L’improvvisazione nel contesto terapeutico e la sua efficacia

Secondo Dimaggio in psicoterapia è importante chiedersi qual è il desiderio che muove il paziente ad agire in un certo modo e qual è la risposta dell'altro

ID Articolo: 122089 - Pubblicato il: 13 giugno 2016
L’improvvisazione nel contesto terapeutico e la sua efficacia
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La mia ossessione per gli schemi. La malattia della ripetizione: lo stesso gesto mille volte, finché non sono sicuro dell’esecuzione. La mia permanente battaglia per imbrigliare estro e improvvisazione.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 30 Maggio 2016 da Giancarlo Dimaggio

 

Con i miei pazienti, ogni giorno: Giancarlo, chiediti qual è il desiderio che lo muove. Essere amato, apprezzato, esplorare il mondo autonomamente? E poi: come si aspetta che reagirà l’altro? Lo rifiuterà, lo disprezzerà, lo controllerà? E ancora: come risponderà quando si vedrà respinto, umiliato, ostacolato? Si scioglierà in lacrime, si chiuderà offeso, aggredirà? Me lo chiedo a ogni seduta, compio la stessa operazione, identica a se stessa nella struttura, al volgere dell’ora, all’arrivo del prossimo paziente.

Con la racchetta: gioca il rovescio allo stesso modo, cinque, dieci, cento colpi. Cerca l’impugnatura eastern, piede destro parallelo al campo, ruota le spalle. E lo stesso per la chitarra, le scale, leeeeente, sapendo che quando le farai veloci ti accompagnerà un metronomo privo dei circuiti della pietà.
Non c’è scampo, l’esecuzione sapiente del gesto richiede di sfinirsi nel ripetere procedure finché, dopo averle odiate, saranno diventate una seconda natura. Quello è il momento scintillante: la padronanza, la meravigliosa sensazione di transitoria onnipotenza in cui parole, braccio, dita scorrono armoniose.

Da quel giorno è concesso improvvisare, solo allora. Iniziare prima è per me segno di incompetenza, indisciplina, cialtroneria. Il meglio che posso dire è che me ne disinteresso, mi annoia. Oppure mi allerto, vedo incapaci all’opera che agendo all’impronta metteranno a rischio ciò che entra nella loro aia, siano pazienti, musica, compagni di squadra.

 

L’improvvisazione in psicoterapia

Messaggio pubblicitario Io mi consento l’improvvisazione se ho la coscienza a posto. Prima devo essere riuscito a dire al paziente qualcosa che suona come:

“Mi sembra di avere capito che lei desidera sentirsi apprezzato, ma quando qualcuno, suo padre, il suo capo, osserva ciò che ha compiuto lo commenta con sdegno, la svaluta. A quel punto lei oscilla tra il sentirsi un idiota, vergognandosi perché la critica è meritata, e pensare che quel disprezzo è ingiusto, e questo le fa dannatamente rabbia. Si rivede in quello che ho detto?”.

Se ho usato il giusto rigore, sfrondato ogni mia idea arbitraria ed eseguito il lavoro come da canone, il risultato è stupefacente. Il paziente, sorpreso, mi guarda fisso negli occhi, distende le gambe, mette via la giacca che stringeva al petto e mi dice: “Sì, è così”. Allora iniziamo a ragionare su come cambiare il corso della sua vita per il meglio. C’è poco jazz in un intervento del genere. E funziona.

Poi si tratta di promuovere il cambiamento. Altre procedure. La mia ossessione per gli schemi, la compulsione a ripetere gesti consolidati che mi permette di capire in modo unico una persona diversa da chiunque abbia mai incontrato prima e accompagnarla verso una vita con un paesaggio più verde.
Una pratica dove l’applicazione di procedure mandate a memoria come una sonata di Scarlatti non è mai sufficiente. A volte bisogna agire all’impronta. Per farlo, dicono i ricercatori (che della psicologia dell’improvvisazione, sia detto, non sanno ancora granché) ci vuole una grande memoria di lavoro – lo spazio dove l’informazione viene manipolata, selezionata, integrata, rimescolata e da cui escono decisioni veloci -.

Lunedì sera, terapia di gruppo, il mio collega Paolo e io siamo sul punto di sbattere la testa al muro. Due pazienti colte, intelligenti, non capiscono che il loro timore del giudizio è solo un’idea presa per vera senza esserlo. La vergogna le domina, riescono a parlare in pubblico solo tra tormenti atroci. Chiediamo loro di venire al centro del gruppo. Si chiama esposizione. Puntano i talloni al suolo, una convincente imitazione del mulo. Paolo mi guarda, ricambio il cenno di intesa, tre-e, quattro. Attacchiamo. Lui sale in piedi sulla sedia, la posa di una gallina. Io mi metto a testa in giù sulla poltroncina. Ora potete venire al centro, vero? Sorridono, si alzano, conquistano la scena.

Il Giudizio degli altri - State of Mind - Immagine: © 2013 State of Mind

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