro di Cielo Drive è uno di quei fatti di cronaca avvolti in una sorta di mito culturale. Avvicina tra loro i Beatles, i Beach Boys, Roman Polanski, Sharon Tate, Hollywood, la cultura Hippie e un banale serial killer (un bluff vivente) che ha plagiato decine di adolescenti grazie a banalità filosofiche e spirituali lette in carcere, grazie a riti sessuali orgiastici sotto effetto costante di droga e alcool. Quando nel finale del film i membri della family entrano in casa di Rick Dalton, convinti di essere a casa dei Polanski, ma vi trovano Cliff e Brandy, sul mio viso appare già un sorriso e penso: “Poveri voi dove siete capitati”. La mia angoscia si trasforma in disprezzo sarcastico, in scherno divertito. Quando poi Cliff lancia il segnale di attacco a Brandy tutto diventa velocissimo e prevedibile. La family è in un mare di guai. Da quel momento in poi comincio a divertirmi davvero. Sono curioso, mi gusto la sorpresa, ho una leggera tachicardia e il mio corpo è teso. Nonostante la scena cruenta sono rallegrato, soddisfatto, appagato e fiero di Cliff. Giustizia è fatta per la signora Polanski e la altre vittime, giusta fine per la family. Insomma, l’atto di rivivere, con l’immaginazione, con il corpo e con i sensi un episodio doloroso, modificandone l’esito o il nostro modo di starci dentro, cambia non solo il nostro stato mentale, le nostre emozioni ma, soprattutto in un percorso di psicoterapia individuale, anche le convinzioni profonde e l’immagine negativa dolorosa profondamente radicata che da anni abbiamo di noi stessi.

 

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