Non dimentichiamoci dell’odore: questione di genere

Uno studio sui topi ha dimostrato che la ketamina ha proprietà antidepressive, ma solo se la somministrazione viene effettuata da un uomo.

ID Articolo: 150342 - Pubblicato il: 12 dicembre 2017
Non dimentichiamoci dell’odore: questione di genere
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La ketamina funziona come antidepressivo sui topi solo se somministrata da ricercatori maschi.
Uno studio di Georgiou, presentato alla società di Neuroscienze (SfN) a Washington e pubblicato su Nature Methods, ha mostrato come l’esposizione a ricercatori di genere maschile e non femminile produca l’attivazione dell’azione antidepressiva della ketamina nei topi.

 

Le proprietà antidepressive della ketamina

Messaggio pubblicitario La neuroscienziata Polymnia Georgiou dell’Università del Maryland si è trovata inconsapevolmente ad approfondire il mistero degli effetti della ketamina, che ha importanti proprietà antidepressive, sul cervello; infatti nel 2015 un suo collega di laboratorio maschio le chiese di continuare un protocollo di ricerca, chiamato “forced swim-test”, per testare gli effetti antidepressivi della ketamina sul cervello dei topi.

Gli studi sulla ketamina sono sempre più numerosi in quanto questa sostanza psicoattiva ha potenzialità antidepressive che possono essere attive sui network cerebrali già poche ore dopo la sua somministrazione pertanto può essere utilizzata in ambito terapeutico con le forme di depressione più severe e in cui è presente una forte componente suicidaria (Gao, Rejaei & Liu, 2016).

La ricercatrice mise in atto minuziosamente l’intero protocollo iniettando nei topi sani la ketamina e immergendoli poi in una vasca piena di acqua per misurare quanto tempo avrebbero impiegato nuotando prima di arrendersi e chiedere aiuto ad altri topi presenti nella medesima vasca.

Nei precedenti esperimenti condotti dalla stessa equipe e che usavano lo stesso protocollo, i ricercatori, tra i quali erano presenti anche uomini, avevano osservato che il gruppo dei topi al quale erano stati somministrati antidepressivi tendeva a nuotare per più tempo e più velocemente rispetto al gruppo di topi non trattati farmacologicamente.

Tuttavia nel portare avanti l’esperimento del collega, la ricercatrice Georgiou notò che i topi trattati con la ketamina non nuotavano più nelle stesse modalità osservate nell’esperimento precedente; quindi si rese conto che l’effetto antidepressivo della ketamina si attivava soltanto quando la sostanza veniva somministrata ai topi da ricercatori di genere maschile.

L’odore e il cervello

Questi sorprendenti risultati portarono l’equipe di ricercatori guidati dalla Georgiou ad approfondire l’argomento e a ritenere che l’odore emanato dai ricercatori stessi potesse essere coinvolto e potesse determinare lo strano effetto osservato.

Per poter dimostrare il coinvolgimento dell’odore nell’attivazione degli effetti antidepressivi della ketamina, l’equipe di ricerca decise di inserire i topi, al momento della somministrazione della sostanza e prima di immergerli nella vasca, sotto un telo intriso di un fumo con un odore molto forte per evitare così che gli animali potessero avvertire l’odore dei ricercatori.

Questo stratagemma determinò l’eliminazione dell’effetto antidepressivo della ketamina senza che vi fosse il coinvolgimento dell’odore dei ricercatori di genere maschile.

Per cui i topi a cui era stata somministrata la ketamina non nuotavano più velocemente e tendevano ad arrestarsi come i topi a cui era stato somministrato il placebo.

Al contrario nella condizione in cui sotto il telo, accanto ai topi, veniva posta una t-shirt indossata da un uomo, si osservò l’effetto antidepressivo della ketamina nei topi iniettati con la sostanza, che nuotavano più velocemente e per più tempo rispetto ai topi con il placebo.
Questo fece concludere che l’odore dei ricercatori di genere maschile fosse necessario per l’azione della ketamina.

L’equipe di Georgiou ripeté l’esperimento con altri tipi di antidepressivi per osservare se tale effetto potesse essere generalizzato anche ad altri farmaci ma osservò che il genere dei ricercatori non era così influente sugli effetti dei farmaci.
Pertanto i ricercatori sospettarono che l’effetto antidepressivo soltanto della ketamina fosse il risultato di una specifica interazione tra questa e l’odore dell’uomo nel cervello dei topi (Zanos & Georgiou, 2016).

Altre evidenze (Sorge et al., 2014) suggerivano come il genere dei ricercatori potesse influire anche su esperimenti comportamentali, non soltanto su quelli coinvolgenti la ketamina.

Nello studio condotto da Sorge e colleghi (2014) infatti si dimostrò che i topi che erano esposti ad un forte stress rispondevano al dolore con meno frequenza quando erano i ricercatori maschi a sottoporli ad uno shock, come se la vicinanza dei topi a “stimoli di genere maschile” inducesse una più robusta risposta analgesica.

Messaggio pubblicitario È bene precisare che questi risultati sono preliminari e che altri studi dovranno essere fatti per indagare più nel dettaglio gli effetti del genere maschile sulla ketamina e sul cervello dei topi” afferma Adrienne Betz, neuroscienziata comportamentale all’università di Hamden, Connecticut.

Si ritiene che queste ricerche pocanzi illustrate siano importanti da considerare in quanto mettono in luce come negli esperimenti scientifici fatti sia per indagare gli effetti dei farmaci sul cervello degli animali sia per studiare i loro comportamenti, vi siano altre variabili, molto spesso non indagate e trascurate ma altrettanto cruciali, che possono in qualche modo influenzare gli esiti della ricerca stessa e la riproducibilità degli esperimenti.

A detta di Todd Gould, neuroscienziato dell’università del Maryland: “i ricercatori che studiano gli effetti dei farmaci psicoattivi sul comportamento degli animali dovrebbero riportare nelle loro pubblicazioni il genere dei partecipanti all’equipe di ricerca per poter assicurare che altri laboratori possano poi avere tutte le informazioni necessarie per replicare lo studio, in quanto ci sono molte variabili intervenienti, come l’odore, ancora sconosciute che possono influire sui risultati della ricerca”.

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