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Videogiochi e dislessia: verso un trattamento divertente!

Secondo i ricercatori dell'Università di Padova, i videogames aiutano bambini dislessici a leggere più velocemente, più di quanto aiuti un anno di lettura.

Di Redazione

Pubblicato il 19 Mag. 2015

Aggiornato il 11 Gen. 2018 11:29

Corinne Oppedisano

I genitori che osteggiano con gran fatica l’uso dei videogiochi da parte dei figli potranno rilassarsi e smettere di combattere. I videogames aiutano i bambini dislessici a leggere più velocemente, più di quanto riesca a fare un anno di lettura.

Questo è quanto rivela uno studio dell’ università di Padova e dell’Irccs E. Medea, pubblicato sulla rivista Current Biology, secondo il quale 12 ore di gioco sono in grado di migliorare la velocità di lettura in bambini con diagnosi di dislessia.

 L’ipotesi eziopatogenetica di partenza individua il deficit percettivo, quale meccanismo primariamente responsabile delle difficoltà di lettura. In particolare, il difetto risiederebbe nella via visiva Magnocellulare, implicata nel processing degli stimoli in movimento, a basso contrasto di target e a bassa frequenza spaziale. Rimane da spiegare come, nello specifico, questo deficit concorra a determinare le difficoltà di lettura. Per rispondere bisogna considerare che la via Magnocellulare ha ampie connessioni con la corteccia parietale posteriore che è coinvolta in tre funzioni implicate nel processo di lettura, quali attenzione visiva spaziale, regolazione dei movimenti oculari e visione periferica.

In particolare, secondo Stein & Welsh (1997), i dislessici hanno prestazioni deficitarie in compiti che necessitano di soppressione saccadica, cioè di quel meccanismo percettivo che durante i movimenti oculari, inibendo la precedente fissazione, consente di avere una percezione stabile.

Diversi test psicofisici, negli ultimi 20 anni, hanno mostrato una differenza significativa fra dislessici e normo-lettori, in compiti che coinvolgevano selettivamente la via Magnocellulare.

Queste evidenze hanno spinto i ricercatori a progettare training riabilitativi per i disturbi specifici della lettura che prescindessero dal trattamento dei deficit fonologici associati alla dislessia, prevedendo che una riabilitazione delle funzioni della via Magnocellulare potessero riabilitare anche le cadute di natura fonologica.

Partendo da queste evidenze, il team guidato da Andrea Facoetti, neuropsicologo dell’università di Padova, ha selezionato 20 bambini dislessici, bilanciati per QI, capacità fonologiche e livello di lettura, i quali sono stati suddivisi in due gruppi: il primo ha giocato 80 minuti al giorno, per 9 giorni, ad un actiongame, mentre il secondo ha usato per lo stesso tempo un gioco non action.

I ragazzi appartenenti al primo gruppo hanno registrato un significativo incremento nella velocità di lettura, che non andava a discapito dell’accuratezza. Solo i giochi di azione si sono rivelati utili alla riabilitazione del deficit attentivo collegato alla dislessia.

Gli actiongames sono caratterizzati, infatti, dalla rapida presentazione di stimoli visivi anche nella periferia del campo visivo, che devono essere processati velocemente e che richiedono di coordinare la percezione con una risposta motoria. Il follow-up, a 2 mesi, ha registrato il mantenimento dei progressi nella velocità di lettura. Rimane da spiegare in che modo, nello specifico, i giochi di azione abbiano consentito la generalizzazione dei miglioramenti anche a stimoli di tipo linguistico. Giocare ai videogiochi di azione ha allenato i bambini a concentrarsi su uno stimolo specifico e ad ignorare i distrattori. Questo ha consentito una maggiore efficienza nel processing delle informazioni rilevanti di una parola e ha permesso di ridurre l’interferenza laterale di cui i bambini dislessici soffrono.

 Questo studio è importante, non solo perché conferma l’implicazione del deficit attentivo nell’insorgenza della dislessia, ma anche perché apre nuove prospettive dal punto di vista della riabilitazione e della prevenzione. Spesso, infatti, il training riabilitativo proposto dai professionisti del settore risulta noioso e frustrante per i bambini che sono costantemente costretti a scontrarsi con il proprio deficit, per questo la percentuale di drop-out rimane molto alta. In secondo luogo il fatto che il focus dell’intervento stia nel training di abilità non linguistiche suggerisce nuovi percorsi di prevenzione rivolti a soggetti in età pre-scolare.

Oggi più che mai sembra vicina la possibilità di proporre ai bambini dislessici un trattamento, finalmente, anche divertente.

 

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