I condizionamenti sociali nella formazione della personalità

La società svolge sugli individui che ne fanno parte una sorta di pressione che influenza la direzione del loro sviluppo identitario.

ID Articolo: 171157 - Pubblicato il: 14 gennaio 2020
I condizionamenti sociali nella formazione della personalità
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La formazione della nostra personalità passa attraverso un processo di crescita in cui si consolidano aspetti genetici che ci sono propri, ma anche influenze che su di noi vengono esercitate dall’ambiente che ci circonda, come la società.

 

Messaggio pubblicitario La società ha su di noi delle precise aspettative che ci comunica attraverso i modelli che impone ai suoi membri. Ciascuna, infatti, fa capo ad un prototipo per definire i tratti della persona ideale che vengono apprezzati e quelli che, viceversa, vengono disapprovati. Ogni cultura propone un differente programma di comportamento e pertanto favorisce modelli diversi per la socializzazione.

Studi sull’interazione individuo-società hanno dettagliato questo processo. Vediamone alcuni.

Partiamo dagli studi di William James che, a fine ‘800, pubblica una delle sue opere più importanti, Principi di psicologia, che introduce il concetto di “sé empirico”, basato sull’esperienza e sulla pratica, che si articola in un sé materiale (il proprio corpo, i genitori, la casa), un sé sociale (il modo in cui si viene percepiti dagli altri) e un sé spirituale (il proprio essere interiore). L’uomo metterebbe quindi in atto delle funzioni adattive per relazionarsi all’ambiente e ogni azione che compie sarebbe una risposta al mondo esterno.

Una prosecuzione del pensiero di James è l’interazionismo simbolico, un approccio che si sviluppa negli Stati Uniti nella prima metà del ‘900, che sottolinea come la società abbia una natura pluralistica e come norme e regole sociali abbiano di conseguenza un valore relativo, il che comporta che anche il sé socialmente strutturato si formi in modo dipendente da queste variabili.

L’interazionismo simbolico si basa su tre principi:

  • gli esseri umani reagiscono al ciò che li circonda in base al significato che gli attribuiscono;
  • il significato attribuito è un prodotto sociale, condiviso con gli altri individui cha fanno parte del suo contesto;
  • questo significato attribuito viene interpretato dall’individuo e messo in atto nelle sue azioni.

In linea con questa corrente troviamo Charles Horton Cooley, sociologo, che riafferma l’idea di come ciò che l’individuo diventa con lo sviluppo sia in stretta dipendenza con i rapporti che intrattiene con l’ambiente e le persone che lo circondano. Suo è il concetto del “looking glass self” (io riflesso) che vuole appunto spiegare come ciascuno viene ad impersonare l’immagine che gli altri gli rimandano di sé stesso.

L’io riflesso è costituito da tre elementi:

  • il modo in cui ci raffiguriamo, ossia quello che pensiamo gli altri vedano di noi stessi;
  • come pensiamo che gli altri vi reagiscano;
  • come, a nostra volta, reagiamo alla reazione che percepiamo negli altri, interpretandola e modellando su di essa il nostro concetto dell’io, che ne può uscire rafforzato o diminuito.

In altri termini si può dire che secondo Cooley le persone, crescendo, diventano capaci di impegnarsi per dare di sé l’immagine più rispondente possibile alle aspettative della società e di chi le circonda.

George Herbert Mead, considerato uno dei fondatori della psicologia sociale, in sintonia con Cooley, ritiene che l’individuo sia un prodotto della società in cui vive, ma va oltre tale presupposto arrivando ad affermare che il “sé” non fa parte della persona fin dalla sua nascita, bensì si viene costituendo nell’interazione con altri individui e con la società. Il “sé” è formato da due parti distinte: l’“io” e il “me”.

L’“io” è costituito dalla risposta che viene fornita dall’organismo agli atteggiamenti degli altri. Il “me” è il concetto di sé che ci si forma in relazione agli altri significativi e la cui costituzione ha luogo via via che l’individuo cresce ed assorbe gli atteggiamenti e i modi di dire organizzati degli altri. Da principio ogni risposta è automatica, in seguito, sul modello delle altre persone, si impara ad apprendere il loro comportamento e a giudicare i propri atti come se si fosse qualcun altro.

Lo sviluppo si articola quindi secondo Mead in tre fasi:

  • l’imitazione (che è una semplice copia del comportamento degli altri senza capire cosa si sta facendo);
  • il gioco libero (che ha inizio quando si comincia a sostenere dei ruoli diversi dai propri abituali);
  • il gioco organizzato (o la capacità di assumere i ruoli di più persone contemporaneamente).

Messaggio pubblicitario Dalla fusione di questi atteggiamenti ha luogo “l’altro generalizzato”, l’atteggiamento con cui l’intera collettività assume il comportamento del gruppo a cui appartiene. Funziona come uno strumento di controllo sociale che serve alla comunità per esercitare una sorveglianza sul comportamento dei singoli individui che la compongono. L’altro generalizzato servirà anche all’individuo come punto di riferimento per giudicare il suo comportamento.

Delle fasi dello sviluppo e della formazione della personalità si è occupato Paul Henry Mussen, psicologo, stabilendo che attraverso il processo di crescita ciascuno ha modo di formare la propria specifica e pertanto unica identità, che corrisponde alle esperienze che ha vissuto fino a quel momento. Tuttavia, queste non gli appartengono totalmente, ma esprimono anche l’ambiente nel quale si è mosso, il contesto relazionale, gli incontri fatti, in altre parole tutto ciò che ha alle spalle.

Si può affermare che la società svolga sugli individui che ne fanno parte una sorta di “pressione” che influenza la direzione del loro sviluppo, imprimendo pregiudizi e stereotipi che indirizzano verso la formazione di talune caratteristiche ad essa utili.

Va detto che, almeno per ora, non appare possibile distinguere nettamente tra le conseguenze che sulla formazione della personalità hanno le strutture cerebrali rispetto a quelle dell’esperienza ambientale.

Inoltre, il tipo di adulto che la società presenta ai suoi membri non è assoluto e universale, ma può variare a seconda delle condizioni e dei diversi periodi in cui ci si trova. Può quindi subire delle variazioni spazio-temporali e, anche all’interno di una stessa società, le diverse classi sociali e le categorie che la compongono possono avere un’idea differente di quanto ci si aspetta da loro in conseguenza del fatto che esse non ricoprono uguali ruoli.

 

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Bibliografia

  • Smelser, N.J. (1987). Manuale di sociologia. Bologna: Il Mulino.
  • Mead, G.H. (1966). Mente, sé e società. Firenze: Giunti-Barbera
  • Mussen, P. (1981). Lo sviluppo del bambino e la personalità. Bologna: Zanichelli
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