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Last Summer (2014): l’ultima estate di Naomi e Ken – Recensione del film

In Last Summer Naomi ha solo 4 giorni da trascorrere con suo figlio Ken, che non potrà più vedere per 11 anni. La danza dell’attaccamento ha così inizio.

Di Camilla Marzocchi

Pubblicato il 03 Mag. 2016

Last summer, opera prima di Leonardo Guerra Seragnoli (2014), offre un racconto prezioso e poetico delle trame sottili di una relazione che, in fondo, appare semplice e istintiva: quella tra una madre, Naomi, e il figlio, Ken.

 

E’ possibile rafforzare un legame alle soglie di un addio?

Last summer, opera prima di Leonardo Guerra Seragnoli (2014), offre un racconto prezioso e poetico delle trame sottili di una relazione che, in fondo, appare semplice e istintiva: quella tra una madre, Naomi, e il figlio, Ken. Naomi (Rinko Kikuchi) è una giovane donna giapponese, che si trova ad affrontare una situazione paradossale: ha quattro giorni di tempo da trascorrere con suo figlio Ken di 6 anni, poi non potrà più vederlo per  11 anni. Ha perso la sua custodia a seguito del divorzio e dovrà trovare un modo per recuperare il legame spezzato trascorrendo con lui questi ultimi giorni, costretti sullo yacht del facoltoso padre di Ken e sotto l’ostile sorveglianza dell’equipaggio.

Del loro passato intuiamo una storia di conflitti, ferite e molti errori, ma non sappiamo molto di più. Naomi non vede Ken già da un po’ perché si è allontanata da lui e ha solo quattro giorni per ritrovare il loro legame, prima di affrontare la nuova separazione che li aspetta.

L’impresa appare da subito impossibile: la quiete, l’ordine e l’eleganza della barca su cui si gira l’intera pellicola, sono trappole suadenti che scoraggiano ogni tentativo di cambiamento. Ken appare un bambino sereno, intelligente, affettuoso e fiducioso verso l’equipaggio che è lì per proteggerlo. Gioca con la babysitter, si addormenta autonomamente, mangia con gusto, nuota senza paura dell’acqua alta, appare fin troppo educato e sicuro di sé. Esplora la barca con aria spavalda e indifferente alla presenza della madre.  Non sembra ascoltarla, non risponde alle sue domande e si allontana subito quando lei mostra di pretendere le sue attenzioni.

Solo quando incontra distrattamente lo sguardo di Naomi, la sua sicurezza inizia però a vacillare, il suo volto si fa cupo, i suoi comportamenti rigidi e stereotipati, forzatamente cerca gioco e distrazioni per riguadagnare in pochi attimi la spensieratezza perduta.

Naomi lo osserva molto, aspettando un varco in cui entrare, e oscilla silenziosamente tra rabbia e tristezza.

Il tempo è davvero poco e il controllo intrusivo dell’equipaggio ostacola la possibilità di ricreare un contatto autentico con suo figlio. L’equilibrio raggiunto è difficile da abbandonare e la barca ormeggiata vicino alla costa senza possibilità di navigare in mare aperto offre tutto sommato un rifugio sicuro a Ken.

E’ davvero necessario creare disordine? E’ davvero utile e importante riparare un legame che per Ken è stato fonte di dolore e sofferenza? I suoi dubbi sono i nostri, da spettatori  sembrerebbe facile e giusto rinunciare.

Ma Naomi è una madre e guarda più lontano. Guarda il mare immenso e improvvisamente l’orizzonte fuori da quella barca le offre nuove energie. Trema al ricordo degli errori commessi, ma sceglie con delicatezza e pazienza di tenere saldo il suo obiettivo: sa che recuperare quel legame sarà utile a Ken per crescere senza di lei e l’istinto di accudire e proteggere le permette di cambiare prospettiva. Non vuole lasciarlo di nuovo solo e pieno di rabbia e non si arrende di fronte al dolore del suo rifiuto.

Decide di andare avanti e riparare al danno fatto. Non sbaglierà di nuovo.

La danza dell’attaccamento ha così inizio, tra la ricerca di vicinanza di Naomi e i rifiuti di Ken. Il ritmo si fa via via più armonico, i silenzi vengono rotti da qualche sorriso, l’indifferenza di Ken diventa lentamente curiosità, i loro sguardi si cercano più spesso, lo spazio che li separa sempre meno ampio.

A poco a poco i comportamenti rigidi di Ken si fanno più morbidi e sinuosi, la sua impeccabile educazione viene macchiata dalla naturale disobbedienza di un bambino della sua età. L’ostentata sicurezza lascia spazio alla gioia che esplode all’improvviso e al pianto che accompagna i suoi ricordi.

Non è più necessario tenere sotto controllo le emozioni, Naomi è in grado di accoglierle senza aver paura e Ken può esplorare la loro relazione con una fiducia ritrovata, solida e profonda, che resterà dentro di lui e lo accompagnerà per sempre.

La scrittura della storia segue i silenzi e la lentezza del loro riavvicinamento con rispetto e sospensione, offrendo forse grazie al contatto con l’oriente, una soluzione magica ad un dolore che immaginiamo immenso. Ma in quella maschera tradizionale ricamata e lasciata in dono da Naomi, oltre alla magia, c’è la sicurezza indissolubile del loro legame di attaccamento: quella maschera non potrà garantire a Ken protezione assoluta dai pericoli del mare aperto, ma gli offrirà una solida base interiore per affrontarli con la fiducia e la forza necessari a navigare il futuro, comunque esso sia, con pienezza e vitalità.

 

LAST SUMMER: IL TRAILER DEL FILM

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