MisUse it and Lose it: affidarsi alla tecnologia è un danno

I vantaggi dell'utilizzo di strumenti tecnologici sono indiscutibili, ma quando il loro uso può diventare dannoso anche per la nostra salute? - Psicologia

ID Articolo: 104644 - Pubblicato il: 25 novembre 2014
MisUse it and Lose it: affidarsi alla tecnologia è un danno
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Daniela Beltrami, Vania Galletti, OPEN SCHOOL MODENA

Le tecnologie oggi disponibili rappresentano un traguardo importante che l’uomo ha conquistato con tempo e fatica, ma devono essere utilizzate con attenzione, non affidandosi ad esse, ovvero abbandonandosi completamente alle loro cure; il rischio è infatti quello di trasformare gli innegabili vantaggi derivanti dalla costante attività mentale richiesta dalle nuove tecnologie, in un potente strumento di demolizione delle abilità cognitive.

La “Tecnologia” (tékhne-loghìa), letteralmente “discorso sull’arte” (arte intesa come tecnica), avanza grazie all’intelletto umano; ma in questo ragionamento, oggigiorno, l’uomo è davvero contemplato, o la tecnica si discute da sé?

“Il problema è: non cosa possiamo fare noi con gli strumenti tecnici che abbiamo ideato, ma che cosa la tecnica può fare di noi“ (Galimberti, 2000).

Negli anni ottanta è stato introdotto il termine “Technostress”, espressamente coniato con l’intento di far riflettere sulle possibili ripercussioni di un uso scorretto (misuso) delle nuove tecnologie (allora principalmente Personal Computer); i sintomi più comunemente riportati erano: ansia e depressione, insonnia, mal di testa, ipertensione, calo della concentrazione, disturbi gastrointestinali, alterazioni ormonali, comportamentali e isolamento relazionale (Broad, 1984).

Messaggio pubblicitario Negli ultimi trent’anni le cose sono cambiate notevolmente; oggigiorno dobbiamo confrontarci con una miriade di dispositivi diversificati per peso, funzione, forma e colore, che ci accompagnano in ogni ambito della quotidianità, dal risveglio alla buonanotte. Siamo costantemente rimbalzati da una tecnologia all’altra e, sempre più rapidamente, siamo costretti a districarci tra innumerevoli cambi di ruolo: dipendente impeccabile durante la videoconferenza Skype, genitore presente al cellulare durante una telefonata con il preside, amico affettuoso pronto a “mettere il like” su Facebook, amante premuroso che rapidamente concede la spunta azzurra su Whatsapp, e così via.

Viviamo un’esistenza frammentata, quasi schizofrenica, che facilmente ci impedisce di stare nel presente, di goderne senza pensare a cosa abbiamo fatto il giorno prima e cosa faremo nei minuti a venire; la Fear of Missing Out (FOMO), ovvero la paura di essere tagliati fuori soltanto per aver perso un post, un twit, una festa o un qualsiasi altro evento “importante” (Rosen, 2011; Przybylski et al., 2013), esprime perfettamente questo concetto. Non a caso le psicopatologie legate ad un misuso della rete comprendono atteggiamenti compulsivi, che prevedono la messa in atto di comportamenti ben riconosciuti come inutili e inadeguati ma dei quali non si riesce a fare a meno.

Le tecnologie oggi disponibili rappresentano un traguardo importante che l’uomo ha conquistato con tempo e fatica, ma devono essere utilizzate con attenzione, non affidandosi ad esse, ovvero abbandonandosi completamente alle loro cure; il rischio è infatti quello di trasformare gli innegabili vantaggi derivanti dalla costante attività mentale richiesta dalle nuove tecnologie, in un potente strumento di demolizione delle abilità cognitive.

Recentemente è stato condotto uno studio (One Laptop per Child, OLPC) che ha analizzato il comportamento di alcuni bambini Etiopi alla presentazione di tablet ancora impacchettati; “pensavo che i ragazzini avrebbero giocato con le scatole” riporta l’ideatore della ricerca “nel giro di pochi minuti, uno di loro non solo aveva aperto la scatola ma anche trovato il pulsante per accenderlo; dopo cinque giorni erano in grado di usare quarantasette applicazioni; dopo due settimane cantavano canzoncine con l’alfabeto inglese”.

La meraviglia parla da sé; ma pensiamo a quali ripercussioni potrebbero esservi in seguito ad un uso ripetuto e totalizzante di questa ed altre tecnologie: l’impatto delle luci blu degli schermi sul ritmo circadiano (forte tanto quanto una qualsiasi droga; Duffy & Czeisler, 2009), con conseguenti esiti negativi a livello affettivo e cognitivo (ansia, depressione, disfunzioni cognitive); la minor capacità di concentrazione dovuta al continuo bombardamento di informazioni che riduce le energie disponibili per attività statiche (come lo studio) e condiziona le abilità comunicativo-relazionali (i giovani “curano le amicizie sui social network e poi si chiedono se sono tra amici; sono connessi tutto il giorno ma non sono sicuri di avere davvero comunicato; hanno idee confuse sulla compagnia”; Turkle, 2012) e quelle di ragionamento (perché fermarsi a pensare quando la soluzione è disponibile su Google in alcuni millisecondi?); ed altri ancora.

Messaggio pubblicitario Tisseron (2008) si scaglia duramente contro l’utilizzo delle tecnologie in tenera età proponendo la regola del “3-6-9-12”: nessuno schermo digitale fino a tre anni; nessun videogioco fino a sei; nessun accesso ad Internet prima dei nove e libero accesso solo dopo i dodici. Ammesso che tale posizione sia condivisibile, saremmo davvero in grado di scendere a compromessi? O la tecnologia è diventata molto, troppo confortevole?

Pensiamo al banale utilizzo del GPS: è stato dimostrato che un uso eccessivo del GPS (comodo e rapido) potrebbe condurre ad una graduale disattivazione della struttura neurologica deputata alla memoria visuo-spaziale, l’ippocampo (Robbins, 2010). Inutile dire che un’atrofia ippocampale non sarebbe una buona accoglienza dell’invecchiamento cerebrale. Purtroppo la società famelica nella quale viviamo ci impedisce di sentirci a nostro agio quando non sappiamo dove andare, e ci invoglia a prendere una scorciatoia; sviluppare una mappa cognitiva (tramite l’utilizzo di navigazione spaziale e strategie di stimoli e risposte) richiede risorse e tempo, ma è un investimento a lungo termine.

La memoria merita un capitolo a parte. Come già accennato la tecnologia facilita ogni cosa, anche l’acquisizione e l’immagazzinamento delle informazioni. È più semplice ed economico usare una “memoria esterna” capace di recuperare, modificare, cancellare episodi ed azioni a piacimento. Terrorizzati dal poter dimenticare esperienze contro la nostra volontà, evitiamo direttamente di viverle, fotografando e condividendo tutto (con ritmo bulimico); senza conservare nulla da sfogliare mentalmente in privato; nulla di cui ricordarsi all’improvviso con sorpresa, ed emozionarsi.

Un recente studio (Henkel, 2004) mostra che nel momento in cui ci accingiamo a scattare una fotografia siamo già predisposti a dimenticarla e a farne scivolare via le caratteristiche e i dettagli (photo-taking impairment effect): insomma, “più scatti, più scordi”. Un esempio pratico è offerto dai concerti, dove il parterre è colmo di spettatori che saltellano davanti al palco brandendo in aria lo smartphone come Mercurio agitava il suo caduceo. “It’s sad if you’re that excited about your (…) phone. (…) It’s annoying. It’s insulting to the band. (…)  You’re taking those moments away from the band and the people around you” (Chris Robinson – frontman Black Crowes, 2014).

Per concludere: l’innovazione tecnologica è straordinaria; scaturisce dall’inventiva dell’uomo e, in parte, ne stimola la creatività. Ma ricordiamo ch’essa dovrebbe essere al nostro servizio (non il contrario), e dovrebbe integrare e compensare quelle abilità che comunque devono essere stimolate e nutrite, in primis cogliendo ed apprezzando il presente.

Meaning, not possessions, is the ultimate goal of (people’s) lives, and the fruits of technology (…) cannot alone provide this. People still need to know (…) that they are remembered and loved, and that their individual self is part of some greater design beyond the fleeting span of mortal years.

Csikszentmihalyi et al., 1981

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