Attaccamento e capacità di distinguere le emozioni negative del partner

Uno studio recente ha indagato come l’attaccamento influisce sulla capacità di riconoscere le emozioni del partner e sulla propria reazione a queste.

ID Articolo: 117818 - Pubblicato il: 10 febbraio 2016
Attaccamento e capacità di distinguere le emozioni negative del partner
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Nelle relazioni di coppia la capacità di leggere l’altro è un fattore molto importante sia per la comunicazione che per la risoluzione di eventuali conflitti. Non vedere le difficoltà del partner, oppure scambiarle per altro, può portare a difficoltà nella diade e a una mancata sincronia.

A cosa servono le emozioni negative? Anche se sono fastidiose, disturbanti e a volte difficili da gestire, una delle funzioni delle emozioni ha una ricaduta sociale ed è la loro capacità comunicativa del nostro stato all’altro.

Solitamente le persone che ci conoscono bene capiscono se qualcosa non va, senza tante parole e anche solo guardandoci in faccia, proprio per la funzione comunicativa delle emozioni che magari mostrano agli altri segnali di preoccupazione o di tristezza senza che noi neanche ce ne accorgiamo. A questo punto, l’altra persona ha anche la possibilità di muoversi sulla base del nostro stato emotivo, per come lo ha percepito da questi segnali non verbali. Per esempio, può fare qualcosa che ci faccia sorridere se ci vede tristi oppure tranquillizzarci se ci vede preoccupati.

Messaggio pubblicitario Va da sé che nelle relazioni di coppia la capacità di leggere l’altro è un fattore molto importante sia per la comunicazione che per la risoluzione di eventuali conflitti. Non vedere le difficoltà del partner, oppure scambiarle per altro, può portare a difficoltà nella diade e a una mancata sincronia.

Uno studio recente (Overall et al., 2015) ha valutato se e in che misura l’ attaccamento dei soggetti potesse influire sulla loro capacità di percepire correttamente le emozioni del partner e sulla propria reazione a questa percezione, in termini di comportamenti ostili e di difesa.

L’attaccamento nelle relazioni intime è stato valutato in base a due dimensioni: evitamento e ansia. Le persone con un alto livello di evitamento credono che il partner non sia affidabile a livello emotivo e di conseguenza evitano di instaurare legami troppo vicini con lui, sopprimendo i propri bisogni di vicinanza (Bowlby, 1969). Per non sentirsi vulnerabili, queste persone tendono a limitare la vicinanza emotiva (Pietromonaco & Feldman Barrett, 1997; Tan, Overall, & Taylor, 2012; Tidwell, Reis, & Shaver, 1996) e solitamente gestiscono le proprie emozioni negative sopprimendole, allontanandosi dal partner e rifiutando il suo supporto (Diamond, Hicks, & Otter-Henderson, 2006; Fraley & Shaver, 1998; Mikulincer, 1998; Simpson, Winterheld, Rholes, & Oriña, 2007).

Le persone con un alto livello di ansia cercano la vicinanza e l’accettazione da parte del partner, ma allo stesso tempo temono di poter essere respinte o abbandonate (Bowlby, 1969). Di conseguenza, sono solitamente iper-sensibili verso il rifiuto e arrivano a vivere forme di stress molto forte quando ci sono delle difficoltà nelle relazioni intime, come i conflitti espliciti o la percezione di poco sostegno da parte del partner (e.g., Campbell, Simpson, Boldry, & Kashy, 2005; Simpson et al., 2007). Inoltre, solitamente hanno difficoltà a gestire in modo appropriato le emozioni, e tendono a rimuginare sui problemi, amplificandone l’effetto emotivo negativo (Mikulincer & Florian, 1998).

Lo studio di Overall e colleghi ha preso in considerazione queste due dimensioni e due particolari capacità di leggere le emozioni altrui: l’accuratezza nell’identificare lo stato emotivo del partner (capire, per esempio, se l’altro è arrabbiato o preoccupato) e la capacità di identificarne l’intensità (per esempio, distinguere quando è infastidito da quando è furioso). La domanda a cui i ricercatori hanno tentato di rispondere è: il fatto di avere punteggi alti di ansia o di evitamento nelle relazioni intime influenza in qualche modo la capacità di identificare lo stato emotivo del partner in termini di qualità e quantità?

Passiamo alla metodologia: come hanno cercato di rispondere a questa domanda? Nel primo studio, i ricercatori hanno videoregistrato 57 coppie eterosessuali mentre discutevano di tematiche conflittuali inerenti la loro relazione in cui un partner chiedeva all’altro di cambiare qualche suo comportamento o atteggiamento; in seguito, hanno mostrato a ciascuno dei due partner il filmato e gli hanno chiesto di indicare, ogni 30 secondi, la propria emozione e l’emozione che secondo loro stava provando in quello stesso momento il partner.

Nel secondo studio sono state arruolate 151 coppie e a ogni partner è stato chiesto di tenere nota delle proprie emozioni negative inerenti la relazione di coppia, così come quelle che percepivano nel partner, ogni sera per 3 settimane consecutive.

In entrambi gli studi, lo stato emotivo dichiarato da ciascun partner come proprio è stato utilizzato come parametro per valutare l’accuratezza nella percezione delle emozioni da parte dell’altro. In sostanza, concentrandoci per esempio sull’uomo, confrontando quello che la donna indicava come emozione del partner (in termini di tipologia e di intensità) e quello che l’uomo indicava come propria emozione, si poteva avere un indice di accuratezza di quanto la donna sapesse leggere emotivamente il partner (e viceversa per gli uomini).

In più, il comportamento dei membri della coppia durante la discussione è stato valutato da osservatori indipendenti in termini di azioni ostili oppure costruttive ai fini della risoluzione del conflitto. Per quanto riguarda il secondo studio, questo stesso parametro è stato indicato dai soggetti rispetto a loro stessi (indicando anche, a fine giornata, quanto avevano messo in atto una serie di comportamenti ostili elencati dai ricercatori).

Messaggio pubblicitario Raccogliere dati nei due contesti (di laboratorio e naturalistico) ha consentito ai ricercatori di ampliare maggiormente le considerazioni conclusive, a partire dai risultati ottenuti.

In entrambi gli studi i risultati sono concordi. Le persone con alti livelli di evitamento nelle relazioni intime sono state in grado di indicare correttamente le emozioni del partner, ma hanno mostrato una tendenza a sovrastimare l’intensità dell’emozione negativa del partner (hanno indicato, per esempio, rabbia quando il partner era solamente infastidito); ovviamente, percepire le emozioni del partner come più intense ha anche portato queste persone a reagire con comportamenti più ostili e difensivi rispetto a soggetti con minore livello di evitamento.

Di contro, alti livelli di ansia nell’attaccamento non si sono dimostrati associati né all’accuratezza nell’identificare l’emozione o l’intensità emotiva del partner, né ai comportamenti ostili.

Cosa ci dicono questi risultati? Gli autori suggeriscono che la tendenza dei soggetti evitanti a sovrastimare l’intensità delle emozioni negative dei partner faciliti la tendenza a avere più comportamenti ostili e distruttivi nella coppia come piano B: le persone con un pattern evitante utilizzerebbero come strategia principe per avere a che fare con il partner l’evitamento delle emozioni forti e del conflitto. Una volta, però, che questa strategia non funziona, questi soggetti tenderebbero a difendersi in un modo esagerato davanti alle emozioni negative dell’altro: le loro reazioni ostili e difensive servirebbero a proteggerle dalla minaccia costituita dalle emozioni negative del partner permettendo di ristabilire un allontanamento e rimettendo la situazione sotto il loro controllo. In questo modo, la capacità dell’altro di essere dannoso e di ferire la persona evitante diminuirebbe.

Il fatto poi di sovrastimare le emozioni negative del partner potrebbe collocarsi in quest’ottica di allarme: dal momento in cui le emozioni negative del compagno sono per me pericolose, perché rischiano di sovrastarmi, allora starò sempre all’erta, con il rischio di vederle più intense di quelle che non sono in realtà (e di contrattaccare con eccessiva enfasi), permettendo così all’escalation emotiva dell’altro di fermarsi.

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Bibliografia

  • Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. New York, NY: Basic Books.
  • Campbell, L., Simpson, J. A., Boldry, J., & Kashy, D. A. (2005). Perceptions of conflict and support in romantic relationships: The role of attachment anxiety. Journal of Personality and Social Psychology, 88, 510–531.
  • Diamond, L. M., Hicks, A. M., & Otter-Henderson, K. (2006). Physiolog- ical evidence for repressive coping among avoidantly attached adults. Journal of Social and Personal Relationships, 23, 205–229.
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  • Mikulincer, M., & Florian, V. (1998). The relationship between adult attachment styles and emotional and cognitive reactions to stressful events. In J. A. Simpson & W. S. Rholes (Eds.), Attachment theory and close relationships (pp. 143–165). New York: Guilford Press.
  • Overall, N.C., Fletcher, G.J., Simpson, J.A., & Fillo, J. (2015). Attachment insecurity, biased perceptions of romantic partners’ negative emotions, and hostile relationship behavior. Journal of Personality and Social Psychology, 108(5), 730-749.
  • Pietromonaco, P. R., & Feldman Barrett, L. (1997). Working models of attachment and daily social interactions. Journal of Personality and Social Psychology, 73, 1409 –1423.
  • Simpson, J. A., Winterheld, H. A., Rholes, W. S., & Oriña, M. M. (2007). Working models of attachment and reactions to different forms of caregiving from romantic partners. Journal of Personality and Social Psychology, 93, 466 – 477.
  • Tan, R., Overall, N. C., & Taylor, J. K. (2012). Let’s talk about us: Attachment, relationship-focused disclosure, and relationship quality. Personal Relationships, 19, 521–534.
  • Tidwell, M. C., Reis, H. T., & Shaver, P. R. (1996). Attachment, attractiveness, and social interaction: A diary study. Journal of Personality and Social Psychology, 71, 729–745
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