Il trattamento di Fairburn per la bulimia: il problem solving

Gli interventi di Fairburn si rifanno a Beck e consistono nell’incoraggiare il paziente a mettere in discussione le basi della sua mentalità insicura

ID Articolo: 120875 - Pubblicato il: 06 maggio 2016
Il trattamento di Fairburn per la bulimia: il problem solving
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L’uso del problem solving per gestire i problemi emotivi sia nei disturbi alimentari che in generale può sembrare un po’ semplicistico. Fatto sta che il protocollo di Fairburn, almeno per un certo numero (non piccolo) di pazienti, funziona. Le percentuali di successo variano dal 40 al 70% dei casi in cura.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il trattamento di Fairburn per la bulimia: il problem solving (Nr. 12)

 

L’uso del problem solving per gestire i problemi emotivi sia nei disturbi alimentari che in generale può sembrare un po’ semplicistico.

Possibile che le ansie e i disagi del paziente possano essere gestiti con una tecnica razionale e pragmatica di gestione dei problemi? La difficoltà del paziente ad assumere un atteggiamento più razionale e meno emotivo non risiede forse in paure per affrontare le quali non basta apprendere a ragionare in un modo diverso, meno emotivo?

Messaggio pubblicitario Sono obiezioni per nulla infondate. Fatto sta che il protocollo di Fairburn, almeno per un certo numero (non piccolo) di pazienti, funziona. Le percentuali di successo variano dal 40 al 70% dei casi in cura. Queste cifre suggeriscono che effettivamente molti di questi pazienti, sebbene afflitti da paure significative e profonde, avevano bisogno di apprendere un modo diverso di ragionare, meno ‘di pancia’ e più controllato razionalmente. Che poi tutto questo possa non essere sufficiente, non inficia il risultato positivo. Sono aspetti sui quali torneremo.

A questo punto della terapia, quando si saranno presumibilmente conseguiti i primi successi sintomatologici perché il paziente osserva un’alimentazione regolata e ricorre meno frequentemente alle condotte di eliminazione, Fairburn situa l’attacco decisivo alla patologia cognitiva del paziente bulimico.

Gli interventi raccomandati da Fairburn si rifanno molto a Beck e consistono nell’incoraggiare il paziente a mettere in discussione le basi della sua mentalità insicura, che fa dipendere la propria autostima dal controllo del peso e dallo stile di pensiero dicotomico, che esige il controllo assoluto dell’alimentazione.

Il paziente è invitato a riesaminare criticamente quali prove ci siano a favore del suo pensiero distorto. Perché pensare che la propria stima di sé debba dipendere dall’aspetto del corpo? Perché ritenere imperdonabile ogni minima violazione del severissimo codice alimentare anoressico? E perché reagire con sproporzionata disperazione a queste violazioni? Disperazione che porta, paradossalmente, a un’abbuffata consolatoria? Abbuffata nella quale il paziente con disturbo alimentare bulimico finisce per perdersi, sia per punirsi sia per anestetizzarsi (le abbuffate si realizzano in uno stato dissociativo e ipnotico, in cui il paziente perde il controllo delle sue azioni e cerca di tamponare la propria disperazione interiore abbuffandosi di cibo; l’ingestione può essere così rapida, disordinatamente vorace e disperata da determinare uno stato anestetico).

Dopo questo riesame critico, Fairburn fornisce alcune indicazioni di tipo comportamentale sull’alimentazione, raccomandando di motivare i pazienti a evitare altri tipi di comprimenti disordinati (saltare i pasti, mangiare poco o niente a ogni pasto ecc.). E insiste sulla necessità di convincere i pazienti che questi comportamenti non aiutano affatto a mantenere il peso basso. Peggio, facilitano improvvise abbuffate. Tutte queste indicazioni hanno lo scopo di motivare ulteriormente il paziente a seguire un’alimentazione normale.

La fase finale del protocollo tratta la possibilità di ricadute. Occorre rendere consapevole il paziente che peggioramenti sono sempre possibili, ma che non vanno drammatizzati, perché possono essere momentanei e legati a situazioni problematiche ma passeggere. E motivarlo a perdonarsi un’eventuale abbuffata, che non deve diventare motivo di una ricaduta depressiva in abbuffate compulsive.

Messaggio pubblicitario Se invece la ricaduta non è episodica, ma prolungata, il paziente insieme al terapeuta deve chiedersi: sta succedendo qualcosa nella mia vita? Ancora una volta invece di capire i problemi che ho, tento di distrarmi abbuffandomi? Sono insoddisfatto, deluso, infelice? In quale campo? Affetti, amici, lavoro? A queste domande il paziente dovrebbe rispondere applicando il problem solving appreso nella prima tornata di sedute terapeutiche. Altrimenti, rivolgersi di nuovo al proprio terapeuta diventa inevitabile.

Rivisto criticamente oggi, il protocollo di Fairburn appare insufficiente nella sua parte cognitiva e troppo sbilanciato sulla componente comportamentale e, diremmo, nutrizionale. A voler essere cattivi, a tratti sembra un manuale di buona alimentazione. Tuttavia, quando uscì ebbe un notevole successo e rappresentò una tappa importante per lo sviluppo della teoria cognitiva dei disturbi alimentari.

Pur con semplificazioni che lo rendevano persino meno sofisticato del precedente modello cognitivo della depressione elaborato da Beck, il protocollo di Fairburn ha dimostrato l’applicabilità clinica e non solo teorica del modello cognitivo ai disturbi alimentari. Per la sua semplicità, fu utilizzato in molti studi di efficacia che ne confermarono la bontà.

Indubbiamente, Fairburn ha dimostrato l’importanza terapeutica di intervenire sui circoli viziosi di mantenimento del disturbo. Il suo intervento, che affrontava i costrutti vicini al sintomo, costituiva ai tempi il protocollo d’efficacia di intervento per la bulimia. Era efficace in circa il 40-50% delle pazienti nelle prime 8 settimane del trattamento (Fairburn et al., 1993).

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

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Nel 1981 Fairburn pubblicò un protocollo di cura per la bulimia che stimolò la diffusione del modello cognitivo nei servizi pubblici e privati.

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