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I disturbi neurocognitivi come segnale precoce per la schizofrenia: una possibile prevenzione

Uno studio ha dimostrato come i sintomi neurocognitivi spesso precedano l'insorgenza della schizofrenia nella fase prodromica.

ID Articolo: 141273 - Pubblicato il: 22 novembre 2016
I disturbi neurocognitivi come segnale precoce per la schizofrenia: una possibile prevenzione
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Uno studio condotto da un gruppo di psicologi del “Beth Israel Deaconess Medical Center” (BIDMC), ha scoperto che, in una fase precedente alle manifestazioni psicotiche, che chiameremo “fase prodromica”, questi sintomi neurocognitivi sarebbero già evidenti.

Col termine “schizofrenia” indichiamo un disturbo psicotico che implica disfunzioni cognitive, comportamentali ed emotive. Secondo la classificazione del DSM 5, la sintomatologia associata a questa condizione prevede, per una parte di tempo significativa durante il periodo di un mese, la presenza di due o più dei seguenti sintomi: deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento disorganizzato o catatonico, sintomi negativi (appiattimento emotivo o affettivo). Per avere una diagnosi vera e propria di schizofrenia, deve essere sempre presente almeno uno dei primi tre sintomi elencati e la condizione descritta deve durare per un periodo di almeno sei mesi, in cui, come visto in precedenza, un mese di sintomi sopracitati e gli altri mesi che comprendono sintomi prodromici o residui. Inoltre il quadro patologico deve compromettere in modo marcato il livello di funzionamento del soggetto in una o più aree (lavoro, relazioni, cura di sé ecc.).

Si tratta dunque di una problematica pervasiva, che, benché sia conosciuta a causa dei sintomi più francamente psicotici come allucinazioni e deliri e nell’immaginario comune sia a loro associata, in realtà risulta essere caratterizzata anche da deficit neurocognitivi cronici, come problemi di memoria e di attenzione.

 

Lo studio

Messaggio pubblicitario Uno studio condotto da un gruppo di psicologi del “Beth Israel Deaconess Medical Center” (BIDMC), ha scoperto che, in una fase precedente alle manifestazioni psicotiche, che chiameremo “fase prodromica”, questi sintomi neurocognitivi sarebbero già evidenti. I risultati potrebbero essere utili per stabilire dei segnali che consentirebbero di evidenziare la possibile presenza della malattia fin dalle fasi precoci, ed eventualmente elaborare degli interventi per mitigare la manifestazione dei disordini psicotici e incrementare le funzioni cognitive.

I metodi

Nella ricerca, condotta in quattro anni da Seidman et al. all’interno di otto università di Stati Uniti e Canada su pazienti esterni, sono stati confrontati 689 uomini e donne classificati come “ad alto rischio clinico” (CHR) di sviluppare psicosi, con 264 uomini e donne classificati come gruppo di controllo (HC). Ad entrambi i gruppi sono stati somministrati 19 test standard che valutavano le funzioni esecutive, le abilità visuospaziali, l’attenzione, la working memory, le abilità verbali e la memoria dichiarativa. Negli anni successivi gli stessi soggetti sono stati monitorati per l’eventuale sviluppo di patologie dello spettro psicotico.

E’ stato dimostrato che il gruppo ad alto rischio aveva punteggi significativamente più bassi rispetto al gruppo di controllo in tutti i 19 test. Inoltre, all’interno del gruppo CHR, coloro i quali avrebbero successivamente sviluppato una patologia dello spettro psicotico avevano performance significativamente peggiori degli altri soggetti ad alto rischio ma senza il successivo sviluppo di disordini psicotici.

Le funzioni neurocognitive

Secondo i ricercatori, le due funzioni neurocognitive chiave danneggiate nei soggetti ad alto rischio, nella fase prodromica della malattia, sarebbero la working memory e la memoria dichiarativa.
Il danneggiamento di queste abilità, secondo Seidman, sarebbe corrispondente alle difficoltà riferite da molti soggetti affetti da schizofrenia, che riporterebbero difficoltà di concentrazione, nella lettura, o nella rievocazione di materiale mnemonico nei giorni precedenti all’insorgenza.

Seidman sostiene che, benché nella nostra cultura siano allucinazioni e deliri a rendere paurosa una malattia come la schizofrenia, in realtà circa l’80% delle persone che ne sono affette non è in grado di far fronte alla vita quotidiana o di proseguire un percorso lavorativo o scolastico proprio a causa dei disturbi della sfera neurocognitiva.

I soggetti possono sentire le voci e funzionare comunque abbastanza bene, ma essi non riescono a funzionare praticamente per nulla quando le loro funzioni cognitive sono compromesse. Il nostro gruppo sta testando una serie di rimedi di tipo cognitivo e dei trattamenti di miglioramento per determinare il loro ruolo nell’evoluzione della malattia. Esiste più di un’evidenza del fatto che interventi precoci riducano il numero di persone che arrivano alla schizofrenia.
dichiara il ricercatore.

Gli sviluppi della ricerca

Messaggio pubblicitario Questo studio ha costituito la seconda fase del NAPLS (North American Prodrome Longitudinal Study), un consorzio di ricerca formato nel 2003 allo scopo di focalizzarsi sull’intervento precoce e sulla prevenzione della schizofrenia. I ricercatori del NAPLS hanno potuto identificare, attraverso i propri dati, individui ad alto rischio per lo sviluppo di un disturbo psicotico e i fattori biologici associati alle psicosi, risultati che hanno portato il gruppo, capeggiato da ricercatori dell’università di Yale, a pubblicare un “calcolatore di rischio” che potrebbe aiutare i professionisti a “prevedere” l’eventuale evoluzione a psicosi di soggetti a rischio.

Un significativo numero di persone riesce a continuare o a ritornare a lavoro e a scuola. Questo approccio, che prevede un intervento rapido, sta dando alle persone più speranze, ed è questo ciò che conta davvero.
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