Il lacanismo, malattia senile del freudismo

Il declino del lacanismo data la mancanza di studi di efficacia della terapia lacaniana e le difficoltà di comprensione degli scritti.

ID Articolo: 115557 - Pubblicato il: 17 novembre 2015
Il lacanismo, malattia senile del freudismo
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Il lacanismo è ormai al crepuscolo per quanto riguarda l’impiego come forma di terapia (mentre gode ancora di una certa fortuna tra filosofi e critici letterari). Del resto la psicoanalisi lacaniana è praticamente l’unica forma di psicoterapia della quale non esista praticamente alcuno studio di efficacia.

 

Imposture intellettuali e l’esperimento di Alain Sokal

Qualche anno fa, un noto fisico franco-americano, Alan Sokal, ebbe una curiosa illuminazione. Infastidito dalla lettura di Lacan e dei suoi epigoni, il cui esoterismo tecnico scrittoriale rendeva un’impresa degna di Sisifo finire ogni singola pagina, si chiese semplicemente: “E se mi stessero prendendo in giro?”. Sokal volle mettere alla prova questa idea e scrisse un testo intenzionalmente privo di senso ma carico di espressioni intricate e citazioni di autori oscuri.

Lo intitolò in modo roboante “Per un’ermeneutica quantistica del testo letterario”. Lo inviò poi a “Social Text”, una rivista piuttosto illustre, che lo pubblicò senza particolari resistenze. Dopo l’uscita, però, qualcuno avrebbe ben potuto avanzare qualche dubbio sul senso dello scritto, ma nulla successe. Dopo qualche mese, Sokal fece il suo coming out, spiegando il motivo che lo aveva spinto alla burla. Ne nacque un libro, intitolato “Imposture intellettuali” (con Jean Bricmont, trad. it. Garzanti), nel quale il fisico raccontava la propria esperienza e metteva alla berlina tutti gli autori che a suo avviso vendevano fumo senza arrosto. Tra di loro, naturalmente, Lacan occupava il posto d’onore. La tecnica usata per lo sbertucciamento era molto mirata ed efficace: lo psicoanalista francese (come molti intellettuali del suo stampo) si spinge talora a proporre accenni alle scienze hard e alla fisica in particolare; dato che Sokal poteva ben ritenere di controllare almeno quello specifico campo in modo adeguato, era in grado di verificare se le allusioni fossero sensate o almeno coerenti. Naturalmente, Sokal poteva facilmente dimostrare il contrario.

 

La supercazzola di Lacan: esegesi del testo

Sarebbe un errore, tuttavia, ritenere che solo quando si azzarda nel territorio della fisica Lacan sia censurabile. Chiunque legga Lacan senza essere un lacaniano, pur non dicendolo ad alta voce per evitare di sbagliarsi, ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a periodi che sembrano una via di mezzo tra la supercazzola prematurata di “Amici miei” e il grammelot di Dario Fo (che peraltro ha una nobile origine, risalendo addirittura a Molière).

Non c’è dubbio che il linguaggio tecnico di una disciplina scientifica qualsivoglia possa risultare esoterico. Personalmente non mi azzarderei mai a giudicare un articolo di fisica quantistica e a sorridere delle sue formule astruse. Però tendenzialmente gli specialisti di meccanica quantistica capiscono gli articoli sulla meccanica quantistica e gli astrofisici capiscono gli articoli di astrofisica. Perché uno psicologo non dovrebbe capire un testo di psicoanalisi? Eppure questo è quanto succede a psicologi e psicoanalisti non lacaniani quando leggono Lacan: non capiscono nulla o quasi. E questo è testimoniato dagli stessi lacaniani quando criticano chi critica Lacan: invariabilmente il commento è che il lettore non lacaniano non ha capito.

 

Il verbo lacaniano: custodito religiosamente e accessibile solo agli iniziati

Ma è veramente necessario leggere e capire tutto Lacan per criticarlo, come pretenderebbero gli adepti? Beh, anzitutto bisogna chiarire una cosa: leggere tutto Lacan è impossibile. Non semplicemente perché la sua produzione è sterminata (il che è peraltro vero) ma perché solo una frazione del verbo lacaniano è disponibile alla lettura di tutti. I testi realmente redatti da Lacan sono relativamente pochi: la maggior parte di essi è racchiusa e tradotta in italiano in Scritti e Altri scritti (raccolta, quest’ultima di pubblicazione recente per Einaudi). In realtà, però, una parte molto ampia dell’insegnamento di Lacan è costituita dal Seminario, ovvero dalla trascrizione delle lezioni tenute dal nostro per decenni, soprattutto al Collège de France. Ora, del Seminario soltanto una parte è edita (e tradotta in italiano).

Messaggio pubblicitario Il grosso dei dattiloscritti originali giace negli scrigni del genero ed esecutore testamentario Jacques-Alain Miller e le copie di essi circolano (non riviste e semi-clandestine) solo nelle biblioteche delle scuole di psicoanalisi di ispirazione lacaniana. Negli scritti di Miller e di altri si trovano diverse allusioni ai seminari inediti ma naturalmente è impossibile valutarne l’attendibilità dall’esterno. Già da questo si potrebbero trarre molte conclusioni sullo spirito settario che anima i seguaci di Lacan. Sta di fatto che solo gli iniziati potrebbero realmente leggere l’intero lascito lacaniano; e si tenga presente che tra i seminari inediti ci sono quasi tutti gli ultimi. Quindi ad ogni critica di Lacan un lacaniano iniziato potrebbe rispondere: “Ma tu non hai capito x perché non hai letto y”.

 

Il cocktail esotico di psicoanalisi, strutturalismo e linguistica

In ogni caso bisogna convincersi che per scardinare il lacanismo non serva una forza erculea di ragionamento: bastano, come avrebbe detto Kierkegaard, “un intelletto umano sano e un po’ di senso del comico”. Già l’impostazione del lacanismo è fallace, frutto semplicemente di mode caratteristiche degli anni cinquanta dello scorso secolo. Lacan si limitò a mettere insieme psicoanalisi, strutturalismo e linguistica, per distillare quella che forse è la sua affermazione di base:

l’inconscio è strutturato come un linguaggio

(come si legge nel seminale Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi). Ma l’inconscio è strutturato? E soprattutto, è strutturato come un linguaggio, dal punto di vista della psicoanalisi classica?

La risposta è no, l’inconscio non è, in ottica freudiana, strutturato come un linguaggio, a meno che non si definisca con “struttura” e con “linguaggio” qualcosa di completamente diverso dall’usuale. La struttura di un linguaggio è determinata da una grammatica, ovvero, come scrive Chomsky

un sistema di regole e principi che assegna a ciascuna di un numero infinito di frasi una forma fonetica e una forma logica, unitamente ad altre proprietà strutturali.

Una tale definizione lascia aperto il ruolo della pragmatica del linguaggio, ma anche quest’ultima è soggetta a regole stabilite intersoggettivamente, in modo non meno efficace perché implicito (basta considerare gli studi di Grice al riguardo).

Il linguaggio, secondo quello stesso Roman Jakobson che è costante riferimento di Lacan, è suscettibile di “descrizione quantitativa”: il contenuto da esso veicolato può essere tradotto in termini di “informazione binaria” (si vedano i Saggi di linguistica generale). In altre parole il linguaggio è di per sé coerente, soggetto al principio di non-contraddizione. L’organizzazione dei tempi verbali, nella quasi totalità delle lingue conosciute, è attuata secondo principi che rendono possibile identificare, nella comunicazione, la sequenzialità temporale. L’inconscio di Freud, invece, è caratterizzato dall’incoerenza e dall’assenza del principio di non-contraddizione. Nel lavoro onirico manca anche l’ordinamento temporale e episodi dell’infanzia si innestano in ricordi recentissimi.

Dal punto di vista della tecnica psicoanalitica classica, uno dei fondamenti imprescindibili è costituito dal cosiddetto setting, ovvero quell’insieme di principi pratici che regolano la scansione della terapia e che devono rimanere costanti per quanto possibile: luogo, tempo, intervallo tra le sedute etc. Una delle caratteristiche della tecnica lacaniana, invece, è quella di basarsi sull’ora logica, cioè sulla possibilità di variare la durata della seduta. L’analista decide di interromperla quando a suo avviso sia venuto il momento giusto. Possono esserci tanti buoni motivi per una simile scelta: ci si può limitare qui ad affermare senza tema di smentita che la conseguenza è però quella di alterare in modo decisivo i principi classici della psicoterapia psicoanalitica, e in particolare di quella freudiana.

 

Lacan autoproclamatosi erede di Freud

Si potrebbe a questo punto osservare che il punto di vista lacaniano potrebbe essere inteso come una possibile interpretazione del freudismo e considerare le astruse formule del seminarista parigino come una possibile modalità di lettura di Freud, paragonabile a quella di un critico letterario, che legga un testo qualsiasi senza pretendere di esaurirlo. Questa possibilità, però, è esclusa dallo stesso Lacan, che di Freud si ritiene unico interprete legittimato. Gli cederò a questo punto la parola, citando letteralmente dal Seminario XXIII, intitolato “Il sinthomo” (sic):

Sono, mio malgrado, un erede di Freud per avere enunciato a suo tempo quello che si poteva trarre in termini di buona logica dai farfugliamenti di coloro che Freud chiamava la sua banda, e che non ho bisogno di nominare. Si tratta della cricca che seguiva le riunioni di Vienna, della quale non possiamo certo dire che tra gli altri vi sia stato qualcuno che abbia seguito la via che chiamo della buona logica
(trad. it., p. 10).

Messaggio pubblicitario Lacan sta quindi dicendo che Abraham, Jones e compagnia fossero tutti dei poveri dementi e che Freud li avrebbe tutti sconfessati come del tutto incapaci di intendere e di volere. Purtroppo per lui, le opere freudiane abbondano di riconoscimenti ai suoi allievi per avere contribuito alla crescita della teoria psicoanalitica. Ma per comprendere il rapporto autentico di Freud con i suoi allievi basterebbe leggere i Dibattiti della società psicoanalitica di Vienna, che ci sono pervenuti nei resoconti di Otto Rank (stipendiato ufficialmente da Freud per fungere da segretario verbalizzante). L’epiteto “banda” nei confronti dei primi psicoanalisti è una pura e semplice invenzione di Lacan (né peraltro è l’unica invenzione nelle sue discutibili ricostruzioni storiche).

 

Una coerenza circolare che rinuncia alla logica

Un dubbio potrebbe a questo punto scuotere il lettore che abbia avuto la pazienza di leggere fino a questo punto: come fanno i lacaniani a studiare Lacan e a trovare una logica e una coerenza in quanto leggono e a poter enunciare frasi, o addirittura scrivere interi articoli utilizzando il suo astruso linguaggio se il dettato lacaniano è sostanzialmente privo di senso? In questo sta la genialità supercazzolista di costui: Lacan ha costruito un’articolatissima coerenza circolare nelle definizioni dei propri concetti. Il concetto (1) rimanda ai concetti (2) e (3) e così via, finché non ci si ritroverà ad un concetto (n) che rimanda al concetto (1). Ne risulta una rete dove tutto sembra andare al proprio posto, ma dove nulla ha un reale significato. Mentre il testo freudiano, che sembra essere il riferimento costante di Lacan, viene in realtà piegato a impieghi che il padre della psicoanalisi avrebbe difficilmente riconosciuto.

Nel resto del mondo, se si eccettuano Francia, Argentina e in parte Brasile il lacanismo è ormai al crepuscolo per quanto riguarda l’impiego come forma di terapia (mentre gode ancora di una certa fortuna tra filosofi e critici letterari). Del resto la psicoanalisi lacaniana è praticamente l’unica forma di psicoterapia della quale non esista praticamente alcuno studio di efficacia. I lacaniani, infatti, si oppongono fermamente all’idea che sia possibile effettuare una qualunque forma di verifica empirica basata di misurazioni di alcun tipo (ed anche alla stessa possibilità di registrare sedute analitiche). Sarebbe ora che anche in Italia si prendesse atto di questo e si iniziasse a lasciare quietamente estinguere l’ennesimo epigono dei sarti protagonisti della favola I vestiti nuovi dell’imperatore.

 

Il nonsense disarmante di Amici miei (1975)

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Bibliografia

  • Sokal, A. Bricmont, Jean. (1997). Imposture intellettuali. Editore Garzanti
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