Cosa succede al mio account Facebook se muoio? Utenti fantasma ed eredi virtuali

Quando un utente di facebook viene a mancare è possibile nominare un erede virtuale che si occuperà di gestire l'account della persona scomparsa. 

ID Articolo: 121616 - Pubblicato il: 01 giugno 2016
Cosa succede al mio account Facebook se muoio? Utenti fantasma ed eredi virtuali
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L’esistenza post mortem del profilo Facebook è un cruccio per la comunità web. Mark Zuckerberg coglie prontamente le preoccupazioni dei cittadini della sua comunità, e si preoccupa della loro salute virtuale. Riformulando la questione in modo più chiaro: nel caso in cui “ti succede qualcosa” nel mondo terreno, cosa accade nel tuo spazio virtuale? Ecco la soluzione proposta dal social network: se nella realtà quotidiana ci si tutela redigendo un testamento, nella realtà online si protegge il proprio patrimonio virtuale nominando un erede.

 

Cosa succede al mio account di facebook se muoio?

Oggi ci sono più di un miliardo di utenti Facebook. Per ognuno di questi, è possibile rintracciare tale FAQ (frequently asked question), cliccando nell’area gestione dell’account: “cosa succede al mio account se muoio?”.

L’esistenza post mortem del profilo Facebook è un cruccio per comunità web. Mark Zuckerberg coglie prontamente le preoccupazioni dei cittadini della sua comunità, e si preoccupa della loro salute virtuale. Riformulando la questione in modo più chiaro: nel caso in cui “ti succede qualcosa” nel mondo terreno, cosa accade nel tuo spazio virtuale? Ecco la soluzione proposta dal social network: se nella realtà quotidiana ci si tutela redigendo un testamento, nella realtà online si protegge il proprio patrimonio virtuale nominando un erede. In che modo? Basta cliccare sulle impostazioni di gestione del proprio account ed ecco apparire l’opzione “nomina un erede”.  Chi è l’erede? FB lo definisce così: “un contatto erede è una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare. Questa persona sarà in grado di compiere alcune azioni, tra cui fissare un post in alto nel tuo diario, rispondere a nuove richieste di amicizia e aggiornare l’immagine del profilo. Non sarà in grado di creare nuovi post a nome tuo o di vedere tuoi messaggi”.

 

Facebook come strumento di socializzazione

Ma procediamo un attimo a ritroso per comprendere meglio la rilevanza di questa “conquista”. Ci troviamo nell’anno 12 p.F. (post- Facebook) e, dalla sua fondazione, ci sono stati dei significativi cambiamenti: oltre al fatto che ormai più di 1/7 della popolazione mondiale possiede un account (un numero notevole rispetto a quella manciata di studenti di Harvard del 2004), è cambiata l’interpretazione delle possibilità offerte dal mondo Facebook. Da strumento di socializzazione ristretto alle cerchie universitarie statunitensi si è tramutato in uno strumento di socializzazione globale.

Messaggio pubblicitario Oggi un’inquietante nuova affordance si rende trasparente e necessaria all’innumerevole quantità di utenti: Facebook crea vita, una vita virtuale, ma pur sempre vita. Il profilo diventa un prolungamento del sé: della propria res cogitans, che si manifesta attraverso ciò che si condivide, che si commenta, che si pubblica, attraverso i like che si mettono; della propria res extensa, che prende vita nelle proprie foto, nei propri video, nelle proprie “GIF”. Oggi il profilo è la miglior forma di personal branding, per tutti gli utenti, dall’adolescente all’over sessanta, e il grande social network si propone come un enorme “spaccio di identità”. In questo contesto appare chiara la necessità di nominare un erede: è fondamentale salvaguardare la propria vita online, una parte sostanziosa dell’identità dell’utente stesso.

 

Il caso di Louise Palmer

Una conseguenza diretta di questa estensione identitaria è il vuoto di diritto che si è creato su tale social, dopo la sua repentina ascesa. Il “caso Palmer” è stato uno dei tanti a mettere in luce questo aspetto: Louise Palmer è una madre britannica, la cui figlia Becky morì prematuramente nel 2012, a causa di un cancro. Becky aveva 19 anni e un account di facebook. Post mortem, i suoi amici continuavano a mantenere attiva la sua bacheca, pubblicando foto, post, ricordi. Il problema nacque quando la madre Louise cercò di entrare nel profilo della figlia, dichiarando di cercare conforto in quella parte della figlia che sopravviveva alla morte terrena e nel calore dei suoi amici. Nonostante le numerose richieste, lo staff di Facebook si dimostrò intransigente e le negò l’accesso più volte per motivi di privacy. Il caso destò scalpore e finì sotto gli occhi dell’intera Gran Bretagna. Questa vicenda, come altre prima, ha sottolineato un grosso punto cieco nella perfetta macchina virtuale: non era stato definito un protocollo d’azione da seguire in situazioni del genere, dunque non si è riusciti a dare altra risposta se non: “ci dispiace, non è autorizzata per motivi di privacy”. Una risposta crudele per le orecchie di una madre addolorata, ma che evidenziano soltanto una lacuna nel sistema. La soluzione prontamente offerta è stata la creazione di “account commemorativi” e in seguito si è arrivati all’ “opzione erede”.

Il percorso attraverso il quale si è giunti all’erede appare naturale e necessario. Una volta salpata la grande nave FB nell’oceano online, gli utenti iscritti hanno avuto due possibilità: continuare a rimanere sulla nave, accettando che il progresso continuasse a rivoluzionare la loro esistenza con possibilità sempre maggiori (tra cui l’erede); scendere dalla nave, con il rischio di rinunciare a numerosi benefici sociali che solo questa comunità virtuale sa dare. Sull’ultima piccola rivoluzione facebookiana, l’opzione erede, si pone l’attenzione su ciò che ne consegue per le due parti coinvolte: l’utente, che si trasforma in utente-fantasma; l’erede nominato.

 

L’utente fantasma

Secondo Hachem Sadikki (una ricercatrice dell’università del Massachusetts), all’interno di Facebook si sta verificando una crescita esponenziale di iscrizioni, destinata ad aumentare negli anni. Sorge spontaneo pensare che più saremo, più lapidi arricchiranno il gigantesco cimitero virtuale, che già oggi ne conta più di 3 milioni. Un sentimento di inquietudine mi assale al pensiero di 3 milioni di fantasmi digitali che aleggiano in rete, accettando nuovi amici, cambiando l’immagine del profilo e fissando un bel post in alto nel proprio diario. È inquietante per me in quanto persona cresciuta nella generation web 2.0, che ha vissuto il trapasso da “msn” (molto in voga fino a 12 anni fa e già caduto nel dimenticatoio) al social network vero e proprio.

Ma questo sentimento colpirà la “touch generation”? Non credo. Quando a tre anni si è già in grado di usare un iPad, di sicuro in futuro non ci si porrà il problema di un’esistenza virtuale separata da quella terrena, in grado di sopravvivere alla morte. La “touch” è una generazione cresciuta in un ambiente diversamente stimolato, ultrastimolato, dunque gli schemi mentali e le strutture cognitive di coloro che vi appartengono si svilupperanno in maniera sicuramente differente. Noi della web 2.0 abbiamo genitori della web generation e vediamo crescere al nostro fianco i bambini della touch generation: siamo a cavallo tra due mondi e se da un lato siamo attratti dalle nuove proposte della tecnologia, dall’altro ne siamo un po’ spaventati.

L’inquietudine nasce, secondo la mia opinione, dall’opacità con la quale la generazione web 2.0 (e le precedenti) guarda alle affordances offerte dal mondo social, perfettamente intellegibili e trasparenti agli occhi della touch generation. Gli schemi mentali sono le lenti attraverso le quali decifriamo la realtà: quelle della web generation (e della 2.0) sono state costruite in un ambiente differente, per questo leggono il nuovo ambiente in maniera un po’ opaca. Con questa chiave di lettura si può leggere il “problema”- erede.

 

L’erede

Messaggio pubblicitario Se si decide di nominare un “social-erede”, nella rosa dei candidati si colloca un parente, un amico stretto, un fidanzato. Ciò accade se le stesse regole e usanze terrene vengono applicate al mondo digitale, applicando l’abitudine culturale per la quale si tramanda il proprio patrimonio (in questo caso virtuale) a chi ci sta a cuore. Eppure ciò che si lascia all’erede virtuale non è qualcosa come una casa, un semplice pezzo di terra, dei soldi, etc.

All’erede si concede l’onore di possedere una parte di identità, che egli comincia a gestire come propria. L’erede pubblica una foto dal suo profilo e, contemporaneamente, fissa un post in alto su quello della persona cara venuta a mancare. Ecco che l’onore si trasforma in un onere pesante e sorgono spontanei alcuni interrogativi. Ad esempio: in che modo si elabora il lutto di un utente-fantasma? Ci si muove su un terreno di ricerca ancora inesplorato, ma è chiaro che se già è complesso elaborare la morte di una persona cara, lo sarà ancora di più se ci si imbatte costantemente nella sua identità virtuale. Un’altra situazione che potrebbe verificarsi è la seguente: al momento Facebook dà la possibilità di nominare come erede uno dei propri amici. Ma l’amico Facebook non è necessariamente un amico o un parente nella vita reale. E se per qualche assurda ragione un utente decidesse di designare come erede uno sconosciuto appartenente agli amici?

Non è obbligatorio accettare la condizione di contatto erede, dunque si può anche cortesemente rifiutare l’offerta del nostro amico, parente, marito o sconosciuto amico di Facebook. Ma nel caso si decida di accettare è necessario tener conto di tutte le possibili conseguenze, fantasmi compresi.

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