Milano tra tradizione e innovazione, tra libertà e violenze

Milano è una città accogliente e aperta, che offre libertà dalle oppressioni e dai significati del passato ma questo può sfociare in violenze e aggressioni.

ID Articolo: 109851 - Pubblicato il: 06 maggio 2015
Milano tra tradizione e innovazione, tra libertà e violenze
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Articolo di Giovanni Maria Ruggiero, pubblicato su Linkiesta del 3/05/2015

 

È tempo di parlare bene di Milano, dopo le violenze di venerdì pomeriggio. È tempo di parlare di una città accogliente e aperta, come raccontò per anni Gaetano Afeltra sul Corriere della Sera con saggia ingenuità, parlando dei suoi sogni di giovane ambizioso proveniente da Amalfi, sogni che a Milano poterono realizzarsi senza dover soffrire l’usuale prezzo dell’emigrante: lo sradicamento, l’esclusione, la solitudine. A Milano, per fortuna, c’è tutta l’Italia e trovi sempre persone con le quali puoi ricreare il meglio della tua regione di provenienza, lasciando alle spalle le ristrettezze della vita di provincia.

Invece di Milano ci lamentiamo sempre, costantemente, crogiolandoci in un’eterna scontentezza, in un eterno e malmostoso rimuginio. Che va bene, la scontentezza è il sale della libertà, quando non sconfina nell’invocazione a buon mercato della violenza. È l’eterno rischio di degenerazione dello spirito critico in spirito autodistruttivo.
È vero: Milano non ti fa innamorare. Non ha il fascino della storia che avvolge Roma, Venezia o Firenze. Precocemente occupata dagli stranieri fin dal ‘500, è rimasta per secoli provincia spagnola e austriaca senza una signoria locale che la ingombrasse di monumenti come Mantova o Ferrara. Questo è stato anche un vantaggio: le ha consentito uno sviluppo moderno con viali e parchi e linee metro che non devono fare i conti con mille rovine del passato. Però i suoi viali non hanno la monumentalità di quelli di Parigi.

Messaggio pubblicitario Milano non ha nemmeno il fascino metropolitano di New York. Il suo centro storico, stretto nel perimetro circolare delle mura medievali, è piccolo e conserva le proporzioni umane della città comunale, del borgo italiano. E nemmeno questa misura è però sentita un pregio, dato che toglie a Milano la disumanità sradicata della grande metropoli, della giungla urbana.
Oltre le mura medievali si stende la cerchia intermedia che arriva alle mura spagnole zeppa di palazzi umbertini, liberty o in stile “novecento” che non ti abbagliano e che sei portato a sottovalutare, come un po’ tutte le cose di Milano. A me piacciono il novecento della Torre Rasini al 61 di Porta Venezia e il liberty della Casa Galimberti al 3 di via Malpighi. Ma al giorno d’oggi è sufficiente cliccare wikipedia per avere un elenco completo dei palazzi milanesi.

Non sono qui però per lodare l’architettura e la sottovalutata bellezza di Milano, cose di cui poco m’intendo. Posso però scrivere di come l’insoddisfazione verso Milano sia una forma -attenuata, come si conviene a Milano- del disagio della modernità. Disagio a tratti impalpabile, poiché è il disagio della mancanza di senso e di direzione. L’individuo lasciato a se stesso e alla propria libertà può rischiare di scoprire di non saper che farsene, di questa libertà. Liberato da significati e da direzioni un tempo opprimenti, può scoprire che un’esistenza laica e senza sensi prefabbricati da una tradizione può disorientare. Poco consola sapere che in passato tradizione e sacralità hanno servito troppo spesso il male e il delitto. Ancora oggi le civiltà ancora pervase dal senso del sacro non sono affatto un modello ideale, e anzi si macchiano di violazioni dei diritti umani, i più elementari. Ma la pochezza umana non ci consente di non sentire la mancanza dei lati positivi di quegli orizzonti così ricchi di senso.

Uno dei sogni dell’uomo moderno è la liberazione dal fardello dei ceppi sociali, dei limiti, delle convenzioni morali e religiose. Probabilmente questo spinse il giovane Afeltra a lasciare Amalfi negli anni ’30 e tentare la fortuna a Milano. Il problema è che poi iniziamo a sentire la mancanza di questo fardello. Anche dietro la più violenta protesta, come ad esempio quella dei black bloc, c’è una richiesta d’ordine. Si potrebbe dire che ogni rivoluzionario non è altro che un conservatore impaziente, un uomo d’ordine un po’ impulsivo. Per questo, sebbene i ribelli talvolta indulgano a leggere e ammirare Nietzsche, nessuno è disposto a seguirlo fino in fondo. Va bene il sì alla vita, ma la bestia bionda, per fortuna, non tenta nessuno. Si persegue allora un ribellismo moderato e una devastazione ragionevole, qualche auto bruciata e qualche negozio devastato, ma niente dei massacri rivoluzionari della prima metà del novecento.

E nemmeno il delirio giovanile e terroristico della seconda metà del secolo scorso. Tutto oggi sembra ridursi a un periodico incresparsi della superficie borghese, con qualche scontro in piazza a cura dei Black Bloc testimoniato da mille selfie immediatamente diffusi per il mondo su uno degli innumerevoli social network. Il tutto che si alterna a vacanze low cost, magari a Cuba, sognando una seconda vita.

Messaggio pubblicitario So che rischio di banalizzare tutto. È che manca il pathos della distanza. Vedere queste micro-rivoluzioni sui mille media che oggi abbiamo a disposizione dà questa sensazione che nulla sia davvero serio. Vi è tutta una serie di studi sulla psicologia dei new media che dimostra come l’immediata disponibilità della notizia la banalizzi irrimediabilmente, trasformando il tutto in un gioco apparentemente innocuo. D’altro canto non è affatto detto che il borghese in pantofole che assiste dalle sue finestre ai disordini per le strade sia impaurito dai rivolgimenti sociali. Può anche condividerli e improvvisamente gettare a terra la sua zimarra e scendere sui marciapiedi a manifestare, nella sempre crescente confusione dei ruoli che è anch’essa molto milanese, se pensiamo alle manifestazioni degli anni ’70 del novecento, in cui davvero non si capiva mai chi fossero i borghesi e chi i ribelli. Oppure accentuare il desiderio d’ordine e indossare una camicia nera e recarsi alla milanesissima piazza San Sepolcro dove fu fondato il fascio primigenio: rivoluzione si, ma conservatrice. La psicologia dell’aggressività rimane un campo confuso.

Insomma, nella storia il milanese rimane un eterno scontento che vuole al tempo stesso l’ordine e il casino. Riprendendo la passeggiata interrotta a inizio articolo, dopo la Torre Rasini possiamo imboccare il Corso Venezia già amato da Stendhal (abitò al numero 51, oggi c’è una targa) e incontrare in successione Il Planetario e il Museo Civico di Storia Naturale. Dopo aver ammirato il neo-classico Palazzo Saporiti sormontato dalle statue degli dei olimpici inoltriamoci nei giardini intitolati a Montanelli, un altro eterno scontento, toscano e milanese. Oppure andare al Lorenteggio fino al numero 50 della via Giambellino al bar del Cerrutti Gino. Oggi si chiama bar Masuri ed è gestito da cinesi. Che non sia più il Bar Gino e che sia oggi dai fratelli Hu va benissimo ed è una cosa molto milanese: il passato è passato. E peraltro anche lamentarsi che non si chiami più Bar Gino è una cosa molto milanese. Basta non incendiare le auto. Poi, se proprio si vuole, c’è la salumeria di fianco gestita dal nipote di Gino, Ferdinando Fiamenghi, che tiene esposte coppe vinte a biliardo dagli amici di Gaber. Insomma, tradizione e innovazione.

 

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