Macbeth: le cose nascoste – La psicoanalisi in scena nella riscrittura della tragedia shakespeariana

"Macbeth: le cose nascoste" lo spettacolo teatrale che sia avvale della psicoanalisi per riadattare il capolavoro shakespeariano.

ID Articolo: 173100 - Pubblicato il: 26 marzo 2020
Macbeth: le cose nascoste – La psicoanalisi in scena nella riscrittura della tragedia shakespeariana
Condividi

Sul palco, un analista ha scomposto un testo e poi ne è stato assorbito. Fuori, oggi usiamo strumenti del teatro nelle nostre stanze di terapeuti. Giochi di ruolo li chiamiamo, memorie vere messe in scena così che la sofferenza sgorghi potente.

Tratto dal Corriere della Sera del 18 Gennaio 2020

 

Messaggio pubblicitario Succede ancora una volta. Mi prende quel demone, il destino che le Streghe a me hanno predetto e che in certi giorni devo accogliere. L’impulso a correggere, irrefrenabile quando osservo un collega psicoterapeuta al lavoro. Appare in video la registrazione di uno psicoanalista, dialoga con gli attori in carne e ossa. L’adattamento del Macbeth di Angela Dematté e Carmelo Rifici è iniziato da poco. Cosa hanno fatto gli autori? Hanno invitato un discepolo di Jung a intervistare gli attori, filmando tutto. Cosa ti evoca il Macbeth? Sono apparsi riti arcaici, paesi che incatenano e orchi. Molti hanno rinunciato al ruolo.

La messa in scena inizia da lì, ma la mia testa sfugge al controllo, filtro ogni domanda dell’uomo anziano e ne farei uguale solo mezza. Un moto di ribellione mi prende quando Angelo Di Genio racconta di un padre aggressivo, rifiutante e l’analista lo invita a capire le ragioni di quel padre. No! Avrebbe dovuto domandargli cosa gli succedeva dentro quando ha subito due anni di silenzio ostile. La psicoanalisi junghiana rimane al fondo delle mie preferenze, io insegno altro. Se chiediamo al paziente di mettersi nei panni di chi lo ha fatto soffrire, prima di esserci collocati vicino alle ferite che si porta addosso, gli siamo inutili, dannosi, al meglio rallentiamo il processo di cura. In quel momento il demone della correzione tuona dentro di me in una lingua arcana e non so arrestarlo.

Me ne libera Tindaro Granata, le domande dell’analista gli evocano i misteri di un’infanzia siciliana: la preghiera delle sciamane, lo ‘nciarmari’, fascinazione, malocchio, tre croci disegnate sul corpo per togliere i vermi dalla pancia. Capisco che non sono al centro Lugano Arte e Cultura, il LAC, per correggere, l’anziano psicoanalista nel video è finzione teatrale. Mi suscita simpatia, ci accomuna il tenere le mani incrociate dietro la nuca mentre ascoltiamo drammi, seduti sulla poltrona Pixbo di Ikea, l’oggetto che riscatta il postmoderno. Il demone è scacciato, solo riapparirà durante l’inutile finale, mal recitato dall’attore giovane, un monologo che Ecate non avrebbe pronunciato. Importa poco, perché a quel punto ero già catturato. Tre momenti mi hanno trasportato nell’altrove. Prima di svelarli, devo rispondere a domande: chi sono Macbeth e Signora? Cosa motiva le loro azioni? Dallo psicoterapeuta a teatro la risposta uno se l’aspetta.

Una coppia avida di potere. Questo è facile, Shakespeare ne ha dipinta una simile nella sua opera più recente, House of Cards. È mossa da una pulsione umana innata: il rango, la scalata nella gerarchia, lo status. Fin qui, niente di strano. Eppure, fino al giorno dell’incontro con le Streghe, Macbeth era stato un valoroso combattente fedele alla bandiera, anche se, pare, a volte preda di momenti di bizzarria. Le Streghe cosa evocano in lui? Intanto, non è un caso che l’incontro avvenga dopo una battaglia sanguinosa, dove l’eroe ha seminato sangue. Ha aperto Sinell il traditore “come un maiale”, ma in quel momento di fronte alla calma dell’uomo gli è tremata la mano e ha “visto il tempo fermarsi”. Sono sintomi, Macbeth non è immune al destino dei soldati, il disturbo post traumatico da stress, quella sindrome che frammenta la mente quando il senso di sicurezza di base che dovrebbe accompagnarci nella vita salta in aria.

Quindi, un uomo ambizioso che paga il prezzo della guerra. Un uomo così, può perdere il controllo. Andiamo indietro. Chi sono lui e Lady Macbeth? Mi sono ossessionato sul testo, dovevo capire. Non hanno figli, sono sterili. Ma c’è di più. Lei recita, incitando il marito ad uccidere re Duncan: “Io so quanta tenerezza ci sia in una madre che allatta il figlio”. Hanno addolcito le parole originali. Come effetto del processo psicoanalitico? Chi parlava in quel momento, il personaggio, l’attrice, la scrittrice o il regista? Shakespeare è più diretto e, a mio vedere, non lascia dubbi: “I have given suck”, “Io ho allattato”. Lady Macbeth ha avuto un figlio, col marito, oppure prima? E lo ha perso.

Le azioni che compiono dopo la profezia delle tre Streghe di Ecate sono efferate, tipiche di animali a sangue freddo, ma loro non lo sono. Io ci leggo una delle trame psichiche più dolenti e terribili, un dramma in tre atti. Nel primo, la vulnerabilità iniziale, spesso sedimento della storia di sviluppo. Nel secondo, l’evento scatenante: la perdita del figlio, il trauma della battaglia? Nel terzo avviene la metamorfosi malefica: la cura errata infetta la ferita e l’infiamma. Una cattiva medicina chiamata rivalsa, riscatto attraverso la gloria.

Cosa distingue Macbeth e Lady Macbeth dai predatori di tipo rettiliano? L’ombra di un figlio non avuto – come i loro discendenti in House of Cards – e di un figlio che Lady Macbeth ha perso, li turba e li trasforma in divoratori. Ma conservano un’umanità residua, ne ho le prove. Quali?

Per lei parla quello che gli psicologi chiamano effetto Lady Macbeth, me lo ricorda Francesco Mancini: negli esperimenti di laboratorio, una minaccia alla purezza morale induce le persone a lavarsi. “Non saranno mai bianche queste mani?” dice la regina. Il lavaggio ossessivo, aiutato dall’acqua che scorre sul palco, indica colpa, la colpa indica senso morale, che indica umanità. Lady Macbeth è ambiziosa, certo, ha perso la gioia di essere madre e l’invidia la corrode, ma è ancora donna e la sua coscienza ne paga il prezzo.

E ora le tre scene che mi hanno condotto altrove, figlie del testo e dell’incursione della psicanalisi nella drammaturgia. La prima. Macbeth è stato fomentato dalla moglie a uccidere Duncan. Ha il coltello in mano, le Streghe intonano un canto incessante con voci di boschi notturni, radici e viluppi e lui, preso dalla frenesia, si agita e si agita e non la finisce più e io vorrei che il canto finisse, ma non posso fermarlo e Macbeth, burattino epilettico, non la smette e la musica cresce e la luce è rossa. Non è più teatro, è un folle rito di trasformazione del quale io sono più che spettatore.

Messaggio pubblicitario La seconda. Macbeth è alla tavola dove siede il fantasma di Banco, l’uomo fertile i cui figli succederanno alla sua corona, morto per suo ordine. Macbeth è prono, faccia al pavimento. Dall’attore smette di uscire voce umana, un animale lo possiede, una scimmia, un cinghiale, non lo so, ma in quel momento ho paura. Di nuovo quell’esercizio di persistenza, vorrei che la smettesse e invece ogni grugnito è più lontano dall’umano. Per la sua malattia non c’è più cura. Perché l’analista ha smesso di guidare il testo dopo la morte del re.

La terza è di quei momenti in cui sai che un gesto doveva accadere, per necessità. Però lo capisci dopo, sul momento ti spiazza, ti folgora. L’analista appare in video, ma lo hanno reso un trittico di Francis Bacon, di quelli in cui una bocca che vorrebbe gemere non articola più suoni. Appartiene ormai all’infraterreno, un impasto di dolore, distanza e cera rossa squagliata. Questo doveva essere lo spettacolo.

L’analista ha preso la coppia folle e l’ha lanciata dentro gli attori, dalla rifrazione sono emerse chimere metà sovrani in delirio e metà squarci del passato, verità e rappresentazione al tempo stesso. E ora l’analista stesso è diventato finzione, fagocitato dal teatro, digerito dalle entità silvane che vagavano per i boschi della Scozia.

Un’altra scena condensa il senso del tutto. Macbeth e la moglie, potenti senza più sonno, parlano ma al centro del palco un’inattesa luce pura soffonde la madre del piccolo maschio di Macduff. Lei lo lava nudo in un catino, lo avvolge di amore tenero. È intollerabile quella scena, l’invidia obbliga a estirpare una felicità a loro preclusa. Lì si chiude il cerchio. L’uccisione del bambino Tindaro Granata la esegue secondo il rito dello scannamento del maiale nella sua Sicilia: “Lui fa un verso che fa paura”. Macbeth è stato fecondato da storie di altre terre e ha generato.

Esco, chiedo agli spettatori, lo spettacolo è piaciuto. L’aria del lungolago è fredda e secca, cammino solo e porto un segreto. Ho visto rappresentato il riflesso del mio lavoro. Sul palco, un analista ha scomposto un testo e poi ne è stato assorbito. Fuori, nel mondo specchio in cui vivo, oggi usiamo strumenti del teatro nelle nostre stanze di terapeuti. Giochi di ruolo li chiamiamo, memorie vere messe in scena così che la sofferenza sgorghi potente. A questa temperatura alta, trasformiamo. La storia che possedeva il corpo del paziente diventa racconto.

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 10, media: 4,60 su 5)

Consigliato dalla redazione

Logoteatroterapia: la potenza del teatro nei contesti di cura - Psicologia

C’era una volta… a teatro e L’isola di Shakespeare - Un viaggio nella Logoteatroterapia

La Logoteatroterapia permette di migliorare la qualità della vita, alleviando o, laddove si possa, superando uno stato di disagio o sofferenza iniziale.
State of Mind © 2011-2020 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Argomenti

Categorie

Messaggio pubblicitario