Quando è la dipendenza a farci sentire vivi: disturbo dipendente di personalità tra stati mentali e strategie di coping 

A partire da casi clinici si evidenzia come nel disturbo dipendente di personalità sia centrale la rinuncia a desideri e interessi in nome dell'altro.

ID Articolo: 168916 - Pubblicato il: 08 ottobre 2019
Quando è la dipendenza a farci sentire vivi: disturbo dipendente di personalità tra stati mentali e strategie di coping 
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Il nucleo del disturbo dipendente di personalità (DDP) non è tanto la dipendenza e la rinuncia, né la continua richiesta di aiuto o di rassicurazione verso un altro percepito come competente e protettivo, quanto la paura dell’abbandono e della solitudine, la sofferenza che si cela dietro il percepirsi incapaci ed inetti, che si esprime attraverso strategie di coping comportamentali come la sottomissione e la dipendenza.  

 

Messaggio pubblicitario Incontro R., 34 anni, chiede una terapia perché soffre terribilmente nella relazione con un compagno che non riesce a lasciare.

Mi porta rapidamente su delle scene e ripenso a M., che seguo già da qualche mese. In prima seduta mi riportò un dolore simile che l’aveva letteralmente allontanata da una vita libera ed autonoma. Poi penso a L., anche lui non riusciva a dare una direzione alla sua vita, oscillando sempre tra il desiderio di sentirsi autonomo ed il dolore legato alla sottomissione. Allora riprendo lo schema di concettualizzazione di questi pazienti e di un altro paio con la stessa diagnosi e noto delle cose in comune. Risaltano immagini del sé e strategie di coping simili. Rivedo, scritte più volte, le parole inadeguato e accondiscendenza, rinuncia. Tra le emozioni ritorna tristezza, senso di colparabbia. Wish: autonomia. Diagnosi: disturbo dipendente di personalità. Poi ripenso a tutte le volte che mentre faccio shopping trovo donne che chiedono ai fidanzati o alle amiche pareri sull’altezza del tacco, sulla tonalità dell’abito, sulla lunghezza della gonna. Verde tiffany corto o rosa corallo lungo? Le vedo essere molto attente alle parole ma, ancor prima, a tutto quello che di non verbale possa esserci in quel momento: mini espressioni di disappunto, disprezzo, dissenso che anticipano la rinuncia. Nessuna scarpa né abito. Immagino che nella mente di turno ci sia qualcosa del tipo a me piace il verde ma se lui non la pensa come me io non posso comprarlo. Potrei ferirlo, mi sentirei in colpa. Allora meglio che mi adeguo o che rinuncio. Sarebbe intollerante la disapprovazione. Ma davvero non riesco a scegliere da sola? Sono proprio una incapace!!. Credo che sia capitato a tutti noi, almeno una volta, di cercare un parere ed un confronto e, certamente, qualche volta abbiamo direzionato le nostre scelte, facendoci influenzare. Niente di male, è un meccanismo comune, ma diventa disfunzionale quando è ipertrofico e si accompagna a dinamiche interpersonali problematiche.

Un sabato al mare scopro che il P., un ragazzino di 12 anni, rinuncia a mangiare il gelato perché la frutta è più sana, fai contenta la mamma. Con un’espressione di tristezza sul volto, si allontana dal tabellone con i must dell’estate 2019 inforchettando la pesca amorevolmente tagliata a cubetti. Mi chiedo se, allora, alcune rinunce o alcuni processi di scelta non vengano letteralmente preparati durante la nostra storia di vita a partire da interazioni con adulti di riferimento in cui la libertà di azione viene limitata di fronte a frasi del tipo …fallo per me, …se fai così noi soffriamo, …ascolta me che è meglio….

A questo punto faccio mente locale. In Disturbi di personalità. Modelli e trattamento (Semerari e Dimaggio, 2006) vi è una parte dedicata al disturbo dipendente di personalità molto dettagliata che spiega la dinamica del disturbo e come esso si esplica chiaramente nella rinuncia ai propri desideri, interessi, svaghi in nome dell’altro. Ricordo che avevo evidenziato più e più volte la frase …è la dipendenza che fa sentire il soggetto vivo (Dimaggio e Semerari, 2006; pag. 278) ed avevo fin da subito intuito che anche questa volta bisognava ragionare in termini di stati mentali. Infatti il nucleo del DDP non è tanto la dipendenza e la rinuncia né la continua richiesta di aiuto o di rassicurazione verso un altro che è percepito come competente e protettivo (aspetti relazionali) quanto nella paura dell’abbandono, della solitudine, nella sofferenza che si cela dietro il percepirsi incapaci ed inetti (aspetti intrapsichici) che si esprime attraverso un comportamento o, meglio ancora, attraverso strategie di coping comportamentali come la sottomissione e la dipendenza che svolgono, paradossalmente ed egregiamente, il loro compito adattivo (Dimaggio et al., 2019): tenere a bada il senso di incapacità ed incompetenza e le emozioni negative che seguono.

Messaggio pubblicitario Uno stato mentale problematico vicino a quello dell’autoefficacia legato alla dipendenza è quello dell’overwhelming. Il principio è che per non deludere nessuno, per garantirsi la vicinanza, bisogna inseguire diversi scopi in base all’altro, senza poter stabilire priorità. Bisogna accontentare tutti, magari anche in cose diverse, con la conseguenza di sentirsi sovraccaricati e confusi se questi scopi sono molto diversi tra loro. Da questo sovraccarico si ottiene una rappresentazione di sé ugualmente negativa. Ecco che allora emerge la rabbia: è l’emozione che indica lo stato di coercizione e di ribellione, di ingiustizia subita. Se il paziente sente di dover dare sempre la priorità agli scopi ed ai desideri altrui non accederà mai ai propri. Questo non vuol dire che non ci sono più, ma che sono inaccessibili. Raramente si accede allo stato di autoefficacia perché contemporaneamente ogni azione porta con sé senso di colpa, paura di deludere l’altro, timore dell’abbandono e necessità di riparare in qualche modo.

La terapia metacognitiva interpersonale (Dimaggio et al., 2019), quindi, ha come obiettivo quello di fare agire il paziente in direzione dell’autonomia, perseguendo il wish di esplorazione e favorendo la percezione di se stessi come entità autonome, pensanti, capaci, autodeterminanti, svincolandosi dai cicli interpersonali da cui il soggetto dipendente ne esce in ogni caso sconfitto. Infatti il sé oscilla tra il rappresentarsi competente e fragile, incapace e forte. Insomma, immagine positiva e negativa danzano disarmonicamente assieme portando con sé emozioni contrastanti e stati mentali di abbandono, solitudine, vuoto e, raramente, di possibilità di azione autonoma. La sensazione di sé stessi come forti e competenti è debole e soccombe di fronte ad un altro percepito come potente e forte. Essere presenti nella mente altrui fa sentire il proprio valore e, per garantirsi questo, aderire all’altro in ogni cosa è la strategia più semplice e veloce. Il paziente dipendente annulla la propria autonomia e le proprie scelte per garantirsi quel posticino mentale. La dipendenza è il mezzo ed entra, di diritto, nella categoria delle strategie egosintoniche.

Notiamo, quindi, che il nucleo del disturbo dipendente di personalità è l’incapacità di accedere ai propri desideri e scopi ed ovviamente ai piani per raggiungerli privi di un contesto interpersonale equilibrato. Solo attraverso l’altro si riesce a dare una organizzazione alla propria mente (in questo è evidente la disfunzione metacognitiva). La TMI accompagna il paziente nella lettura della sua dinamica interna, del cammino verso l’autonomia e nella regolazione efficace degli stati mentali problematici, dando luce alla disfunzionalità dietro le strategie di coping e raggirando la messa in atto di cicli interpersonali. Anche se può sembrare difficile, è possibile: L. alla fine si trasferì a Roma per lavoro ed M. riuscì a dire alla propria ragazza che non aveva intenzione di condividere con lei il suo appartamento.

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Bibliografia

  • In Dimaggio, G., Semerari, A. (a cura di) (2006). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazioni, cicli interpersonali. Edizioni Laterza.
  • Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R., Salvatore, G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Raffaello Cortina Editore.
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