I meccanismi biologici dell’infedeltà

Evidenze scienficihe mostrano come l'infedeltà sembrerebbe derivare non solo da fattori culturali ma anche da fattori biologici, ereditari, dunque, innati.

ID Articolo: 173859 - Pubblicato il: 22 aprile 2020
I meccanismi biologici dell’infedeltà
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

E’ possibile che esista una predisposizione filogenetica del cervello ai rapporti di infedeltà, importante anche a fini adattivi (Buss, 1994). È infatti indubbio come, sia nella specie umana sia in quella animale, i maschi e le femmine che riescono a trovare un maggior numero di partner più o meno interni alla coppia, hanno sempre avuto una maggiore possibilità di riprodursi e pertanto di continuare la propria specie.

 

Messaggio pubblicitario Si è soliti indicare il concetto di fedeltà coniugale come un valore, ovvero una dote morale e intellettuale che costituisce espressione della personalità e del contesto evolutivo di un individuo. Essere fedeli è dunque un attributo, un modus vivendi che può derivare non solo dalle abitudini di pensiero e di comportamento della singola persona, ma anche dalle condizioni culturali, religiose e sociali dell’ambiente in cui la persona si evolve e vive, interagendo con i propri simili. Che i valori morali abbiano una stretta correlazione con la cultura non costituisce certo un elemento di novità: è chiaro come in una società possa venir definito infedele un comportamento che in un diverso assetto culturale viene connotato di assoluta normalità, e nulla affatto stigmatizzato (si veda ad esempio il caso della monogamia nelle società orientali ed occidentali, o ancora il caso di adulterio previsto come reato in alcuni paesi del mondo, mentre in altri stigmatizzato solo come condotta amorale ma senza nessuna conseguenza giuridica). Ciò che costituisce una novità, al contrario, è affermare che la fedeltà coniugale, intesa come capacità di creare e mantenere un legame stabile e duraturo nel tempo con un solo partner, possa derivare, tanto nelle specie animali quanto in quella umana, altresì da fattori biologici, ereditari e, dunque, innati. Sostenere una tesi del genere significa anche accettare che certi individui, in virtù di certe caratteristiche neurobiologiche, possono essere naturalmente predisposti alla fedeltà rispetto ad altri che non manifestano le medesime caratteristiche. Alcuni studi scientifici svolti di recente hanno dimostrato come in realtà, in questa affermazione all’apparenza improbabile, ci sia del vero. Se ne citano alcuni tra i più significativi condotti in questo campo.

Anticipiamo in primo luogo che l’ormone vasopressina, di origine neuronale, gioca un ruolo fondamentale in alcuni processi umani volti alla cooperazione e alla collaborazione nella coppia; nello specifico la sua presenza, assieme a quella dell’ossitocina, si mostra notevolmente aumentata nello stabilimento della fase di attaccamento, che segue immediatamente il periodo dell’innamoramento, in cui a far da padroni sono peptidi quali serotonina, adrenalina e dopamina. L’ossitocina è un ormone che viene rilasciato da uomini e donne durante l’orgasmo, e dalle donne durante il parto e l’allattamento; si tratta inoltre un ormone che gioca un ruolo fondamentale nell’instaurazione dell’attaccamento tra madre e bambino.

Mentre l’ossitocina agisce principalmente sulla diade materna, sembra che la vasopressina rivesta una funzione importante nella fase di attaccamento di coppia. Oltre a regolarizzare la pressione, questo ormone è responsabile della soddisfazione post-orgasmica, determinando il grado di fedeltà al partner. La quantità di questo ormone all’interno di un soggetto, sia umano sia animale, è determinata dalla tipologia di alleli relativi al sistema della vasopressina che, ove affetti da polimorfismo, si mostrano più corti e meno in grado di rispondere attivamente alla sostanza. Questo provoca una minor produzione e una minor sensibilità dei recettori alla stessa, effetti che si traducono in comportamenti meno propensi alla fedeltà e all’attaccamento al partner.

Si tratta di un’evidenza riscontrabile in primo luogo negli animali, dato come in alcune particolari specie di roditori, ad esempio le arvicole, si è visto come una più massiccia presenza dell’ormone vasopressina sia positivamente relazionata alla fedeltà alla partner, e pertanto alla monogamia; si tratta oltretutto di specie dove è stato riscontrato un polimorfismo degli alleli relativi al sistema vasopressina (Hammock e Young, 2002).

Uomini portatori di un allele specifico del gene della vasopressina sono stati sottoposti ad uno studio di valutazione da Walum e colleghi (2008): si trattava di soggetti sposati o conviventi da cinque anni o più – 552 coppie complessivamente- ai quali è stato somministrato la Parent Bonding Scale, finalizzata a valutare l’attaccamento al proprio partner. I risultati sono stati espliciti: soggetti portatori di tale allele specifico hanno mostrato un attaccamento inferiore alla compagna, e i loro punteggi sono risultati inoltre dose-dipendenti: quanti possedevano due di questi alleli hanno mostrato un attaccamento minore rispetto a quelli che ne possedevano soltanto uno, a loro volta seguiti da quanti non lo presentavano affatto. Gli uomini portatori di questo allele hanno inoltre avuto maggiori crisi di coppia nell’anno precedente, ivi comprese minacce di divorzio e allontanamento dalla casa coniugale, e anche in questo caso i punteggi si sono rivelati dose-dipendenti, perché gli uomini con due copie dell’allele hanno mostrato il doppio di probabilità di aver avuto una crisi di coppia nei 12 mesi precedenti rispetto a quelli con una sola copia o con nessuna copia dell’allele, e un maggior numero di rapporti extraconiugali rispetto ai gruppi di confronto. Le mogli degli uomini portatori di uno o due alleli hanno infine mostrato punteggi notevolmente più bassi ai questionari volti a rilevare il grado di soddisfazione matrimoniale

Ma qual è l’allele identificato da Walum? Esiste davvero una genetica della fedeltà, dunque? Si tratterebbe nello specifico del gene AVPR1A, situato nel cromosoma 12q14-15, le cui sequenze in caso di polimorfismo non sarebbero corrette e continue. Il polimorfismo di questo gene è stato correlato con autismo, con comportamenti sessuali precoci e multipli, e infine con minore altruismo e prosocialità, a testimonianza di come lo stesso abbia un impatto rilevante nel comportamento umano.

Un altro studio recentemente condotto da Garcia e colleghi (2010) su 181 uomini adulti, ha dimostrato che esiste un collegamento diretto tra alleli specifici del sistema della dopamina e maggiore frequenza di rapporti sessuali occasionali, e dunque fuori da una relazione, nonché maggiore frequenza di infedeltà sessuale. Si ricordi infatti come il sistema della dopamina è fortemente connesso col sistema della ricompensa e della ricerca della novità, aspetti che possono risultare fortemente coinvolti nel comportamento di promiscuità e infedeltà sessuale. Nello specifico, si ritiene che i geni che mediano la trasmissione dopaminergica, specie il gene per il recettore D4DR, siano associati con la ricerca di nuovi stimoli, anche sessuali, soprattutto quando presentano sette o più sequenze dell’allele. Un maggiore allungamento di questi alleli potrebbe infatti predisporre a comportamenti impulsivi, ricerca di nuovi stimoli, e, nello specifico comportamento sessuale; è stato dimostrato che i soggetti che presentano 7 o più ripetizioni dell’allele del gene D4DR hanno più probabilità di intrattenere rapporti occasionali, anche in assenza di differenze significative nella fedeltà complessiva (Garcia et al., 2010)

Un ulteriore sistema biologico coinvolto nella fedeltà sembra essere il sistema immunitario. In particolare il riferimento va al complesso maggiore di istocompatibilità (MHC), un gruppo di geni polimorfici costituiti da 30 unità che si trovano sul braccio corto del cromosoma umano 6. Il sistema di istocompatibilità tipico di queste cellule si basa sulle molecole presenti nella membrana delle stesse le quali, a contatto con il sistema immunitario di un soggetto, lo riconoscono come estraneo e, adottando una risposta immunitaria, agiscono come antigeni: in poche parole si legano alla molecola estranea e cercano di contrastarla.

Si tratta di un procedimento che si trova alla base della verifica della compatibilità per il trapianto di organi che, in caso di rifiuto immunitario, meglio noto come rigetto, non può essere attuato. Si richiede invece, in tal caso, che i sistemi immunitari del donante e del donatario siano afferenti e simili, magari perché legati da vincolo di parentela o da affinità genetiche intrinseche: persone con un MHC simile sono infatti probabilmente parenti.

Messaggio pubblicitario Questo meccanismo di riconoscimento, nell’essere umano, viene attivato con il semplice utilizzo dell’olfatto: grazie all’emissione dei feromoni, che portano in sé tracce delle molecole del sistema MHC appena descritto, è possibile riconoscere un soggetto geneticamente somigliante a se stessi da uno che non lo è. Si tratta di un sistema biologicamente innato, molto probabilmente sviluppato nel tempo dagli umani per evitare l’incesto, secondo l’ipotesi di Wedekind (1995). Soggetti che “fiutano” le medesime molecole del proprio MHC in un altro, tendono ad evitarlo come partner perché inconsciamente lo riconoscono come parente; comportamento opposto si verifica al contrario identificando soggetti con patrimonio genetico diverso dal proprio, che vengono scelti in misura massicciamente maggiore come partner sessuali, in quanto estranei.

Wedekind ha confermato, con il famoso esperimento delle magliette sudate, come le donne siano propense a scegliere partners con patrimonio genetico diverso dal loro, e come il riconoscimento degli stessi sia possibile semplicemente annusando le magliette sudate dei suddetti maschi. Il sudore, intriso di feromoni, è sufficiente ad identificare un soggetto estraneo, rassicurando la donna sul rischio di tenere relazioni sessuali con potenziali parenti.

Gli studi di Wedekind sono stati replicati in tutto il mondo più volte, ed hanno condotto sempre ai medesimi risultati, dimostrando pertanto la fondatezza dell’ipotesi di partenza. In particolare, uno di questi studi ha dimostrato come donne sposate con uomini che avevano geni simili ai loro nella componente MHC del sistema immunitario, apparivano anche più portate all’adulterio; inoltre, più questi geni erano condivisi tra una donna e il proprio coniuge, più la partner si mostrava incline a tenere relazioni sessuali extraconiugali (Garver-Apgar et al., 2006).

Si è rilevato come anche la struttura del cervello possa contribuire all’infedeltà; in particolare si fa riferimento ai tre sistemi cerebrali che, secondo ipotesi di Fisher (1998), sono stati sviluppati dall’uomo per lo svolgimento di compiti e funzioni specifiche: quello dell’attrazione sessuale, legata al sistema ipotalamico, come le sensazioni fisiologiche di fame e sete, quello dell’amore romantico, riferita al sistema rettiliano, una zona cerebrale arcaica alla quale è legata la soddisfazione di istinti connessi alla sopravvivenza, e quello dell’attaccamento romantico, dipendente dalla zona del pallido ventrale, legato a sua volta a sensazioni di gusto e piacere. Questi tre sistemi neuronali presentano numerose interazioni tra di loro ed anche con molti altri sistemi cerebrali, e sono in grado di generare un’ampia gamma di pensieri, emozioni e comportamenti necessari all’organizzazione della strategia riproduttiva (Fisher, 2004; Fisher et al., 2002; Fisher, 2015).

Malgrado ciò essi possono agire anche in maniera separata, provocando in questo caso una sorta di divisione tra le funzioni alle quali ciascuno di essi è collegato, funzioni che vengono così a manifestarsi e ad esplicitarsi in maniera indipendente l’una dall’altra: in poche parole si può provare attrazione fisica per una persona al di fuori della coppia, provando al contempo attaccamento per una certa persona, magari il partner fisso, e amore romantico per un’altra persona ancora (Fisher, 2004). Questa spiegazione profondamente scientifica e dalle basi biologiche potrebbe costituire una valida risposta al comportamento umano, specie maschile, che molto spesso si trova a manifestare in maniera scissa e contemporanea i tre bisogni sopra identificati.

L’indipendenza biologica di questi tre sistemi neuronali avrebbe inoltre consentito, sin dai tempi dell’Homo sapiens, di avere un rapporto monogamo ufficiale e di condurre al contempo relazioni sessuali clandestine (Fisher, 2004). Da qui una possibile predisposizione filogenetica del cervello ai rapporti di infedeltà, importante anche a fini adattivi (Buss, 1994). È infatti indubbio come, sia nella specie umana sia in quella animale, i maschi e le femmine che riescono a trovare un maggior numero di partner più o meno interni alla coppia, hanno sempre avuto una maggiore possibilità di riprodursi e pertanto di continuare la propria specie.

Ecco che nell’infedeltà potrebbe nascondersi un innato intento di contribuzione alla propria fitness, finalizzata ad apportare i benefici riproduttivi di una prole geneticamente più varia (Fisher, 1992). I maschi infedeli potrebbero infatti aver avuto maggiori possibilità di riproduzione proprio grazie ad un maggior numero di rapporti sessuali condotti al di fuori della coppia, e le femmine, dal canto loro, potrebbero aver ottenuto da rapporti sessuali clandestini, un maggior numero di disponibilità di risorse e di supporto genitoriale per la prole dopo il decesso del primo partner o dell’abbandono da parte di quest’ultimo (Fisher, 1992). Pertanto, l’infedeltà clandestina può aver avuto il merito di apportare vantaggi riproduttivi per le femmine e i maschi ancestrali non meno della monogamia stessa, e questo atteggiamento potrebbe aver determinato la selezione delle basi biologiche dell’infedeltà giunte fino ai giorni nostri in entrambi i sessi.

Non solo un comportamento eticamente scorretto, dunque, si nasconderebbe al di là del rapporto infedele clandestino: la scienza suggerisce come la predisposizione all’infedeltà, tanto nei maschi quanto nelle femmine, possa non solo vantare origini biologiche e pertanto innate, non apprese e geneticamente ereditabili, ma potrebbe addirittura mostrarsi utile, ove non preziosa, per la riproduzione e il mantenimento della specie.

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 3, media: 5,00 su 5)

Consigliato dalla redazione

Genetica: quale impatto sulla durata delle relazioni sentimentali?

Genetica e relazioni sentimentali durature: c'è un legame?

Genetica e relazioni sentimentali: alcuni studiosi hanno cercato di capire se la genetica ha un ruolo nella durata e soddisfazione dei rapporti di coppia

Bibliografia

  • Buss, D. (1994), The evolution of desire: strategies of human mating. New York, Basic Books;
  • Fisher, H.E. (1994), Anatomy of love: the natural history of monogamy, adultery, and divorce, New York, W.W. Norton;
  • Fisher, H.E. (1998), Lust, attraction and attachment in mammalian reproduction, in Human Nature, 9, pp. 23-52;
  • Fisher, H.E., Aron, A., Mashek, D., Strong, G., Li, H., Brown, L.L. (2002), Defining the brain systems of lust, romantic attraction and attachment, in Archives of sexual behaviors, 31, 413-419;
  • Fisher, H.E. (2004), Why we love: The nature and chemistry of romantic love, New York, Hemry Holt;
  • Fisher, H.E. (2015), La tirannia dell’amore, Punto di vista dell’antropologo sulla dipendenza dall’amore, in “Dipendenze Comportamentali, Criteri, Evidenze, Trattamento”, Rosenberg, K. P., Curtiss Feder, L., (A CURA DI), edizioni Edra, Milano;
  • Garcia, R., Mackillop, J., Aller, E. L., Merriwether, A.M., Sloan Wilson, D., (2010), Association between dopamine D4 receptor gene variation with body infidelity and sexual promiscuity, in PloS One, 5 (11), e14162;
  • Garver –Apgar, C.E., Gangestad S.W., Thornhill, R., Miller, R.D., Olp, J.J. (2006), Major histocompatibility complex alleles, sexual responsivity, and unfaithfulness in romantic couples, in Psychological Sciences, 17 (10), pp. 830-835;
  • Walum, H., Westberg, L., Henningsson, S., Neiderhiser J.M., Reiss, D., Igl, W., et al, (2008), Genetic variation in vasopressin receptor 1a gene (AVPR1A) associates with pair bonding behavior in humans, in Proceedings of the National Academy of Sciences, 105 (37), 14153-14156;
  • Wedekind, C. et al. (1995), MHC-Dependent mate preferences in humans, in Proceedings of the Royal Society of London, 260, 245-249.
State of Mind © 2011-2020 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Argomenti

Messaggio pubblicitario