L’utilizzo della mindfulness nel trattamento delle dipendenze patologiche

Mindfulness e Dipendenze: comprensione degli stati interni e il programma Mindfulness Based Relapse Prevention per la prevenzione delle ricadute.

ID Articolo: 115637 - Pubblicato il: 20 novembre 2015
L’utilizzo della mindfulness nel trattamento delle dipendenze patologiche
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Francesca Mazzocco, Claudia Soldi, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Questo lavoro mira ad integrare i due costrutti “Mindfulness” e “Addiction”, come chiave per comprendere i modelli neuropsicologici che si basano sull’addiction e gli interventi psicoterapeutici che derivano da essi.

 

A tal proposito l’apporto dei processi di mindfulness è cruciale sia da un punto di vista teorico e sia da un punto di vista applicativo in alcuni recenti approcci psicoterapeutici, tra cui ad esempio la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e la Functional Analytic Psychotherapy (FAP).

Tutti i modelli terapeutici che includono i processi di mindfulness, hanno come scopo principale quello di portare la persona a modificare alla radice il rapporto con le proprie esperienze interne ed in generale.
L’obiettivo è quello di sviluppare l’abilità di ognuno di noi, di osservare la propria esperienza mentre accade e non solo quella di esserne il soggetto, il protagonista e l’attore.

Questa capacità del sé di osservarsi in azione in modo non giudicante e non orientato a modificare in alcun modo ciò che si sta osservando, crea quello spazio, quel decentramento necessari a perseverare nelle proprie scelte e nei propri comportamenti anche in presenza di esperienze di vita dolorose e spaventose. Da qui l’emergere di modelli psicologici che si fondano sulla constatazione dell’ubiquità della sofferenza umana e della conseguente impossibilità di liberarsene o di risolverla, stimolando lo sviluppo e l’applicazione in ambito terapeutico di principi e metodi profondamente radicati nella psicologia orientale, con l’esigenza di integrare diversi approcci valorizzando quelle componenti innate della natura umana, decisive nell’influenzare la lettura degli eventi, i comportamenti e gli stati emotivi dell’individuo.

Messaggio pubblicitario Tali componenti possono essere individuate nell’accettazione dell’esperienza (Hann, 1998; Hayes, Strosahl, Wilson 1999), nell’atteggiamento compassionevole verso la propria e altrui sofferenza (Gilbert, 2005), nella capacità di auto-osservazione non giudicante (Kabat-Zinn, 1990), nell’idea che la mente può osservare se stessa e comprendere la propria natura (Dalai Lama, Benson, Thurman, Goleman e Gardner, 1991).
La capacità peculiare di tali componenti è quella di dirigere l’attenzione verso la sfera emotiva e verso il rapporto di interdipendenza e reciproca influenza tra mente e corpo (Goleman, 1991), e più in generale in un atteggiamento capace di armonizzare e normalizzare le variabili intra e interpersonali.

Tutte queste componenti possono essere riassunte nel concetto di mindfulness.
La mindfulness consiste quindi nella capacità di sviluppare e mantenere un’attenzione consapevole, non è una tecnica di rilassamento, bensì una pratica per sviluppare l’attenzione volontaria.
Secondo la definizione di Joan Kabat-Zinn (1990), mindfulness significa

Porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante.
Si tratta quindi di stato mentale correlato a particolari qualità dell’attenzione e della consapevolezza, in cui la persona ascolta e osserva le proprie emozioni, le proprie sensazioni fisiche e i propri pensieri, accettandoli così come sono, senza giudicarli, senza cercare di modificarli, né bloccarli.
La pratica della mindfulness si propone quindi, di aiutare a sostituire nella vita quotidiana comportamenti reattivi, automatici e distruttivi con scelte consapevoli e appropriate al contesto.
La mindfulness, nella concezione più generale del termine, propone un modo di essere consapevoli, che può servire come via d’accesso a un modo più vitale di essere nel mondo; in pratica, imparando ad essere mindful, riusciremo a sintonizzarci con noi stessi:
Essere consapevoli della pienezza della nostra esperienza ci rende consapevoli del mondo interno della nostra mente e ci immerge completamente nella nostra vita
(Siegel, 2009).

La mindfulness non cambia i contenuti della nostra mente (pensieri) ma le nostre relazioni con essi e si presenta come uno strumento che può essere integrato ad una terapia.
Come afferma Kabat-Zinn (1990), infatti i pensieri sono solamente pensieri, non rappresentano la realtà; la consapevolezza che noi non siamo i nostri pensieri porta al distanziamento da essi e alla possibilità di entrarci in relazione per quello che in realtà sono: semplici eventi mentali, indipendentemente dal loro contenuto o dalla loro carica emotiva.

In ambito clinico, la mindfulness rientra negli orientamenti terapeutici della cosiddetta terza onda della terapia cognitivo-comportamentale ed è stata sviluppata in una serie di protocolli molto efficaci per affrontare e superare il dolore cronico e lo stress, le recidive depressive, le ricadute nella dipendenza da alcool e sostanze (in cui focalizzeremo l’attenzione), e nei disturbi alimentari (MBSR- MindfulnessBased Stress Reduction; MBCT- MindfulnessBased Cognitive Therapy: MBRP- MindfulnessBased Relapse Preention; MB-EAT- MinfulnessBasedEatingAwareness Training).

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