Un’adolescente di 17 anni olandese si suicida

Le chiassose e noiose polarizzazioni tra i pro-vita e i pro-eutanasia offuscano la questione eticamente centrale intorno alla morte di Noa Pothoven

ID Articolo: 165787 - Pubblicato il: 06 giugno 2019
Un’adolescente di 17 anni olandese si suicida
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Al di là delle tradizioni libertarie in materia fine vita (che personalmente ed in linea generale condivido) è giusto o meno concedere la possibilità di scelta, e di questo genere di scelta, ad una persona con problematiche psicologiche severe e soprattutto minorenne? 

Luigi D’Elia

Ne abbiamo sentito parlare in questi giorni. Questa notizia, nella sua ordinaria drammaticità, assume un particolare e fastidioso clamore per una serie di ragioni incrociate:

1. Viene diffusa nella stampa italiana in modo impreciso lasciando passare l’idea di un’approvazione, mai avvenuta, dello Stato olandese.

2. Si suicida, a quanto pare, con il consenso della famiglia, annunciando e rendendo pubblico il proprio suicidio.

3. Si suicida, lasciandosi morire per inedia, perché sofferente di alcune psicopatologie che le rendono difficile, anzi impossibile, la vita: disturbo, post traumatico, anoressia in cima a tutte.

Messaggio pubblicitario Come succede spesso, il rumore dovuto a questo clamore mediatico, con le prevedibili, chiassose e noiose polarizzazioni tra i pro-vita e i pro-eutanasia, offusca la questione eticamente (almeno a mio parere) centrale. E cioè: al di là delle tradizioni libertarie in materia fine vita (che personalmente ed in linea generale condivido) è giusto o meno concedere la possibilità di scelta, e di questo genere di scelta, ad una persona con problematiche psicologiche severe e soprattutto minorenne?

Perché la società non concede la stessa possibilità di decidere riguardo altre forme di responsabilità civile e sociale ad esempio riguardo al voto, oppure all’imputabilità di molti reati, e invece dovrebbe farlo per una decisione del genere? Essere minori è ancora un discrimine socialmente condiviso? E perché dovrebbe esserlo o non esserlo?

Ed ancora, una persona minorenne e parte di un sistema sofferente (visto che la famiglia ha rinunciato ad opporsi alla sua scelta, qualcuno sostiene che l’approva) è in grado di stabilire se la propria condizione non ha alcun futuro? Quale clinico in scienza e coscienza è oggi in grado di sostenere che a 17 anni (17 anni!) una persona, seppure gravemente sofferente, non ha alcun futuro? Quale scelta etica risiede dietro la decisione di rinunciare a tentare le strade della cura dopo solo pochi anni di tentativi?

Mi domando se il problema che questo terribile caso solleva non sia anche e soprattutto, ma in maniera del tutto inconscia, il costo sociale di questi tentativi. Fare ulteriori tentativi di cura è a volte estenuante e ingrato di risultati, richiede risorse economiche, umane, a volte immense. Forse dovremmo cominciare anche a pensare che il peso sociale è un’ulteriore variabile, neanche secondaria, da considerare in certe decisioni. Una sorta di autoeliminazione stile lemmings per ridurre l’impatto eco/logico/nomico sul proprio ambiente della propria difficile condizione.

Ma il punto ancor più rilevante che sia una minorenne a imporre una decisione sul proprio suicidio, facendolo assomigliare il più possibile ad una eutanasia, non è dettaglio secondario, anzi, pone a livello etico e sociale la questione come centrale.

Oltre a considerare la stessa scelta di un suicidio, e per di più esibito, un fatto totalmente spiazzante, ciò che più di ogni altra cosa questo episodio solleva è la saldatura, a mio parere impropria (almeno in questo caso) tra determinazione di una adolescente, avallo, attivo o passivo, della famiglia, e cultura del diritto alla morte.

Messaggio pubblicitario Se un’adolescente è in grado di con-vincere tutti al proprio suicidio, dove possiamo collocare il confine tra mondo adulto e mondo adolescenziale? Dove risiede il concetto di tutela e protezione di un mondo sull’altro? Qual è il confine tra legittima autodeterminazione di una ragazzina a scegliere per sé e responsabilità del mondo adulto nel proteggerla da decisioni autolesive? Qual è il confine tra il rischio di scivolamento in prassi biopolitiche disciplinari e autoritarie di foucaultiana memoria e doverosa responsabilità vicaria verso un minore?

Sembrerebbe proprio che questa famiglia si sia dovuta rassegnare alla decisione della figlia dovendo riconoscersi implicitamente impotente, lei con tutti il mondo adulto, nell’offrire alternative credibili e altre possibili risposte. Il tutto dentro una cornice sociale, quella olandese, che tradizionalmente approva l’autodeterminazione al fine vita che, intendiamoci, in se stessa è una cosa sacrosanta, ma che in questo caso mostra il fianco ad una evidente falla ideologica.

La società e il mondo degli adulti hanno di fatto risposto a questa adolescente rinunciando ad assumersi la responsabilità vicaria, la responsabilità di un adulto verso una figlia che promette e mantiene la possibilità di una vita vivibile, mistificando un preteso diritto di autodeterminazione come foglia di fico di un’impotenza e un’irresponsabilità a garantire ad ella un futuro almeno decente.

Ma se i minori possono autodeterminarsi su tutto, ne consegue che gli adulti, come categoria della mente e del sociale, non solo non servono più a nulla, ma di fatto si dimettono da se stessi e rinunciano collusivamente a garantire alcunché ai loro figli.

Già qualche sentore di questa “dimissione” degli adulti dalle proprie funzioni lo avevamo avuto osservando le recenti difficoltà di transito nei passaggi dei cicli vitali delle ultime generazioni, ma anche osservando la diffusione su larga scala delle dinamiche di partnership emotiva tra le generazioni, con genitori sempre più fragili e emotivamente esposti e sempre più appiattiti sui registri affettivi dei figli e di fatto omologati ad essi per la maggior parte dei loro bisogni. Un miasmatico appiattimento intergenerazionale socialmente assistito.

La scena di questo suicidio socializzato diventa perciò una scena distopica e angosciante alla quale nessuno di noi, ancora residualmente e orgogliosamente adulto, può sottrarsi, e rischia di annunciare un preoccupante e peggiorativo cambiamento di rapporto tra mondi adulti e mondi infantili e adolescenti.

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Bibliografia

Un articolo di:  Luigi D’Elia

Psicologo, Psicoterapeuta, Gruppoanalista, Roma (www.psicologoaurelio.it )
Professore a contratto di Psicologia Sociale presso Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazioni – Università San Raffaele.
Ideatore del progetto www.psicoterapia-aperta.it per l’accesso sociale alla psicoterapia.

 

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