ISIS, terroristi e vittime: un profilo psicologico

Su cosa fa leva lo Stato Islamico per reclutare i suoi militanti? I kamikaze sono mentalmente disturbati? Quali sono le consguenze a breve e lungo termine sulla psiche dei sopravvissuti alle bombe? Le risposte di uno psichiatra

ID Articolo: 115732 - Pubblicato il: 19 novembre 2015
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Articolo di Corrado de Rosa, pubblicato su L’Espresso

Strage Parigi, la psicologia di terroristi e vittime

Su cosa fa leva lo Stato Islamico per reclutare i suoi militanti? I kamikaze sono mentalmente disturbati? Quali sono le conseguenze a breve e lungo termine sulla psiche dei sopravvissuti alle bombe? Le risposte di uno psichiatra

Psicologia dello Stato Islamico
Lo Stato Islamico offre risposte e ricompense inestimabili a chi ha bisogno di certezze: il significato di una vita, il grado di eroi e martiri nella Storia della lotta agli infedeli. L’Is si legittima con la religione, ma le ragioni profonde della sua forza sono psicologiche. Fa leva sulla disperazione di chi vive in territori degradati, crea opportunità basate sul sogno di rivalsa, fa welfare alternativo per la soddisfazione del qui e ora: porta l’elettricità nei villaggi, apre mense e aggiusta strade, vaccina i bambini, paga le famiglie dei kamikaze. I capi lavorano per sottrazione: al-Baghdadi appare pochissimo sui media, nessuno sa con precisione chi siano i suoi luogotenenti. Questo accresce il loro alone di mistero, l’immagine di guerrieri e santi che sfidano il male, la paranoia dei militanti. Col risultato di facilitare reclutamento e radicalizzazione.

L’Is offre le donne ai combattenti, sfrutta i social network per fare propaganda, usa la musica per creare identità e rafforzamento nell’immaginario collettivo, affina la manipolazione psicologica per reclutare foreign fighters. Mette in rete immagini virali che provocano eccitazione e indignazione (soprattutto in chi è suggestionabile), stuzzica i sentimenti d’ingiustizia, umiliazione e riscatto, eccita il bisogno di appartenenza, trasforma il profano nel sacro.

 

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Tratto da: l'Espresso

 

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