Diventare un Trauma Therapist secondo Kathy Steele – Report dal 7° Congresso Biennale della Società Europea per il Trauma e la Dissociazione (ESTD)

Un trauma therapist radicato nel suo corpo è capace di integrare le proprie sofferenze con il proprio vissuto e accettare il paradosso del dolore

ID Articolo: 169830 - Pubblicato il: 04 novembre 2019
Diventare un Trauma Therapist secondo Kathy Steele – Report dal 7° Congresso Biennale della Società Europea per il Trauma e la Dissociazione (ESTD)
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Al 7’ Congresso Biennale della Società Europea per il Trauma e la Dissociazione (ESTD), tenutosi a Roma dal 24 al 26 ottobre 2019, Kathy Steele, una delle massime esperte mondiali di trauma, ha ipnotizzato la platea con il suo intervento su come diventare, o meglio, crescere come trauma therapist.

 

Messaggio pubblicitario Kathy Steele, riprendendo le parole di Milton Erickson relativamente a come la voce del terapeuta sia interiorizzata dal paziente, sottolinea come in realtà avvenga anche il contrario, anche il paziente entra nel terapeuta patients go with us in mind, but also in body, non solo nella mente ma anche nel corpo. Un trauma therapist deve fare quindi i conti con il proprio corpo, essere consapevole delle proprie reazioni e del proprio vissuto, con le risposte difensive che si attivano in noi di fronte ai nostri pazienti.

Un terapeuta incarnato, una incarnazione di corpo e mente, un’unità delle parti in continua costruzione quello che sono qui oggi è diverso da quello che sarò tra 5 minuti o tra 5 anni.

Un terapeuta radicato nel suo corpo è capace di integrare le proprie sofferenze con il proprio vissuto e accettare il paradosso del dolore più cerchiamo di evitare il dolore più soffriamo, più cerchiamo di accoglierlo meno sofferenza avremo. Questo è quello che il trauma therapist deve far suo e trasmettere ai propri pazienti, pazienti che sentono un dolore di cui tentano di sbarazzarsi non capendo che invece in tal modo lo bloccano, lo trattengono fino ad arrivare alla disperazione.

Ciò accade anche al terapeuta che spesso sperimenta emozioni ‘fastidiose’ come la frustrazione del non riuscire ad aiutare il suo paziente: anche questo va accettato, accolto, rimanendo stabile nella variabilità emotiva cui le situazioni di vita lo espongono.

Messaggio pubblicitario Un concetto questo strettamente correlato a quello di attaccamento e di accudimento, per cui a volte il terapeuta nel suo ruolo ‘salvifico’ cerca il ‘miracolo’ e continua a stare con il paziente nella stessa modalità anche in assenza di miglioramenti, convinto che il legame si crei se si è presenti a sufficienza. Ciò può bloccare in realtà terapeuta e paziente in una relazione disfunzionale, simile a un attaccamento insicuro. Il terapeuta timoroso del compito da affrontare con il paziente o spaventato da ciò che il paziente potrebbe fare se viene superato il limite, rimane incastrato in un legame disfunzionale, in una modalità di soccorso che lo porta a dimenticarsi di sé. Questo è il costo del caring.

Il trauma therapist deve invece radicarsi nella propria esperienza per contrastare la pressione creata dal paziente traumatizzato e pensare coerentemente se e come portare avanti la terapia, come andare oltre definendo limiti e priorità, eventualmente decidere di non vedere più il paziente inviandolo altrove.

Un accento posto quindi sulla accettazione della vulnerabilità, fallibilità, umanità del terapeuta come fulcro per un ingaggio incarnato con il paziente e requisito fondamentale per lavorare con il trauma e la dissociazione.

Un terapeuta incarnato, come ci insegna Steele è un terapeuta compassionevole, connesso, vulnerabile e resiliente, è un terapeuta che è innanzitutto una ‘Persona’, che si prende cura di sé e della propria vita al di fuori della professione, che abbraccia le proprie negatività e che nel lavoro con il trauma è focalizzato sul processo piuttosto che sul contenuto.

 

GALLERIA IMMAGINI DELL’EVENTO L’EREDITA’ DEL TRAUMA E DELLA DISSOCIAZIONE:

 

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