Il concetto psicologico di controllo in Fairburn – I disturbi alimentari

Nei disturbi alimentari, il controllo si esprime in termini di controllo del cibo e del peso ed è essenziale nell'esordio e nel mantenimento del disturbo. 

ID Articolo: 121392 - Pubblicato il: 27 maggio 2016
Il concetto psicologico di controllo in Fairburn – I disturbi alimentari
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Nel caso dei disturbi alimentari il controllo si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. Il risultato è che, con l’intensificarsi della dieta, il peso decresce sempre più e il processo si autoperpetua.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il concetto psicologico di controllo in Fairburn (Nr. 15)

La credenza del controllo

Prima di proporre il modello “migliorato” del 2003 Fairburn, insieme con Cooper e Welch, aveva già tentato di rendere più sofisticato il suo primo modello. Nel 1999, questi tre studiosi proposero, accanto alla credenza cognitiva del timore di ingrassare, tre credenze più globali, che vanno oltre il cibo e il corpo: il perfezionismo, la valutazione negativa di sé e il bisogno di controllo. Delle prime due abbiamo già parlato negli articoli precedenti.

 

Il controllo nei disturbi alimentari

Qui ci concentreremo sul controllo. Il controllo come concetto clinico esplicativo è connesso a un’ipotesi già espressa nel 1973 da Hilde Bruch, seguita da Slade nel 1982, la quale ipotizzava che in individui con scarso concetto di sé ed elevati livelli di perfezionismo, il bisogno di controllo è centrale per lo sviluppo e il mantenimento di questo disturbo. Il controllo è legato non tanto a un obiettivo, sia pure negativo, come il timore di sbagliare (perfezionismo patologico) o alla scarsa stima di sé, ma piuttosto alla ricerca di un correttivo, di una soluzione alla paura della vita e del mondo che pervade la paziente con disturbo alimentare. Una soluzione o almeno una possibilità di gestione. E, in effetti, il timore viene in qualche modo gestito controllando, nutrendo cioè l’illusione di sapere sempre ed esattamente la misura e/o la dimensione degli eventi paventati.

Diversamente dal perfezionismo patologico o dalla bassa autostima, il controllo si presenta non come un problema, bensì come una soluzione. E in questo consiste la sua natura subdola e maligna. Nel caso dei disturbi alimentari il controllo si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. Il risultato è che, con l’intensificarsi della dieta, il peso decresce sempre più e il processo si autoperpetua.

Messaggio pubblicitario Secondo Slade è per questo motivo che il bisogno di controllo nei disturbi alimentari diventa una necessità compulsiva, un vero e proprio obbligo. Il controllo, in realtà, si applica a qualunque aspetto della vita ed è teso a prevenire ed evitare gli eventi imprevisti. L’imprevisto, per queste pazienti, è interpretato come minaccia ed è temuto e vissuto con profonda ansia. Il controllo è il mezzo con cui esse ritengono – ingenuamente – di prevenire l’imprevisto. Siccome il controllo sulla vita è impossibile, le pazienti affette da disturbo alimentare si limitano a controllare un aspetto circoscritto della vita, secondo una strategia rigida che condividono con gli ossessivi. L’aspetto prescelto è il peso. Il corpo, invece, è già qualcosa di più ambiguo e sfuggente. Il peso o il cibo si possono misurare e controllare facilmente: basta stabilire un determinato peso che va assolutamente rispettato. Del corpo, invece, esattamente cosa si controlla? E secondo quale criterio di giudizio? La riduzione alla magrezza estrema è forse il tentativo di ridurre il corpo a un unico parametro non troppo ambiguo: l’emaciazione scheletrica.

 

Le teorie sul controllo alimentare

Nel loro lavoro, dal 1999, Fairburn, Shafran e Cooper integrarono la teoria di Slade sul controllo alimentare con la loro precedente teoria fondata sulle credenze cognitive verso il peso e le forme corporee. Secondo i tre studiosi, le pazienti soffrono una necessità generale di controllo che, prima dell’esordio, tenta probabilmente di esprimersi su aspetti più complessi e potenzialmente gratificanti della vita, quali la realizzazione nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni o nell’affettività. Ma questi ambiti si rivelano ben presto troppo complessi e incontrollabili.

Un altro studioso che si è occupato della funzione del controllo è stato Eric Button (1985), il quale ha descritto l’anoressia nervosa come una ricerca di controllo. Secondo Button, soggetti con disturbi alimentari si impongono regimi alimentari estremi- mente rigidi e condotte di eliminazione al fine di «comprimere», restringere il loro mondo. Le relazioni, il lavoro, il gioco e anche la vita e la morte tendono ad assumere una posizione subalterna rispetto a questioni concernenti il peso, la taglia, il grasso, il cibo e l’alimentazione:

Sebbene i pazienti abbiano un lavoro, siano impegnati nello studio o nella gestione della vita familiare, generalmente sono più assorbiti dal tentativo di resistere alla tentazione del cibo
(Button 2005, p. 199).

La spiegazione più plausibile di questa esasperata costrizione è che forse essa rende la vita più gestibile e controllabile. Soggetti con disturbi alimentari sentono di non essere capaci di controllare i rapporti personali, le reazioni interne e gli eventi in generale. Per ottenere la percezione del controllo e raggiungere un certo grado di prevedibilità, sono disposti a confinare le loro vite entro un’esperienza ridotta, circoscritta all’alimentazione e alle dimensioni corporee. Tuttavia, sebbene la gestione dell’alimentazione e delle dimensioni corporee offra in un primo momento l’attrattiva di una qualche possibilità di controllo, alla fine li condanna a un’esistenza isolata e insana (Button 1985; 2005).

Messaggio pubblicitario Per Dalle Grave (2001) la tendenza al controllo si focalizza sull’alimentazione perché fornisce una prova evidente e immediata di capacità di autocontrollo, perché ha un potente effetto manipolatorio sugli altri e in particolare sui familiari, perché ci può essere stato un incoraggiamento da parte della famiglia stessa, perché la dieta e la conseguente magrezza possono arrestare o anche far regredire il processo della pubertà (che è un altro elemento vissuto dalla paziente come una minaccia dell’autocontrollo e dell’autostima), e infine perché l’associazione di idee tra restrizione alimentare e senso di autocontrollo è tipica e presente da secoli nella cultura occidentale.

Una volta iniziata la dieta, il disturbo si automantiene attraverso tre meccanismi principali: 1) la restrizione dietetica aumenta il senso di essere in controllo, poiché riuscire a seguire la dieta e a dimagrire produce, nelle fasi iniziali, un forte senso di gratificazione, autocontrollo e padronanza; 2) gli stessi effetti del digiuno incoraggiano un’ulteriore restrizione alimentare, come dimostrato dagli studi sul digiuno volontario di Keys e colleghi (1950); 3) la preoccupazione per il peso e le forme del corpo incoraggia la restrizione alimentare. Secondo Dalle Grave, l’ipotesi di Fairburn, Cooper e Welsh contiene indiscutibilmente alcuni pregi. Recupera alcuni concetti psicologici più complessi da Slade e da Garner e Bemis, ma li collega meglio ai sintomi alimentari veri e propri. Tuttavia è una spiegazione troppo concentrata sul controllo e sull’anoressia, mentre la riflessione sulla bulimia è insufficiente. Inoltre gli aspetti interpersonali sono ancora trascurati (Hsu et al., 1992).

 

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