L’importanza delle parole e il loro utilizzo in relazione ad eventi storici e a processi sociali

E' stato dimostrato che l'utilizzo di alcune parole come armonia, disarmonia e dissenso risulta in relazione ad alcuni eventi storici e a processi sociali. 

ID Articolo: 121650 - Pubblicato il: 06 giugno 2016
L’importanza delle parole e il loro utilizzo in relazione ad eventi storici e a processi sociali
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Sono veramente importanti le parole, come pretendeva il protagonista di Palombella Rossa? Per la psicologia l’essere umano è un soggetto culturale prima ancora che un animale sociale. Si può oggi scoprire usando Google che la presenza nel corpus della lingua di parole che esprimono dicotomie nella percezione (armonia/disarmonia) e motivazioni all’azione (dissenso) è in sorprendente relazione con eventi storici e grandi processi economici e sociali.

Marco Spampinato

Introduzione

In una scena del film Palombella Rossa (1989), un funzionario comunista, che recupera a tratti la memoria perduta in un incidente stradale, inveisce contro una giornalista colpevole di avergli attribuito l’espressione “trend negativo”. La sua rabbia sottolinea il legame tra pensiero, linguaggio e soggettività (“Le parole sono importanti. Io non parlo così!”). Veramente è tanto importante ciò che pensiamo, ed è in buona parte riflesso dal come parliamo?

Palombella Rossa (1989) di Nanni Moretti, una scena del film:

 

Negli ultimi anni, i leader politici hanno spesso sostenuto l’importanza dell’ottimismo e l’inglese ha sempre più sostituito l’italiano perfino per riferirsi ad atti legislativi (es: Jobs Act). L’antinomia ottimismo/pessimismo è connessa con altre dualità, incastonate nelle discipline scientifiche, nella cultura popolare e nel discorso pubblico. Gli economisti amano il termine equilibrio: molto di ciò che è negativo è squilibrato, ma è anche predestinato a tornare da solo in equilibrio. Questi termini valgono ad evitarne altri moralmente connotati come “diseguale” o “iniquo”, che generano dissenso suggerendo di agire.

Ancora più sottile è l’uso della parola armonia. Si può rappresentare una società come insieme di relazioni armoniose, evocare l’armonia o la sua antitesi, la disarmonia, nel giudicare una situazione o la condizione umana. Dal senso assunto da queste parole nel linguaggio musicale, deriva il connotato positivo dell’armonia, che si estende ad altri ambiti di significato, così come la negatività della disarmonia. L’affermazione della musica Jazz negli strati popolari, a partire dall’inizio del ‘900, negli Stati Uniti e nell’ex Unione Sovietica (es.: Dmitri Shostakovich), coincise con la volontà degli esclusi di far comparire disarmonie musicali come strumento di manifestazione del dissenso, dando sonorità ad una realtà nascosta dalle armonie ufficiali.

L’utilizzo delle parole armonia, disarmonia e dissenso

E’ possibile che l’analisi scientifica dell’uso delle parole contribuisca a rivelare tendenze della vita collettiva? La risposta è Si, perché le parole sono risorse il cui uso (e non uso) contribuisce alla manifestazione o all’inibizione di motivazioni e di potenziali bisogni. Dagli anni ’20 del secolo scorso, Vygotskij e Luria sostennero attraverso la ricerca sperimentale che tutte le funzioni mentali superiori sono processi mediati dalla cultura, e che il segno (veicolo per lo sviluppo del concetto) è strumento di regolazione e direzione dei processi psichici (Vigotskij, 1978, 2011; Luria, 1930, 1956; Kinsbourne, 2000).

L’evoluzione del cognitivismo e la psicologia culturale hanno centrato l’attenzione sulla modalità narrativa attraverso cui la mente struttura e guida all’esperienza (Bruner, 1886, 1991, 1997, 2004) e sugli schemi concettuali che fanno sì che un testo o un simbolo possano assumere significati e implicazioni diverse all’interno di comunità culturali (Shweder & Sullivan, 1990). Nella trasmissione della cultura, le narrative giocano un ruolo per le loro intrinseche proprietà di trasmettere idee o costrutti culturali (Norenzayan & Atran, 2004) e di motivare verso obiettivi (Laham & Kashima, 2013), anche tra gruppi non necessariamente omogenei linguisticamente.

Un esempio dell’intreccio tra parole che esprimono aspettative, opinioni o sentimenti ed eventi catalogati ex post come fatti storici, può essere offerto dall’analisi della ricorrenza di alcune parole nel corpus della lingua (McKenry & Hardie, 2012), esercizio reso ora possibile gratuitamente da Google. Ad esempio, la parola armonia mostra una ricorrenza crescente nel corpus della lingua inglese fino al 1848 (Fig. 1), anno di rivoluzioni e sommovimenti sociali, per poi ridurre la sua presenza e ricrescere fino alla fine dell’’800, nel periodo caratterizzato dalla guerra civile americana e dal processo di formazione di nuovi stati europei.

Nel ‘900 armonia è parola meno usata. Qualche breve cenno di inversione di tendenza si ha intorno agli anni ‘30 e all’inizio degli anni ‘50. Si potrebbe sostenere che questo andamento derivi dalla maggiore complessità del linguaggio nel ‘900, che riduce l’uso di termini generici, a favore di espressioni più specifiche nei linguaggi tecnici e scientifici. Questa spiegazione non sembra molto credibile: la ricorrenza di disarmonia, sua antitesi concettuale, ha infatti andamento opposto (Fig. 1). Poco utilizzata nell’’800, la parola disarmonia è via via più presente nel corpus nella prima metà del ‘900; il suo uso cresce ancora, meno rapidamente, fino alla metà degli anni ‘70. Dall’inizio degli anni ’80, la disarmonia è meno evocata. Percepire una disarmonia ha connotato negativo. Più interessante è comprendere allora la ricorrenza della parola dissenso, premessa ad un’ azione che può interferire con una situazione di apparente armonia o reagire ad una situazione di disarmonia.

L’uso del termine dissenso cresce fino al 1848 (Fig. 1), quasi a preparare un’intera epoca di forti rivolgimenti politici e sociali; si riduce poi fino agli anni ‘20 del ‘900 quando inizia una contraddittoria altalena, durata venti o trent’anni, che include la seconda guerra mondiale e la ricostruzione. La ricorrenza di dissenso torna a crescere rapidamente negli anni ‘50 e sempre più rapidamente fino all’inizio degli anni ‘70. Dopo una caduta, cresce nuovamente nel decennio 1982-1992. Dal 1992, l’uso del termine torna a ridursi, ma resta sempre più elevato di quanto non fosse negli ottanta anni tra il 1880 e il 1960. In una prospettiva secolare, dissenso entra nel linguaggio con sempre maggiore frequenza, nel mentre armonia segue il destino opposto. Dissenso e disarmonia mostrano una interessante correlazione nel ‘900, solo a tratti diretta e stretta. Dall’inizio degli anni ‘80 del ‘900 dissenso ricorre nel lessico collettivo allo stesso modo che alla metà del secolo precedente. E’ nell’’800 che il dissenso corrisponde ad una domanda di armonia, evocata direttamente e non come mera denuncia della sua antitesi (la disarmonia). La lotta di Faust è per vedere, per percepire la totalità (Childs, 2015). Della percezione Goethe afferma: <<prima la forma come un tutto ci colpisce, poi le sue parti e le loro forme e combinazioni>>; ma la forma stessa è per Goethe transitoria e in sviluppo: tutto il reale è un processo di sviluppo. Conoscere qualcosa significa quindi conoscerne l’intero processo di sviluppo (Blunden, 2010).

Messaggio pubblicitario Il dibattito internazionale sulle potenzialità e sui limiti del corpus linguistico costruito dal team di Google è già avviato (Michel et al., 2011; Pechenick, Danforth & Dodds, 2016). L’analisi del corpus linguistico può investigare legami non casuali tra cultura, uso del linguaggio e traiettorie dello sviluppo umano. Nell’intorno temporale di eventi come la formazione o la crisi degli Stati e delle democrazie (rivoluzioni, dittature, riforme sociali e dei suffragi elettorali, cambiamenti nei paradigmi scientifici e trasformazioni culturali), le parole, in quanto veicoli di significati che si diffondono con rapidità, possono anticipare e non solo accompagnare o seguire gli accadimenti. Così facendo, una prospettiva diacronica mette in rilievo andamenti contraddittori di concetti e schemi culturali che esprimono percezioni dell’intersoggettività e delle relazioni umane: il quadro dell’evoluzione della cultura si complica, o relativizza, in relazione alla psicologia di gruppi e individui, differentemente da quanto letture più unidirezionali, centrate sulla contrapposizione individualismo/collettivismo, possano lasciare intendere (Miller, 1999, 2002; Greenfield, 2013).

Un esempio è l’anticipazione dell’uso della parola rivoluzione, in lingua inglese e russa, rispetto ad eventi così catalogati dagli storici. Revolution è termine sempre più usato in lingua inglese tra il 1820 e il 1848, nel periodo della rivoluzione russa, durante gli anni ‘30 del ‘900 — quando anche le propagande del fascismo italiano e tedesco finiscono per farne uso —, e durante tutti gli anni ’60 fino a qualche anno dopo il 1968 (Fig. 2). Il nesso costruttivista tra linguaggio ed eventi storici è altrettanto se non più manifesto in lingua russa: революция, che traduce l’inglese revolution, incrementa dal 1914 al 1918 la sua frequenza da una occorrenza ogni 100.000 parole a 4 occorrenze ogni 100.000, per giungere a oltre 9 occorrenze ogni 100.000 termini dal ‘23 al ‘25.

Dallo studio di Vygotskij (1934) sull’evoluzione dei concetti scientifici nell’età scolare, apprendiamo che il concetto stesso assume nella cultura popolare anche significato equivalente a guerra civile. Ad ogni modo, in dieci anni non solo l’uso politico del termine cresce di dieci volte, ma questa crescita è correlata con rappresentazioni analoghe riferite a contesti tecnico-scientifici o culturali (оборот, переворот), traduzioni alternative dell’inglese revolution. Tenuto conto che la costruzione del lessico favorisce la lingua scritta e l’inserimento di molti termini rari (Michel et al., 2011), si può inferire che più della metà del successo della parola preceda gli eventi che la storia identifica come Rivoluzione Russa (Fig. 2).

Fig 1. Frequenza nel corpus della lingua inglese delle parole armonia (harmony), disarmonia (disharmony) e dissenso (dissent). Medie mobili a 3 anni.

immagine 1: l'importanza delle parole

immagine 2: l'importanza delle parole

immagine 3: l'importanza delle parole

Fonte: Google Books Ngram Viewer. La percentuale approssima la frequenza con cui ricorre la parola indicata (1-gram) sul totale delle parole presenti nel corpus.

Fig 2. Frequenza della parola rivoluzione nel corpus della lingua inglese (revolution) e russa (революция). Medie mobili a 3 anni.

immagine 4: l'importanza delle parole

immagine 5: l'importanza delle parole
Fonte: Google Books Ngram Viewer. La percentuale approssima la frequenza con cui ricorre la parola indicata (1-gram) sul totale delle parole presenti nel corpus.

 

L’utilizzo delle parole ottimismo e pessimismo

Lo stesso esercizio svolto con le parole pessimismo e ottimismo mostra che il pessimismo è verbalizzato di più durante gli anni ‘50 e ‘60 del ‘900, caratterizzati dalla ricostruzione postbellica, dal forte sostegno pubblico alla crescita economica e dall’affermazione del welfare state: viceversa la parola è meno usata a partire dalla fine degli anni ’60 (Fig. 3).

E’ un paradosso solo apparente che gli anni della affermazione dello stato sociale siano anche quelli del pessimismo costruttivo — nella teoria della scelta pubblica — secondo una locuzione usata da Amartya Sen (1998)? Ad oggi pessimismo è usato né più né meno che all’inizio del ‘900. Il termine ottimismo è invece molto più usato che all’inizio del secolo scorso, durante il quale ricorre sempre più spesso nel corpus della lingua, con scarsa relazione con gli eventi. Questo potrebbe rivelare l’importanza che la parola ottimismo svolge nel discorso pubblico per accompagnare la crescita economica e la propaganda politica.

Nel primo ventennio del secolo, gli Stati Uniti, appena risollevatisi dalla guerra civile, si affermano come forza economica in espansione nel capitalismo mondiale e costruiscono una complessa propaganda per intervenire nella prima guerra mondiale. Ottimismo ha un andamento più incerto negli anni venti, soprattutto nell’American English. Ad ogni modo, l’uso della parola cresce ancora rapidamente fino all’inizio della seconda guerra mondiale grazie al contributo del British English — Google permette l’interrogazione separata dei due corpora.

Dopo uno stallo, coincidente con il più grande conflitto mondiale, che coinvolge tutti i paesi di lingua inglese, l’uso del termine ottimismo riprende a crescere nel decennio ‘55-‘65; ma conclusi gli anni ‘60 sembra che si scriva e parli di ottimismo con la stessa frequenza degli anni ’50. La parola ottimismo mantiene un ruolo importante nel linguaggio e nella cultura del capitalismo anglosassone e in culture nazionali quando vi siano peculiari dinamiche economiche e politiche. La ricorrenza di ottimismo in italiano (Fig. 3) mostra una ultima piccola crescita, dal 1999 al 2007. Le cause? Probabilmente sia la propaganda politica sia alcuni fenomeni speculativi — la bolla immobiliare — hanno enfatizzato l’ottimismo come vantaggioso atteggiamento individuale o persino come “imperativo morale”.

 

Parole che influenzano gli eventi

Ciò che si può aggiungere alla rabbia del protagonista di Palombella Rossa è l’assunzione che l’importanza delle parole risieda non tanto nella espressione corretta di uno stato d’animo, quanto nella loro funzione proiettiva. Il linguaggio che il soggetto usa contribuisce alla costruzione della (sua) realtà (Bruner, 1997, 2004). Nonostante il futuro resti incerto e imprevedibile, le parole, riflettendo su percezioni e stati d’animo, ma anche immaginando situazioni e risposte, possono condurre la storia di una moltitudine di soggetti in una direzione o in un’altra.

Messaggio pubblicitario Come domanda provocatoria ci si può chiedere se sia preferibile vivere un’epoca simile all’Ottocento, o alla seconda metà del Novecento, quando la ricerca di armonia (‘800) o il contrasto della disarmonia (‘900), motivano l’espressione del dissenso. Oppure se ci si possa augurare di vivere come nella prima parte del Novecento, quando la percezione di disarmonia si accompagna, con l’autoritarismo e il totalitarismo, ad ostacoli crescenti all’espressione verbale, pubblica, del dissenso.

Se la storia stessa è, psicologicamente, una costruzione intersoggettiva, è possibile che possa ripetersi, ma non ha senso che possa “finire”. Anche oggi il futuro può essere diverso dal passato, ma non può essere indipendente dal linguaggio e dalla libertà di espressione. In questo linguaggio, armonia e disarmonia sono standard di valutazione, e influenzano anche implicitamente i comportamenti umani. Il dissenso è invece una disposizione soggettiva che motiva l’azione: la sua espressione è già attiva. Da tempo il lessico collettivo della lingua inglese non manifesta domande esplicite di armonia come nell’800; ma mantiene elevata la ricorrenza di dissenso. Che dissenso e disarmonia siano enunciate senza un ruolo esplicito dell’armonia, può indicare una compatibilità tra un tipo di società democratica, intesa come luogo dove il dissenso può essere espresso, e i pressanti conflitti presentati dal progresso tecnico e dall’economia. In ogni caso, questa rappresentazione delle democrazie non toglie che una concezione dell’armonia possa restare sotterranea, inespressa o inconscia in molte società, mentre il suo ruolo possa essere più manifesto in altre società e linguaggi.

Fig. 3. Frequenza nel corpus della lingua inglese delle parole pessimismo (pessimism), ottimismo (optimism) e ottimismo in Italiano. Medie mobili a tre anni.

immagine 6: l'importanza delle parole

immagine 7: l'importanza delle parole

immagine 8: l'importanza delle parole

Fonte: Google Books Ngram Viewer. La percentuale approssima la frequenza con cui ricorre la parola indicata (1-gram) sul totale delle parole presenti nel corpus.

Marco Spampinato.
Ricercatore freelance. Laurea in Scienze Politiche (Perugia, 1993), Master in Economia (Coripe Piemonte, Torino, 1995), Master of Arts in Psicologia (The New School for Social Research, New York, 2016). Dal 1996 al 2011 si è occupato di sviluppo economico, mobilità e politiche pubbliche. Dal 2003 al 2011 è stato componente, per due successivi periodi di quattro anni, dell’unità di valutazione dei programmi e degli investimenti pubblici co-finanziati con i fondi strutturali europei (UVAL, Dipartimento di Sviluppo e Coesione). Dopo avere spostato i suoi interessi su istruzione e sviluppo umano, dal 2013 studia psicologia cognitiva, sociale e dello sviluppo. I suoi interessi sono centrati sull’interazione tra cultura, cognizione e comportamenti sociali.

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