Relazione madre-figlio: l’interdipendenza nel legame d’attaccamento

Osservando l’ allattamento, il Transport Response e il pianto, si può notare come la relazione madre-figlio sia interdipendente e biologicamente basata

ID Articolo: 122836 - Pubblicato il: 09 settembre 2016
Relazione madre-figlio: l’interdipendenza nel legame d’attaccamento
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Ricerche hanno dimostrato che i più piccoli hanno un ruolo attivo nella relazione madre-figlio grazie ad una dotazione genica, ovvero a schemi di comportamento innati, efficaci sin dalla nascita a promuovere vicinanza e contatto con la madre. Data questa osservazione, l’ attaccamento può essere considerato come una motivazione primaria del bambino.

Sara Bocazza – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi Bolzano

 

Madre e bambino hanno entrambi un ruolo attivo nell’instaurare una relazione: essi sono alla costante ricerca di interazione, in particolar modo nelle prime fasi di sviluppo. Tale interazione è molto importante, in quanto influenza lo sviluppo emotivo, cognitivo e la personalità adulta dell’infante.

Come ogni altro tipo di interazione, le distinte attività dei partecipanti devono coordinarsi tra di loro, ed è quindi necessario il contributo di entrambi per la buona realizzazione della stessa. Contrariamente a quanto si potrebbe comunemente pensare, anche il neonato fin dalla nascita non dipende completamente dalla madre, ma ha un ruolo attivo nell’intraprendere e mantenere la relazione madre-figlio.

Vedremo in questo articolo come recenti studi abbiano dimostrato la presenza di meccanismi fisiologici innati, biologicamente basati e reciproci che si attivano in maniera automatica nella madre, che risponde ai segnali del piccolo ma anche nel bambino che richiama la sua attenzione e vicinanza.

In particolare, dopo una breve introduzione sul tema dell’attaccamento madre-bambino e le relative teorie si parlerà di allattamento, Transport Response e del pianto, in quanto essi mettono in evidenza il ruolo attivo di entrambe le parti della diade.

 

 

Introduzione: l’ attaccamento e le teorie dell’ attaccamento

Uno dei principali oggetti di studio della psicologia dello sviluppo è la capacità di creare relazioni e, il focus principale riguarda il primo legame affettivo del bambino ossia quello con la propria madre.

La relazione madre-figlio è essenziale dal punto di vista evolutivo in quanto salvaguarda la sopravvivenza del cucciolo e la conservazione della specie in generale per tutta la categoria dei mammiferi, ed è inoltre necessaria all’individuo umano, in quanto struttura un pattern di relazione sociale che potrà essere adattato nelle fasi successive dello sviluppo all’interazione con gli altri membri della stessa specie.

L’autore che maggiormente si è occupato della relazione madre-figlio è stato J. Bowlby (1969,1973,1980) nonché il padre fondatore della teoria dell’attaccamento, il quale definì scientificamente con il termine di attaccamento il legame, emotivamente significativo per entrambe le parti della diade e di lunga durata, che si instaura tra un bambino e la propria madre sulla base di scambi interattivi reciproci, costituito da un insieme di comportamenti mirati a mantenere la prossimità verso una persona specifica che viene riconosciuta in grado di gestire adeguatamente la situazione in atto.

L’attaccamento possiede la caratteristica di essere selettivo, implica la ricerca di vicinanza con l’oggetto di attaccamento, fornisce benessere e sicurezza come risultato della vicinanza con l’oggetto di attaccamento e quando il legame viene interrotto e la prossimità non può essere raggiunta, si produce uno stato di angoscia da separazione. Inoltre, fornisce una base sicura dalla quale il bambino può allontanarsi per esplorare il mondo e farvi ritorno.

Il termine attaccamento viene distinto da Bowlby (1988) da quello di comportamento di attaccamento: l’autore sosteneva che, l’avere un attaccamento significa essere fortemente portati a ricercare la vicinanza con qualcuno, soprattutto in situazioni specifiche e che tale disposizione è un attributo della persona, che cambia solo lentamente nel tempo e non è influenzato dalla situazione momentanea, mentre, con comportamento di attaccamento, si intendono tutte quelle forme di comportamento che una persona mette in atto per ottenere la prossimità che desidera.

Il comportamento di attaccamento è mediato, in base all’età, da diversi apparati: percettivo (orientamento visivo), efferente e di segnalazione (ad esempio il pianto).

Malgrado la formazione psicoanalitica di Bowlby, la sua teoria si discosta dalla psicoanalisi, la quale offriva due diverse descrizioni della relazione madre-figlio, ovvero il modello pulsionale di Freud e la teoria di M. Klein. Brevemente, secondo la teoria di Freud chiamata teoria dell’amore interessato, di tipo pulsionale, la relazione madre-figlio è vista come libido o energia fisica: il bambino si “attacca” alla madre in quanto essa, avendo la funzione di nutrice, gratifica i suoi bisogni orali. Se essa è assente, la tensione del bambino incrementa in quanto la libido non viene scaricata e il bambino la percepisce come angoscia (Freud, 1938).

Nella teoria Kleiniana, le pulsioni di cui Freud parlava, appaiono legate indissolubilmente a un oggetto: secondo l’autrice il primo oggetto con cui il bambino instaura una relazione è il seno materno, che il bambino può idealizzare attribuendo allo stesso piacere e amore (seno buono) oppure trasformarlo in un oggetto che porta dolore o angoscia (seno cattivo) in funzione del comportamento dell’oggetto verso il bambino.

In base a quanto vengono soddisfatti i suoi bisogni, il bambino potrà stabilire buoni rapporti con la madre mentre, la presenza di frustrazioni orali farà percepire il rapporto come negativo (M. Klein, 1932).

Ricerche successive hanno però dimostrato che il bambino ha un ruolo attivo nell’instaurare una relazione grazie ad una dotazione genica, ovvero a schemi di comportamento innati, efficaci sin dalla nascita a promuovere vicinanza e contatto con la madre. Data questa osservazione, l’attaccamento può essere considerato come una motivazione primaria del bambino, nonché un suo bisogno primario e non più una conseguenza del soddisfacimento di bisogni alimentari o fisici (Lis et al., 1999).

Messaggio pubblicitario L’importanza di altre variabili quali la vicinanza e il contatto fisico con la madre, a scapito della soddisfazione dei bisogni primari come ad esempio la fame è stata proposta da Bowlby grazie agli studi di altri due importanti studiosi: l’etologo Konrad Lorenz e lo psicologo Harry Harlow. Lorenz (1935), con la scoperta del fenomeno dell’imprinting nei pulcini, ha dimostrato come i piccoli tendono a mantenere un contatto visivo e uditivo con il primo oggetto cospicuo con cui fanno esperienza subito dopo la schiusa dalle uova (solitamente la madre) a prescindere dal bisogno di nutrizione: ciò è dimostrato sia dal fatto che queste specie di animali sono in grado di cibarsi autonomamente sin dalla nascita sia perché il comportamento si manifesta indipendentemente anche da qualunque altro tipo di ricompensa convenzionale (Bowlby, 1989). Harlow (1958), grazie agli studi sulle scimmie Rhesus, ha dimostrato come i piccoli passassero più tempo in corrispondenza di una madre calda e morbida ma che non fornisce cibo, rispetto a una madre fredda e metallica che invece lo fornisce.

Sia dagli esperimenti di Lorenz che da quelli di Harlow, emerge quindi che, altre due necessità, anch’esse geneticamente programmate così come lo è il bisogno di nutrimento, spingono il cucciolo a ricercare ininterrottamente la vicinanza e il contatto fisico con la figura di attaccamento primario: il bisogno di protezione dai predatori e dai pericoli esterni con lo scopo di garantire il benessere e la sopravvivenza della specie e la sicurezza, rispettivamente funzione biologica e psicologica dell’attaccamento.

 

 

La relazione madre-figlio negli esseri umani

Nella specie umana, i bambini nascono in uno stadio di sviluppo meno avanzato rispetto ad altri animali, pertanto nei primissimi mesi, sono le madri a contribuire notevolmente a far sì che i piccoli rimangano vicini: siccome appunto il piccolo non è in grado di aggrapparsi, esse lo sorreggono offrendo in questo modo un contatto fisico, che fornisce a sua volta calore e affetto. Numerosi studi hanno evidenziato che questo contatto fisico (carezze, abbracci ect.) contribuisce, sin dalla nascita, allo sviluppo di attività come la respirazione, la vigilanza, le difese immunitarie, la socievolezza e il senso di sicurezza essenziali per un regolare sviluppo sessuale oltre che per la salute mentale del piccolo (Anzieu, 1985). Altro effetto sul funzionamento corporeo della relazione madre-figlio, dovuto al contatto fisico, è l’aspetto di termoregolazione: una madre riesce a mantenere la temperatura corporea del suo piccolo al pari di apparecchi da riscaldamento altamente tecnologici, nel momento in cui il figlio nudo ed asciutto viene posizionato pelle a pelle sul suo petto (Christensson, 1992).

Per quanto riguarda il bambino, seppur non abbia la capacità motoria di avvicinarsi alla madre o mantenersi presso di essa, viene al mondo dotato di numerosi strumenti che, fin dalla nascita, hanno la funzione di mostrare certi segnali differenziati che inducono in modo peculiare particolari tipi di risposta da parte di chi li cura: i più evidenti sono il pianto e il sorriso (Schaffer, 1998). Queste due forme di comportamento, che hanno l’effetto di far avvicinare la madre al bambino, vengono raggruppate da Bowlby, nella classe dei “comportamenti di segnalazione” in cui possiamo trovare anche altri comportamenti quali il richiamo e tutti i gesti classificabili come segnali sociali.

Tutti questi comportamenti vengono emessi dal bambino in circostanze diverse: il pianto può essere suscitato da svariate condizioni, quali ad esempio la fame, il dolore e la separazione dalla madre. Il sorriso, come anche la lallazione, si manifesta invece in situazioni diverse, ossia quando il bambino è contento, non ha fame né prova dolore. Nonostante il sorriso non susciti nella madre l’azione del proteggere, nutrire o confortare, esso fa comunque sì che ella risponda, parlando al bambino accarezzandolo o prendendolo in braccio, garantendo dunque stabilità alla relazione madre-figlio. Il sorriso funge anche da rinforzo per la madre in quanto tende a far aumentare la probabilità che in futuro ella risponda ai segnali del proprio bambino in modo pronto e tale da favorire la sua sopravvivenza. L’altra classe di comportamenti individuata da Bowlby è quella dei ‘comportamenti di accostamento’, in cui rientrano l’aggrapparsi, il seguire e il raggiungere il genitore che hanno la funzione di avvicinare il bambino alla madre. Tali comportamenti tuttavia possono essere effettuati dal bambino solamente una volta che egli ha raggiunto un certo livello di sviluppo motorio.

Come abbiamo appena potuto notare quindi, entrambe le parti della diade nella relazione madre-figlio svolgono ruoli attivi nell’ambito della loro relazione. Studi recenti, hanno dimostrato la presenza di determinati meccanismi fisiologici che permettono al bambino di richiamare, in maniera quasi automatica, l’attenzione della madre (o caregiver) che a sua volta ha meccanismi fisiologici per cui, sempre automaticamente, le consentono di rispondere ai richiami e ai segnali del bambino.

È molto interessante notare, che oltre a basarsi su meccanismi fisiologici attivi sia nella madre che nel bambino l’evoluzione ci ha modellato in maniera che tali meccanismi si reciprochino a vicenda e, esempi di ciò sono: l’allattamento, il Transport Response e il pianto.

 

Relazione madre-figlio nell’allattamento

Il bisogno di nutrizione è un bisogno primario per tutti gli esseri viventi. L’evoluzione dei mammiferi ha dotato le madri, e solo queste, del meccanismo fisiologico che permette loro di produrre il latte (il quale si adatta perfettamente alle esigenze nutritive del piccolo) e fornire le risorse necessarie al proprio bambino (Mogi, 2010).

Anche il bambino però viene al mondo dotato del meccanismo reciproco che gli consente di nutrirsi del latte materno, alimento specie-specifico (American Academy of Pediatrics, 2005) che soddisfa completamente i suoi bisogni nutrizionali nei primi sei mesi di vita, favorisce un corretto sviluppo delle strutture facciali e dei denti (Devis et al., 1991), lo protegge da infezioni e allergie (Garofalo, 1999) nutrendo, oltre al corpo, anche la psiche, facendo così nascere il bisogno di relazionarsi con la madre (Buchal, 2011) e permettendo l’instaurarsi di una profonda regolazione emotiva di soddisfazione tra madre e bambino (Casacchia, 2012).

L’allattamento si basa principalmente su due riflessi: uno del bambino, la suzione, e uno della madre, quello di produrre il latte; questi due riflessi, apparentemente semplici, messi assieme fanno un comportamento altamente specifico, altamente complesso ma soprattutto altamente funzionale al bisogno del bambino e alla relazione madre-figlio. Il seno della madre si modella già a partire dalla gravidanza e la produzione di latte comincia a partire dal parto.

Questo processo è regolato anche a livello ormonale: dopo il parto, c’è un’impennata dei livelli di prolattina (l’ormone che regola la produzione di latte), il cui rilascio, dalla parte anteriore dell’ipofisi è causato dalla suzione del bambino. L’emissione di latte è invece dovuta a un altro ormone, l’ossitocina, il cui rilascio, dalla parte posteriore dell’ipofisi (Mogi, 2011) può essere provocato sia dalla suzione del bambino che dalla semplice vista o pensiero del piccolo da parte della madre (Jerris, 1993). L’allattamento, offre molti vantaggi a entrambe le parti coinvolte: considerando solo quelli psicologici, possiamo notare che: riguardo al bambino, è stato dimostrato da studi recenti che esiste una correlazione positiva tra le variabili allattamento al seno e quoziente intellettivo (QI) del bambino mentre altri studi di tipo osservazionale, confermando tali risultati, mostrano come bambini allattati al seno rispetto bambini allattati artificialmente abbiano un miglior sviluppo neurocognitivo; riguardo alla madre il vantaggio è quello per cui l’allattamento le permette di aumentare l’ empowerment  e la fiducia in sé stesse oltre ad essere l’antagonista della depressione port-partum (Bisceglia et al., 2010); vantaggio per entrambi è il rinforzarsi del loro legame e lo stabilire un vincolo affettivo importante per tutta la vita.

 

 

Il Transport Response

Il Transport Response (TR), studiato attraverso tecniche comparative tra specie diverse, riguarda la capacità del bambino (o cucciolo animale) di adattarsi al trasporto materno. Questo fenomeno è stato osservato inizialmente da Eibl-Eibesfeldt nel 1951, quando notò che prendendo un topino con un dito nella parte dorso-laterale del corpo esso assumeva una specifica postura, caratterizzata da estensione e adduzione di entrambe le zampe anteriori verso il corpo e una flessione delle zampe posteriori e della coda verso il corpo. Il topo, durante la presa, rimaneva inoltre fermo e passivo. Questa regolazione posturale venne studiata sperimentalmente in laboratorio con il nome di Transport Response da Brewster e Leon (1980).

Questi autori confermarono che il topo assumeva la specifica posizione compatta sopra descritta e ne studiarono il valore ecologico. Il Transport Response si verifica in una precisa finestra temporale: finché il topino è piccolo, la madre lo può afferrare ovunque per spostarsi da un posto all’altro ed egli può permettersi di muoversi anche durante il trasporto. Tuttavia, dall’ottavo/nono giorno, il cucciolo inizia a divenire pesante e siccome ancora cieco, deve affidarsi completamente alla madre e facilitarla nel trasporto restando fermo. La sua risposta, automatica, è elicitata dalla madre, la quale lo afferra con i denti proprio nella zona dorso-laterale. Gli autori notarono infatti che, il gruppo di topini a cui era stata anestetizzata questa parte non erano in grado di esibire il Transport Response e ciò si rivelava pericoloso, in quanto se il cucciolo era abbastanza grande e pesante la madre si trovava in difficoltà, rallentando, inciampando spesso nel piccolo e rischiando di cadervici sopra o ferirlo.

Il Transport Response, diminuisce gradualmente per estinguersi poi del tutto al diciottesimo giorno, quando il cucciolo è indipendente. Tale risposta è quindi messa in atto dal cucciolo nel periodo in cui è abbastanza pesante ma non ha la motricità sufficiente per muoversi autonomamente. Il significato funzionale di questo comportamento è quello di facilitare la madre nel trasporto e garantirsi una maggior probabilità di sopravvivenza.

Anche nell’uomo è possibile trovare il Transport Response: allo stesso modo in cui il riflesso di suzione reciproca il riflesso della madre di produzione del latte nel corso dell’allattamento, nel Transport Response, il trasporto della madre (che può avvenire per esempio quando il bambino piange e la madre automaticamente lo prende in braccio e cammina), è reciprocato dalla risposta del bambino. Già a partire dalla presa in braccio, sia la madre che il bambino mettono appunto automaticamente una serie di aggiustamenti posturali che gli permettono maggiore confort: la madre solitamente poggia il bambino sull’anca, così che il peso di quest’ultimo viene distribuito su avambraccio e anca; il bambino a sua volta, quando viene sollevato flette e divarica le gambe (Kirkilionis,1992;1997). Tale posizione del piccolo sul fianco della madre è anche benefica per lo sviluppo dell’anca (Kirkilionis, 2001).

Altra risposta del bambino, che si verifica una volta che egli si trova in braccio alla madre che cammina, è quella di smettere di piangere, almeno nella maggior parte dei casi, riuscendo addirittura ad addormentarsi. Gli effetti calmanti sul bambino dovuti all’essere preso in braccio sono una questione nota agli adulti di tutte le culture, ma attualmente ne sono stati studiati anche i meccanismi fisiologici e neuronali che stanno alla base del fenomeno: nell’esperimento di Esposito et al. (2013) è stato dimostrato come il battito cardiaco del bambino che piangeva diminuiva improvvisamente nel momento in cui la madre si alzava tenendolo in braccio per cominciare a camminare. Quando la madre tornava a sedersi, il battito cardiaco tornava a crescere nuovamente e ricomparivano inoltre i movimenti volontari e il pianto. Questo pattern di comportamento è visibile fino ai sei/sette mesi, in quanto dopo tale periodo il bambino non ha più bisogno di una stimolazione motoria e vestibolare per calmarsi bensì di una stimolazione sociale.

Gli autori notarono inoltre che, nel caso il bambino in braccio durante il trasporto continuasse a piangere, il battito cardiaco diminuiva. Inoltre, analizzando le componenti acustiche del loro pianto si scoprì anche che la frequenza fondamentale del pianto diminuiva. La frequenza fondamentale è un indicatore che più è alto, più acuto e disagevole risulta essere il pianto. Questo studio è riuscito così a dimostrare, per la prima volta, che il tranquillizzarsi del bambino in risposta al trasporto materno è un set coordinato di regolazioni di tipo centrale, motorio e cardiaco ed è una componente che si è conservata nella relazione madre-figlio di tutti i mammiferi. Il significato funzionale di questa risposta cooperativa del piccolo umano (e non) è sempre quello di garantirsi maggior sopravvivenza.

Altro comportamento, che si reciproca nella relazione madre-figlio, anch’esso importante evolutivamente parlando, come lo sono gli altri due di cui abbiamo discusso sopra, necessario, a garantire protezione e benessere al bambino, è il pianto.

 

Relazione madre-figlio: il ruolo del pianto

Il pianto del bambino è il primo canale comunicativo che il bambino ha a disposizione alla nascita, per segnalare i propri bisogni e comunicare con l’ambiente esterno (Esposito e Venuti, 2009). Esso è un comportamento sociale con un importante ruolo nello sviluppo del bambino, guidato da fattori geneticamente predeterminati in grado di elicitare reazioni fisiologiche negli adulti quali ad esempio un incremento del battito cardiaco (Huffman et al., 1998) e risposte endocrine (Fleming et. al., 2005).

Un episodio di pianto è uno stimolo in grado di attivare il Sistema Nervoso Centrale sia del bambino che lo produce, sia dell’ascoltatore, creando uno stato di attenzione reciproca (Esposito e Venuti, 2009). Inoltre, rappresenta una ‘sirena biologica’ che, operando in larga misura come un rinforzo negativo (Barr et al.,2006; Soltis, 2004), riesce a modificare e attivare lo stato funzionale dei genitori, promuovendo prossimità e contatto con essi e in particolar modo con la madre, attivando il suo comportamento (Bell and Ainsworth, 1972) e motivandola a rispondere prontamente e in maniera adeguata nutrendo il piccolo, proteggendolo o confortandolo (Venuti e Esposito, 2007).

Il pianto si è evoluto per comunicare ai genitori un bisogno imminente e, per garantire che sia esattamente quel bisogno ad essere soddisfatto, a seconda della causa il bambino modula, in maniera istintiva, l’emissione di differenti tipologie di pianto. Ciò che cambia tra un tipo di pianto e l’altro è la frequenza fondamentale (vibrazione percepita come picco del pianto), il ritmo e la sua evoluzione temporale all’interno dello stesso episodio di pianto.

Alcuni esempi dei diversi tipi di pianto che sono stati individuati sono:

  • Il pianto di fame, caratterizzato da una frequenza fondamentale non molto alta, inizio lento e tono sommesso e aritmico ma che col passare del tempo diviene più intenso e ritmato;
  • Il pianto di dolore: caratterizzato da un andamento aritmico e da una forte intensità sin da subito; il bambino emette un vero e proprio grido iniziale improvviso, intenso e prolungato, che viene seguito da un periodo di silenzio dovuto all’apnea; successivamente a questa, brevi inspirazioni affannose, si alternano ad acuti singhiozzi espiratori;
  • Il pianto di sonno: caratterizzato da un iniziale piagnucolio lamentoso, piuttosto che un vero e proprio pianto, che si protrae, sempre più insistentemente, intensificando il timbro;
  • Il pianto di noia: caratterizzato da un piagnucolio iniziale intermittente che sembra non cessare.

Appena nato, tuttavia, un bambino non ha la consapevolezza che quando piange la madre accorre a lui ma col passare del tempo egli apprende questa causa-effetto e, in particolar modo tra gli otto e dodici mesi, diverrà abile e scoprirà quali sono le condizioni che pongono fine ai suoi disagi e che lo fanno sentire sicuro: egli inizierà quindi ad apprezzare il valore comunicativo del pianto e a utilizzarlo intenzionalmente, facendolo quindi diventare un pianto consapevole. Si verrà quindi ad aggiungere, con l’età, un’altra causa oltre a quelle sopra citate, in grado di scatenare il pianto: l’allontanamento o la separazione dalla madre. In questo contesto l’intensità del pianto, o meglio della protesta, può essere influenzata da come la madre si muove: se in modo lento e tranquillo sarà più lieve rispetto a quando si allontana improvvisamente e/o rumorosamente. Importante, inoltre, il grado di familiarità dell’ambiente in cui il bambino viene lasciato: se l’ambiente non è famigliare il bambino molto più probabilmente piangerà e se ne è in grado cercherà di seguire la madre.

Il pianto di un bambino è uno stimolo che solitamente non viene ben accolto dalle persone che lo odono; per tale ragione esse tendono a fare del loro meglio non solo per porvi fine, ma anche per diminuire la probabilità del suo manifestarsi.

Messaggio pubblicitario La presa in braccio, che è la risposta iniziale più frequente al pianto, indipendentemente dalla cultura e anche dallo stato parentale, offre oltre alla stimolazione vestibolare, anche contatto fisico e calore ed è la più efficace per porre termine al pianto. Uno studio longitudinale di Bell e Ainsworth (1972) ha dimostrato che la prontezza di risposta del caregiver promuovono un comportamento desiderabile nel bambino alla fine del primo anno, dove frequenza e durata del pianto saranno inferiori. Una madre sensibile sarebbe in grado di ridurre temporaneamente il pianto in termini di durata fornendo anche le condizioni che tendono a prevenire l’attivazione o riattivazione del pianto, non solo nei primi mesi ma anche successivamente.

Le autrici affermano inoltre che la responsività materna promuove lo sviluppo della comunicazione: i bambini che piangono meno all’età di un anno, appunto grazie alla sensibilità delle loro madri, avevano maggiore probabilità di sviluppare altre strategie comunicative, quali ad esempio le espressioni facciali, gesti corporei e vocalizzazioni rispetto a quelli che piangevano di più. Anche altri autori, concordano con questo e aggiungono che la reattività di un caregiver, svolge un ruolo importante nello sviluppo della personalità, temperamento e capacità cognitive e linguistiche del bambino (Esposito e Venuti, 2009).

E’ stato dimostrato che la risposta materna si attiva in maniera automatica e, per tale ragione, è inoltre possibile ipotizzare che l’evoluzione abbia permesso di sviluppare nelle donne, in particolare quelle in età fertile, particolari meccanismi fisiologici per percepire e rispondere appropriatamente al pianto.

Studi recenti che utilizzano diverse tecniche di neuroimmagine quali MRI e fMRI, hanno infatti riscontrato cambiamenti neurobiologici dovuti allo stato parentale quali ad esempio un ingrossamento del volume della materia grigia regionale (Kim et al., 2011) e incrementi in altre regioni implicate nel comportamento parentale materno (es. corteccia cingolata anteriore, insula anteriore, corteccia frontale inferiore e parietale, implicate nell’empatia; ipotalamo e sostanza nigra, implicati nella motivazione e soddisfazione materna; amigdala, importante per la rilevazione degli elementi salienti e corteccia prefrontale, implicata nella regolazione delle emozioni e nella pianificazione).

Oltre a questi cambiamenti, vari studi hanno confermato la presenza di specifiche attivazioni cerebrali durante gli episodi di pianto: Seifritz et al.(2003) per esempio, confrontando la riposta di genitori e non al pianto e alla risata di un bambino, ha mostrato come le donne, a differenza degli uomini mostrino una maggiore deattivazione della corteccia cingolata anteriore durante l’ascolto di episodi di pianto e di riso. Sono state trovate inoltre differenze significative dovute allo stato parentale per le due diverse situazioni: sebbene le aree che si attivavano, ossia amigdala e regioni limbiche adiacenti ad essa, erano le stesse, i genitori mostravano maggiori attivazioni nella situazione di pianto, mentre i non genitori mostravano maggiori attivazioni nella situazione di riso. I genitori sono quindi più attenti agli stimoli, quali il pianto, che richiedono una risposta immediata. Questo risultato è spiegabile dal punto di vista evolutivo: essi devono essere pronti a intervenire nelle situazioni di allarme e disagio del proprio bambino, al fine di garantire protezione della prole e a sua volta la sopravvivenza della specie.

Guardando gli studi nell’insieme, sembra che il pianto attivi aree associate con la cura parentale, l’elaborazione di stimolazioni avversive e allarmanti e con l’empatia. Riguardo in particolare all’empatia materna, fondamentale per la cura parentale (Bowlby, 1969) e per la relazione madre-figlio, è stato suggerito che possa dipendere principalmente da quattro sistemi neurali differenti che vengono appunto tutti stimolati dall’ascolto del pianto o anche dalla visione di immagini del proprio figlio (Rilling, 2013). Tali sistemi sono:

  1. Il circuito cingolato del talamo, che può fungere da sistema neurale di allarme in risposta a una condizione di pericolo del bambino;
  2. L’ insula anteriore, che potrebbe aiutare la madre a simulare e capire gli stati interni del bambino;
  3. Il sistema dei neuroni specchio (composto da solco temporale superiore e corteccia parietale inferiore e frontale inferiore) che potrebbe aiutare la madre a interpretare e simulare le espressioni facciali del bambino e
  4. La corteccia prefrontale dorso mediale (DMPFC) e la giunzione temporo-parietale che permetterebbero alla madre di inferire ciò che il bambino conosce e crede.

Anche le neuroimmagini supportano quindi l’idea che il pianto sia una componete chiave del primo legame genitore-figlio e un segnale comunicativo essenziale del bambino in grado di attivare una varietà di risposte di cura negli adulti (Sroufe, 2000; Trevarthen, 2003; Tronick, 2005).

Oltre alle attivazioni cerebrali, il pianto risulta in grado di modificare il battito cardiaco come conferma ad esempio lo studio di Weisenfeld et al. (1981): l’ascolto del pianto del proprio bambino, registrato su un nastro, causa nelle madri una decelerazione cardiaca seguita da una rapida accelerazione: tale risposta è associata alla preparazione all’azione o ad intervenire.

Infine, il pianto è in grado di elicitare anche risposte endocrine: uno studio di Fleming et al.(2005), ad esempio, condotto su persone di sesso maschile ha mostrato che padri, che ascoltavano gli stimoli di pianto, mostravano un incremento percentuale maggiore nel testosterone rispetto ai padri che non ascoltavano tali stimoli. Inoltre, i padri con esperienza, ascoltando i pianti, mostravano un incremento percentuale maggiore nei livelli di prolattina rispetto ai neo-padri o a qualsiasi gruppo di padri che ascoltavano stimoli di controllo.

 

 

Conclusioni

Osservando fenomeni quali l’ allattamento, il Transport Response e il pianto, abbiamo notato come la relazione madre-figlio è interdipendente e biologicamente basata: la madre possiede meccanismi fisiologici che vengono attivati solo con il contributo del suo piccolo che, grazie ai propri meccanismi fisiologici innati agisce in maniera tale da richiamare la sua attenzione, assicurarsene la vicinanza, nonché far in modo che gli venga data una risposta pronta e adeguata alle sue esigenze garantendogli la sopravvivenza e il benessere fisico e psicologico.

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