Il legame e le emozioni tra lo psicoterapeuta e il paziente: il lavoro psicologico ai tempi del Covid-19

Nel momento di difficoltà dovuto al Covid-19 avviene un cambiamento nella relazione terapeutica: c’è uno spazio di dolore condiviso tra paziente e terapeuta

ID Articolo: 174361 - Pubblicato il: 06 maggio 2020
Il legame e le emozioni tra lo psicoterapeuta e il paziente: il lavoro psicologico ai tempi del Covid-19
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In questi giorni in cui abbiamo tanto tempo per riflettere, mi sono soffermato su di un pensiero legato al dolore, alle emozioni e alle dinamiche afferenti alla relazione tra lo psicoterapeuta e il paziente ai tempi del Covid-19.

 

Messaggio pubblicitario Mi sono chiesto se il legame e i connotati emotivi abbiano subito delle modificazioni. Inevitabilmente stiamo vivendo una tragedia di immani proporzioni e talvolta al dolore subentra lo scoraggiamento, l’arresa, mentre, in altri casi, la resilienza ci permette di adattarci alle nuove esigenze di vita.

Ed è nell’osservare la nostra fragilità e impotenza che emerge il lavoro psicologico, nello spazio di condivisione terapeutico, come dire che in ogni deserto può esserci la strada che conduce alla rinascita. Come non mai, la professionalità psicologica è chiamata a leggere in modo appropriato il contesto sociale all’interno del quale opera.

Per rimanere vicino ai nostri pazienti ci siamo fermati nelle nostre attività cliniche che prevedevano sedute “vis à vis” a favore di colloqui mediante altri strumenti, con interventi a distanza, da remoto (skype, videochiamate, ecc.). Ciò è stato necessario nell’ottica di una protezione verso sé stessi e gli altri e comunque anche per attenerci alle direttive legislative.

Rimanere accanto ai pazienti in un momento in cui viene meno lo spazio fisico, complesso, appare necessario non solo deontologicamente ed eticamente, ma anche moralmente per chi in questo momento aggiunge sofferenza a quella già preesistente.

È proprio nel momento in cui viene meno lo spazio fisico e concreto, dove è precluso lo spostamento, che la piattaforma digitale diviene rappresentativa, una risorsa importante per affermare la nostra presenza, per continuare a contribuire al benessere dei pazienti.

Il mezzo informatico ci permette di essere vicini e presenti anche in una distanza territoriale, una distanza che, però, protegge senza allontanare.

Ci siamo adeguati ad una nuova modalità di strutturare il setting del colloquio. Abbiamo perso la canonica, in base al modello di riferimento, strutturazione terapeutica.

Prima, abituati nel nostro studio, ci sentivamo protetti da uno spazio dove contenuto e contenitore interagivano, lasciando anche spazio alla rappresentazione mentale. Il paziente adesso conosce i nostri spazi più intimi e familiari. Adesso la nostra comunicazione passa in remoto. Si organizza tutto all’interno di quello spazio virtuale. Dietro uno schermo avviene il processo del cambiamento.

Ma siamo propri sicuri che così facendo riusciamo ad essere compassionevoli mantenendo inalterata la relazione? Un paziente in seduta attraverso skype mi dice: “dottore noto che lei ha molti quadri, le piace l’arte?”. E allora lì vi è l’ingresso nel tuo mondo. Il paziente conosce e si riconosce in alcune tue intimità familiari che prima venivano celate dietro il setting più ortodosso dello studio.

In questo spazio si riconfigura il rapporto, si assiste all’amplificazione ed inevitabile condivisione emotiva.

Il setting rimodellato ridetermina il significato affettivo dei vissuti del paziente poiché l’esposizione al disagio si amplifica. Avviene un cambiamento nella relazione poiché c’è uno spazio di dolore condiviso dove il paziente e lo psicoterapeuta si riconoscono e si leggono, nel momento attuale di difficoltà legata al Covid-19, abbattendo spazi che prima erano più conformi al setting tradizionale.

Le paure del paziente diventano quelle dello psicoterapeuta; in questo spazio-scenario potremmo scoprirci vulnerabili mettendo a nudo le nostre fragilità. Se questo può apparire deleterio perché la simbolizzazione del terapeuta subisce la vulnerabilità, penso però che d’altro canto possa dare uno spazio di riflessione al paziente.

Ritengo che lo psicoterapeuta, ammettendo le proprie fragilità all’interno dello scenario relazionale proposto dal paziente, eviti quella simbolizzazione che può essere d’ostacolo. Il contenuto affettivo che comunque permea il rapporto non è mai eliminabile, ma è parte del lavoro di psicoterapia.

Lo psicoterapeuta è investito di molte attese, di emozioni positive e/o negative a seconda del ruolo a cui viene associato. In questa simbolizzazione si mescolano agiti emozionali di fantasia, ma anche aspettative realistiche nei confronti del rapporto terapeutico.

Se rileggiamo e individuiamo le fantasie del paziente, esse diventano una finestra attraverso cui comprendere le altre relazioni e gli equilibri in cui è immerso.

Il buon terapeuta all’interno dell’interazione non può e non deve escludere la dimensione emotivo-affettiva. Già dall’analisi della domanda si costruisce quel patto di fiducia e di comprensione che, personalmente, chiamo “comunanza sinergica”.

Lo psicoterapeuta con la propria competenza e stabilità, solidifica il sostegno emotivo durante tutto il percorso di psicoterapia. Diviene una risorsa in grado di stimolare il cambiamento permettendo di raggiungere quella consapevolezza e dare voce e capacità di narrazione dei propri bisogni.

Non è presente solo il colloquio clinico nella relazione tra lo psicoterapeuta e il paziente ma anche una connessione più profonda, nel corso della quale il terapeuta entra in contatto con le sensazioni del paziente essendo l’evocatore di emozioni e di arcaici pensieri.

Un bravo psicoterapeuta deve essere molto preparato e pronto ad intercettare le sensazioni che gli trasmette il paziente. Rimanere vicino a lui differenziandosi.

Ma ai tempi del covid-19, il lavoro terapeutico può subire un arresto, quasi una paralisi omeostatica. Non è da escludere che se il lavoro terapeutico non sta funzionando vuole dire che è subentrata una collusione, un tipo di relazione che si può creare tra lo psicoterapeuta e il paziente, a causa della quale tra i due si crea un’alleanza distorta che inevitabilmente porta a cristallizzare la situazione patogena impedendo ogni forma di cambiamento psicologico.

Ai giorni attuali, con i nostri pazienti, la metodologia ha subito un processo di ri-costruzione, di riformulazione, attenta al contesto sociale e al divenire dello sviluppo terapeutico.

Come uscirne fuori?

Sicuramente non imponiamo l’obiettivo pregresso del percorso in itinere ma riformuliamo l’analisi della domanda. In questa riformulazione c’è subito un cambiamento, un’attenzione in grado di analizzare i momentanei conflitti, fornendo uno spazio entro cui poterli esprimere e sperimentare, nella consapevolezza che ogni approccio psicoterapico ha un proprio punto di vista su dove orientarsi.

Ritengo che lo psicoterapeuta e il paziente debbano liberarsi delle proprie immagini, verbalizzarle e contestualizzarle in un tempo come questo.

I sentimenti e le emozioni espresse all’interno del setting terapeutico, se ben gestiti, rappresentano un ottimo indicatore della terapia.

In ogni seduta terapeutica ed in ogni momento della vita quotidiana il confronto con le emozioni diviene necessario.

All’interno del lavoro psicologico, lo psicoterapeuta si trova dinanzi ad alti livelli emozionali. E allora diviene necessario portare il paziente a modificare le proprie risposte emozionali in riferimento alle situazioni specifiche vissute.

Nell’importanza al presente, nel “qui ed ora“, lo psicoterapeuta utilizza gli strumenti e le procedure più idonee per la modificazione dei comportamenti e dei pensieri, più o meno espliciti e disadattivi, a favore di una regolazione emozionale più adattiva che contempli anche una accettazione della sofferenza attuale, poiché non c’è da gestire solo un pregresso emotivo ma anche quello che contemporaneamente accade nel contesto sociale.

Il lavoro sul “qui ed ora” include la capacità di essere nel momento presente, reale, accettandolo anche nel suo paradossale divenire. L’ancoraggio al futuro catastrofico e al passato idealizzato subisce una battuta d’arresto, di sospensione, a favore di uno spazio esperienziale condiviso anche nell’accettazione della vulnerabilità.

Ed è proprio in questo scenario che tra lo psicoterapeuta e il paziente si innesca un rapporto esclusivo ed irripetibile ma anche una difficoltà legata ad un rimodellamento relazionale.

Lo psicoterapeuta, frenando le proprie istanze narcisistiche, fa da specchio ed il paziente proietta su di lui una serie di emozioni contrastanti che comprendono apprezzamento, affetto, ma anche rancore per non essere in grado di sollevarlo.

Ma lo psicoterapeuta in questo momento potrà provare emozioni che potrebbero direttamente sollecitare ulteriormente il paziente?

Può accadere certamente che durante il percorso di psicoterapia il paziente possa intercettare le emozioni dello psicoterapeuta, rielaborandole attraverso il proprio patrimonio emozionale.

Il paziente potrebbe esplicitarle direttamente o portarle attraverso altri canali, il non verbale, i sogni, ecc. La psicoterapia è un incontro umano, e le parole e le emozioni possono allontanare dalla realtà, creare nuove immagini, fantasmi.

La psicoterapia, però, non può allontanarsi da tutto ciò, perché la psiche e l’essere umano vivono grazie ad esse e non lontano da esse. Bisogna accoglierle in modo da poter lavorare su quella trasformazione, su quel cambiamento.

Messaggio pubblicitario Il benessere psicologico, come formulato dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, viene inteso non solo come mero stato di assenza patologica o di disagio, ma come situazione nella quale ciascuno è in grado di sfruttare le proprie capacità cognitive ed emozionali per riuscire ad adattarsi costruttivamente alle situazioni che, di momento in momento, si trova a vivere, siano esse caratterizzate da input interni o esterni.

Se riflettiamo, nel corso della nostra vita ognuno di noi ha sperimentato situazioni talmente diversificate e uniche. L’unica cosa che prima o poi ci accomuna è la propria morte o quella di una persona a noi cara. Adesso però abbiamo qualcosa che ci accomuna, stiamo vivendo in parallelo la stessa situazione drammatica legata al Covid-19. Vi è uno spazio emotivo di condivisione che è intimamente legato al significato. D’altronde anche noi come psicoterapeuti siamo pervasi da paure.

Come già detto, all’interno di questa esperienza possiamo permetterci di condividere con il nostro paziente la vulnerabilità e la fragilità.

Sicuramente il momento che noi tutti stiamo vivendo ci permetterà in un futuro, dopo la sofferenza, anche di essere maggiormente resilienti. In questo caso è importante sollecitare e analizzare la nostra capacità riflessiva e quella del paziente, cioè la capacità introspettiva di guardare sé e l’altro, oltre ad analizzare quali strategie si è in grado di mettere in campo per far fronte all’attuale disagio.

Siamo talmente sovra stimolati in modo diretto e indiretto dalla complessità della situazione da poterci sentire inadeguati come psicoterapeuti.

Essere attenti al nostro essere come psicoterapeuti ci permette di accogliere la nostra vulnerabilità e non dare adito alle eccessive richieste del paziente che in questo momento potrebbero essere eccessive. Essere attenti a noi, anche attraverso il costante monitoraggio di un supervisore esperto, ci permette di regolare la nostra emotività.

Il lavoro con questa emozione diviene una costante e costituisce un ingrediente centrale per la psicoterapia.

Quando portiamo il paziente a rivolgere l’attenzione verso ciò, in effetti lo aiutiamo ad accedere ad importanti bisogni e a creare un nuovo significato.

In questo spazio di condivisione, dove ad ogni seduta vicendevolmente lo psicoterapeuta e il paziente si chiedono “come sta?”, frase iniziale riservata prima quasi esclusivamente al terapeuta, ora diviene un comune terreno di condivisione emotiva, dove anche il paziente, paradossalmente e forse neanche tanto, si prende cura del proprio psicoterapeuta. In questo scenario il processo del paziente diviene quello dello psicoterapeuta e la terapia si indirizza ad attivare schemi condivisi.

Le emozioni ci forniscono dettagli sulle nostre reazioni agli eventi esterni e quindi è necessario esserne consapevoli. All’interno di questa consapevolezza risultano soddisfatti gli obiettivi terapeutici.

La capacità di essere consapevoli alle proprie emozioni e sentimenti divengono dei regolatori per parametrare la sofferenza. Una sorta di acquisizione di strategie per regolare le emozioni disfunzionali.

La sofferenza ci mette in allerta in una situazione di disagio; attraverso essa noi facciamo di tutto per evitare che si verifichi nuovamente.

Il rischio è quello che l’eccessivo controllo alle reazioni emotive possa portare ad elaborare strategie disfunzionali, non prestando più attenzione ai segnali emotivi della propria esperienza.

Quindi appare necessario anche intercettare quelle che sono le risposte emozionali attuate affinché avvenga una elaborazione adattiva e congruente.

In psicologia si parla spesso, giustamente, dell’importanza delle emozioni e come abbiamo già detto alla necessità di accettarle.

In questo scenario di preoccupazione condivisa, anche lo psicoterapeuta – essere umano, si trova ad affrontare una difficoltà. Certo noi tutti sappiamo che le stesse vanno portate all’interno del proprio percorso personale e di supervisione.

Ma siamo proprio sicuri che non ci sia dell’altro?

Consideriamo che noi tutti abbiamo subito almeno una volta nella vita un dolore e con i nostri strumenti, che ancor di più noi terapeuti che dovremmo possedere, siamo riusciti a superarlo. E anche se il paziente riproponesse lo stesso disagio/dolore da noi sperimentato, non sarà mai lo stesso poiché appartiene ad un “tempo” diverso, già elaborato (o almeno si spera).

Adesso, invece, stiamo assistendo ad una emozione riferita agli eventi attuali (Covid-19), in un “tempo” condiviso e con “parametri emozionali” condivisi o quasi vista la soggettività di ognuno.

Questo è il dilemma e forse anche, paradossalmente, il privilegio.

La risposta è che “Noi” proviamo quanto asserito dal paziente in un tempo “presente” e non legato o dovuto ad esperienze pregresse.

Potremmo non avere sperimentato la stessa esperienza del dolore portato da un paziente per la perdita ad esempio di un caro ma ciò che ci accomuna come non mai adesso diviene oggetto di uno spazio condiviso e condivisibile.

Questa parte umana ci permette di comprendere l’altro come non mai. Lo psicoterapeuta non resta indifferente alla realtà altrui e si emoziona di fronte alle parole del paziente, poiché in quelle parole si riconosce.

La nostra formazione ci ha permesso di prenderne le distanze, di analizzare le emozioni, ma ciò appare più complesso poiché entrambi siamo immersi in un comune denominatore: ”pandemia da coronavirus”. E forse è necessario recuperare nella psicoterapia quella umanità che a tratti è stata persa. Appare difficile immaginare che ciò sia stato recuperato grazie a delle sedute su un monitor, in un setting diverso; per quanto mi riguarda inimmaginabile fino a qualche tempo fa.

E per finire, forse, dobbiamo ammettere e dire che anche lo psicoterapeuta può legittimamente piangere. Può emozionarsi poiché gli eventi di vita non lo lasciano indifferente.

Lo psicoterapeuta, come ogni altra persona, di diritto affronta il proprio vissuto come quello dei propri pazienti.

Il confine tra lo psicoterapeuta ed il paziente è dato dalla separazione del silenzio, quel silenzio fatto di commozione, dove non c’è più spazio per le parole.

Il ruolo dello psicologo è quello di essere un chirurgo estetico delle emozioni (cit. Carmelo Dambone).

 

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