Uno psichiatra punk rock: Intervista a Benedetto Valdesalici

State of Mind intervista lo psichiatra reggiano Benedetto Valdesalici, attualmente in pensione dopo aver diretto il SERT e collaborato con gruppi rock

ID Articolo: 109194 - Pubblicato il: 16 aprile 2015
Uno psichiatra punk rock: Intervista a Benedetto Valdesalici
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Senza la musica Mozart sarebbe stato in manicomio e molti altri dopo di lui, senza la musica Marsia avrebbe ancora la pelle, senza la musica non esisterebbe neanche la poesia che è l’ultima ragione che ci resta. La musica dà già molto alla vita perché la Psichiatria vuole dei contributi?

Qualche tempo fa ho letto il bel libro di Michele Rossi “Quel che deve accadere, accade. Storia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni” (2014), che racconta le vicende di questi due grandi artisti emiliani, fondatori del gruppo punk-rock CCCP (poi divenuto CSI), che ebbe notevole successo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nel libro si accenna più volte a uno psichiatra reggiano, il dottor Benedetto Valdesalici, attualmente in pensione dopo aver diretto il SERT per tanti anni, che in certi periodi è stato collaboratore, testimone e ispiratore del gruppo.

Messaggio pubblicitario Il cantante Giovanni Lindo Ferretti, prima di dedicarsi completamente alla musica ha lavorato come educatore psichiatrico e questa esperienza emerge in modo prepotente in diversi testi della band, come Curami (“Curami, curami, curami…Prendimi in cura da te, prendimi in cura da te”) o Valium Tavor Serenase (“il Valium mi rilassa, il Serenase mi stende, il Tavor mi riprende”). Abbiamo rintracciato il dottor Valdesalici per farci raccontare di quell’esperienza e del suo rapporto con altre realtà musicali della zona (come gli Ustmamò).

Gaspere Palmieri (GP): Nelle biografie dei CCCP, si parla anche di te e dei tuoi rapporti con il gruppo, soprattutto all’inizio della loro carriera. Ci racconti qualcosa di quel periodo e di quel rapporto?

Benedetto Valdesalici (BV): Allora ero un giovane medico dedicato a quella psichiatria umanistica di cui avevo intravisto rari lampi nel mio cammino di studente, paziente, specializzando. Che i CCCP abbisognassero di una funzione enzimatico-maieutica nella forma poetico sciamanico psichiatrica lo possiamo arguire con la distanza degli anni: allora ero solo una necessità risolta in corso, nient’altro.

Ricordo le irritazioni e le cupaggini conseguenti agli scontri caratteriali tra Giovanni Ferretti, Massimo Zamboni e Umberto Negri. Dopo una lite feroce scoppiata in non so più quale concerto vennero a casa mia a chiedermi confronto, conforto e consulto. Preparai tre sacchettini, che a loro insaputa contenevano una zampetta di coniglio e prescrissi li portassero al collo il più a lungo possibile. Risolvere la lite in atto psicomagico per dirla con Jodorowsky. Di fatto portarono il sacchettino giorno dopo giorno accorgendosi che cresceva una gran puzza sotto il loro naso. Quando divenne insopportabile se ne liberarono. La mia fu, sostanzialmente, una funzione ostetrica, un sostegno alla nascita, come fu più tardi per gli Ustmamò. Oggi posso affermare che i CCCP necessitavano, sullo sfondo, di una funzione di contatto-controllo ed io sentivo allora una forte necessità di testimonianza, di fare memoria, di filmare.

GP: In diversi brani dei CCCP c’è più di un accenno al disagio individuale e sociale e in tanti testi emerge il vissuto di ex operatore psichiatrico del cantante Giovanni Lindo Ferretti. Possiamo dire che i CCCP fosse una band un po’ “psichiatrica”?

BV: Nel 2014 ho contribuito con alcuni reperti alla mostra che Annarella Giudici (“la benemerita soubrette” n.d.r.) ha allestito sui CCCP.  Il primo reperto che ho trovato è un video di 45 minuti con libretto, cartolina e invito ad uno spettacolo al teatro Orologio a Reggio Emilia il 21 aprile 1987: Chi fruga frega, adagio schizofrenico. Un’operina teatrale dedicata alle mie vicende psichiatriche in prosa polifonica alla Amy Lowell. La prima parte del video consiste di una lettura pedissequa ed emozionata arredata da suoni e voci fuori campo. La seconda è la distruzione del testo da parte di Ferretti e della sua corte dei miracoli. Una specie di rituale sciamanico psicomagico. Così torna alla mente la Sezione Lombroso, un ramo sostanzialmente sconosciuto dei CCCP delle origini che pur produsse comunicati, volantini, pezzi di fanzine, cartoline, gadget (che comprendevano immagini di David Cooper, Ronald Laing, Bruno Bettelheim) e firmò la video perizia per RAI2 di Ortodossia, un vinile rosso slavo con libretto di proclami, prodotto dalla Attack Punk Record di Giorgetti, oggi Helena Velena. Ma come sezione Lombroso dovevo anche occuparmi della manutenzione del tasso di salute mentale in corso, che con l’arrivo nel gruppo di Danilo Fatur e di Antonella Giudici subì una brusca flessione. Uno spogliarellista blasfemo e una mannequin ultraspeed: la danza dello zolfo e del sale dentro l’athanor del palcoscenico. Eppure tutto resse. Fino a Tienanmen e al crollo del muro di Berlino, ma questa è un’altra storia.

GP: Ci racconti delle altre tue esperienze di collaborazione con artisti della tua zona come gli Ustmamò o Mara Radighieri?

BV: Gli Ust sono nati in camera mia, dopo il mio ritorno a casa da Bologna. Conoscevo Ezio e Luca fin da bambini e l’arrivo prima di Silvia, poi di Mara come cantante lo ricordo bene. C’erano all’origine conflitti di leadership che si sono amalgamati al resto e credo siano stati mortali (come per i CCCP). Mara è una cara amica, un famiglio, una compagna di cammino. Che dire collaboro? No con lei vivo e se da cosa nasce cosa, e se son rose fioriranno, diventano ritornelli che rallegrano la giornata. Mi fa anche incazzare, ma se non vi fanno incazzare coloro che amate cosa ci stanno a fare? Ma questa è altra storia.

Messaggio pubblicitario GP: La zona dell’appennino reggiano è molto feconda dal punto di vista musicale. C’ é qualche motivo culturale particolare alla base di ciò?

BV: C’è l’amore per la musica e il canto dei montanari, non solo reggiani. Penso ai Maggi, alle befanate, ai canti di lavoro e di emigrazione; penso ai Cori e al piacere dell’ascolto; penso ai Liguri montani primigeni che dal loro piacere per il canto presero nome (ligues in greco “dal bel canto”).

GP: Ti sei mai interessato di musicoterapia?

BV: Ho collaborato con l’Indaco per molti anni e l’opportunità espressiva della musica è insuperabile come impagabile è la lezione di ascolto che la musica offre. Credo sia un ottimo nootropo, un buon eupeptico, un serio miorilassante anche se può ferire.

GP: Pensi che la musica possa dare qualche contributo alla psichiatria?

BV: Senza la musica Mozart sarebbe stato in manicomio e molti altri dopo di lui, senza la musica Marsia avrebbe ancora la pelle, senza la musica non esisterebbe neanche la poesia che è l’ultima ragione che ci resta. La musica dà già molto alla vita perché la Psichiatria vuole dei contributi?

GP: Esiste secondo te un rapporto tra musica rock e psicopatologia?

BV: No, sebbene molti idoli rock siano stati severamente disturbati, spesso sotto abuso di alcool e sostanze pur cantando in liriche insuperate i drammi interi di una generazione. Il passaggio acustico/elettrico, la Fender forse qualcuno l’ha vissuta come il diavolo, i dischi ascoltati alla rovescia dei satanisti, ma dare una chitarra in mano a uno psicopatico potrebbe esprimerlo, sfogarlo, forse potrebbe perfino curarlo meglio di un neurolettico di VI generazione. Nessuna musica può essere accostata eziologicamente alla psicopatologia. La musica deve stare fuori dal DSM anche se il violino è lo strumento del diavolo “il trillo mi fu dettato letteralmente dal demonio” racconta Tartini. Ma voi credete al diavolo?

CCP e Benedetto Valdesalici

 

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