The Young Pope, tra desiderio e immaginazione – Perché rivedere la serie culto di Sorrentino in attesa del sequel The New Pope

Non c’è nulla di pop in The Young Pope, se non il degrado della società che cerca di redimere. Domande dimenticate e animi assopiti.

ID Articolo: 168598 - Pubblicato il: 27 settembre 2019
The Young Pope, tra desiderio e immaginazione – Perché rivedere la serie culto di Sorrentino in attesa del sequel The New Pope
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Cosa cerchiamo davvero in The Young Pope? L’eccesso? Lo scandalo? Qualche segreto verosimile che appaghi le fantasie più lascive che non riusciamo a partorire? E se non ci fosse nessuno scandalo? Nessuna bomba ad orologeria pronta ad esplodere, ma solo..letteratura.

 

Messaggio pubblicitario Tutto inizia con un sogno. Una montagna di neonati nudi da cui esce il Papa. Un sogno innocente. Un sogno d’innocenza. Un sogno che fa penetrare i nostri sguardi senza mediazioni nell’intimo, nella profonda vulnerabilità di sua Santità. E dove è più libero di manifestarsi se non nel sogno, il desiderio? Fin dalla prima scena, a cui segue l’onirico primo disinibito discorso del pontefice sui maggiori tabù della Chiesa davanti ad una folla di fedeli incredula, ci troviamo ad assistere ad uno spettacolo critico: fino a che punto può spingersi il nostro desiderio? Il profondo e umano desiderio di rivelare i segreti del sacro, il desiderio di profanare il sacro.  Eppure il sacro, come ci ricorda il teologo Julien Ries ne Il simbolo, ha delle costanti, che non si possono scalfire così facilmente. Il primo di tali elementi è il simbolo appunto che, multiforme, passa attraverso la storia, forandola, come a danneggiarla per un occhio ingenuo, inetto a vedere la rilegatura che quei fori sono predisposti a metter in atto. Cos’ha a che fare allora il sacro e il suo mistero con questo Papa giovane? Di cosa è simbolo? “Blasfemo o geniale?” Questa domanda si leggeva nelle pagine di cultura di Repubblica dopo la prima messa in onda in tv. Chi è, dunque, Pio XIII?

È Lenny Belardo, per cominciare, il Papa americano della postmodernità. Un Papa che sta al limite delle convenzioni sociali. Come al limite della legge si muove il desiderio. Un Papa che per i suoi traumi infantili sembra far gola più agli psicoanalisti che ai fedeli. È infatti un Papa orfano. Un Papa che cerca disperatamente i suoi genitori. Un Papa che ricorda l’odore di una madre che non ha mai conosciuto. Perché la memoria olfattiva è la più profonda, la più radicata, come, ancor prima che la scienza ne desse le sue ragioni, aveva già provato con evidenza letteraria Proust ne La Recherche. Ma, a differenza di un’infanzia rappresentata, l’odore che Pio XIII ricorda non si materializza in nessuna rappresentazione. Resta materia prima, suggerirebbe Jung, un processo grezzo, primitivo, a cui non segue una serie di ricordi, di elaborazioni cognitive. Un processo che non conosce la serialità del senso. Un processo che si dispiega in parallelo nella complessità psichica, direbbero gli psicanalisti sperimentali di ultima generazione, come Wilma Bucci, che questi processi provano a misurarli. Provano a tradurre in numero quell’attività di referenza verbale della materia sub-simbolica, o pre-simbolica, che ci scorre dentro e con la quale non riusciamo a sincronizzarci mai del tutto. Come un orologio che si blocca ripetutamente, facendoci perdere la cognizione del tempo, che scorre ugualmente, lasciandoci un’angosciante sensazione di perdita.

The Young Pope: tra desiderio e immaginazione - Recensione (imm.1)

Immagine 1. Tratta dalla serie “The Young Pope” di Sorrentino.

Attaccamento e perdita, quindi. I temi più inflazionati di tutta la psicoanalisi, nelle sue differenti correnti. Traumi. Rimosso. Un sorriso schizofrenico. Un rebus di banale semplicità. Se non fosse che, con lo scorrere delle puntate, il terreno della psicoanalisi più ortodossa vacilli all’aprirsi di faglie, da cui sgorga bruciante luminosità. Quel sorriso psicopatico d’apertura sul viso d’un Papa bello come Gesù Cristo si cancella, muta, gradualmente in un sorriso di misericordia, che porta, attoniti, a domandarci: cosa cerchiamo davvero in questo sceneggiato? L’eccesso? Lo scandalo? Qualche segreto verosimile che appaghi le fantasie più lascive che non riusciamo a partorire? E se non ci fosse nessuno scandalo? Nessuna bomba ad orologeria pronta ad esplodere, come vorrebbe il pedofilo Kurtwell ma solo.. letteratura.. Splendida letteratura su una finitezza, quale quella umana, che si può solo narrare e che non scandalizza poi così tanto.. Lettere d’un amore lasciato prima che potesse sbocciare, un amore che ha lasciato molte domande, che spingono a scavare dentro, a struggersi l’anima, lettere d’un amore grande ma mai rimpianto, perché quell’amore non ha lasciato un vuoto cieco, ma ha aperto la porta ad un amore maggiore, l’amore di Dio.

Recalcati ha osato, quasi retoricamente, chiedersi in un articolo su Repubblica prima che la fine della serie fosse trasmessa se l’apparente marmoreo contraddittorio conservatorismo di Pio XIII non finisse per trasformarsi in poesia. Ora la metamorfosi è compiuta. Una magnifica poesia, dai versi multiformi e politematici, che esprimono la reciproca commistione di temi secolari e confessionali, come il conflittuale rapporto tra potere temporale e spirituale e la battaglia per le unioni civili. Nel suo riflesso cattolico si vede, difatti, un Papa che inasprisce esponenzialmente la distanza dagli omosessuali, o almeno così sembra. Perché Pio XIII è un Papa che prima di tutto mette alla prova, senza aspettarsi virtù. È certo delle virtù. L’opera difficile sta nel farle crescere.

Messaggio pubblicitario Penso, inoltre, che l’immagine di Lenny che Sorrentino ci dona non sia così irremovibilmente disegnata secondo una rigida estetica predefinita, ma sia un’immagine costitutivamente aperta all’immaginazione dello spettatore. Immaginazione che prosegue al di là dello schermo e si fa immaginazione attiva, come direbbe sempre Jung, ovvero si tesse in una trama personale, che proietta l’inconscio dello spettatore in una dimensione terza, un terzo analitico-estetico potremmo dire, uno spazio di creazione. Dove la religiosità, il bene e il bello danzano insieme in un complesso armonico che fa vibrare le corde dell’anima di chi s’inserisce in questa misteriosa costellazione. Perché Pio XIII, provando a rispondere alla domanda in apertura, è sì un simbolo del sacro.

Egli incarna, riprendendo Ries, quell’Homo symbolicus, che precede strutturalmente l’Homo religiosus e che l’antropologo vede come “dotato di una facoltà che lo rende capace di afferrare l’invisibile partendo dal visibile e così, grazie alla sua immaginazione, diviene creatore della cultura e delle culture.”

Così Sorrentino non mette in scena solo un cardine dell’umanità, il cardine che sostiene la religione cattolica, bensì ci mostra una porta tra culture, come dice in punto di morte il cardinal Spencer, padre spirituale di Pio XIII “Tu non sei il cardine, sei la porta”.

Sorrentino non vuole, infatti, essere né blasfemo, né tanto meno incarnare la santità. Vuole farci immaginare. Attivare un processo creativo tra sacro e divino, che non ha nulla a che fare con la fantasia, se non la parvenza di finzione. Non si definisce la fede, sebbene ci sia chi la possa proiettare. Non si definisce l’amore, sebbene ci sia chi lo possa sentire. Solo con l’immaginazione l’esperienza simbolica, come descritta da Ries, “diviene un’esperienza biologica, diviene luce e forza di creazione.” Questo fanno le opere d’arte, questo è riuscito a fare Sorrentino con il suo film, fatto a serie. Parafrasando e rivoltando come un calzino il noto saggio di Roland Barthes sulla fotografia La camera chiara, che ruota attorno ad una fotografia della madre persa in tenera età, che in modo disarmante “non sa dire ciò che dà a vedere”, Sorrentino ha provato invece a far vedere ciò che non si riesce a dire: Dio, l’uomo, l’amore.

The Young Pope: tra desiderio e immaginazione - Recensione (imm.2)Immagine 2. Tratta dal sequel “The New Pope” di Sorrentino

Non c’è nulla di pop in “The Young Pope”, se non il degrado della società che cerca di redimere. Domande dimenticate. Animi assopiti, dall’immediatezza delle immagini, dalla brama di spettacolo.

Questo è senza dubbio un film sulla crescita personale e collettiva, sul divenire se stessi attraverso il disvelamento del mistero, sull’individuazione. Eppure si ferma alla giovinezza. Dopo Jep de La Grande Bellezza, o gli stimabili Harvey Keitel e Michael Caine di Youth, infatti la vecchiaia non è più protagonista reale a discapito di una giovinezza perduta. Essa viene ritratta sullo sfondo: è il terreno di coltura, o cultura, di cui il fiore della giovinezza si nutre. Crescita che ad un certo punto si ferma inaspettatamente, forse nel codice di Sorrentino, per enfatizzare il simbolo metapoietico del Sé, non di sintesi riduttiva, bensì trasformativa della condizione umana a partire dai maggiori temi a lui cari, giovinezza e “grande bellezza”, sommati e raddoppiati a partire dal tempo della messa in scena. O forse solo perché questa è arte. E l’arte non conosce i limiti della realtà. Non conosce i limiti di Dio, dell’uomo, del mondo. Eppure riesce a metterli in mostra come un’indescrivibile, a tratti onirica, meraviglia.

 

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