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Il Piacere derivante da attività rischiose e la Ricerca di Sensazioni

Come si sviluppa e quali caratteristiche ha la tendenza alla ricerca di sensazioni? Il fascino che le attività rischiose esercitano su certi individui

ID Articolo: 103492 - Pubblicato il: 28 ottobre 2014
Il Piacere derivante da attività rischiose e la Ricerca di Sensazioni
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Massimiliano Iacucci

Oggi tratteremo di una motivazione che, ad un primo sguardo, sembra presentare difficoltà interpretative particolari: si tratta del fascino che le attività rischiose esercitano su certi individui. Tali attività sono azioni dall’esito aperto in cui, nonostante l’incertezza del risultato, vengono messe in gioco conseguenze importanti. In alcuni casi il rischio viene definito come la tensione verso un oggetto-meta non sicuramente raggiungibile (Kogan, Wallach 1967).

Tuttavia, di regola, un’azione viene sentita come realmente rischiosa solo quando il suo corso sfavorevole implica anche una perdita. Non solo l’incertezza dei guadagni, ma anche la possibilità di trovarsi alla fine dell’azione con qualcosa in meno di quanto si aveva all’inizio rendono quindi rischiosa una determinata attività.

Tuttavia vale la pena rischiare solo se, qualora gli eventi prendano una piega positiva, i guadagni siano particolarmente elevati. Un uomo d’affari o uno speculatore di borsa che riflettono sul fatto di investire o meno il loro denaro in un progetto non completamente sicuro potrebbero rappresentare casi tipici di questo calcolo razionale degli investimenti.

Accettare rischi senza realistiche prospettive di vantaggiosi profitti sarebbe, in ogni caso, incomprensibile. Tuttavia esistono moltissimi esempi del fatto che gli uomini non seguono calcoli razionali di questo genere. Talvolta sono addirittura disposti a pagare per esperire lo stato di insicurezza. Gli occasionali frequentatori dei casinò che, ogni volta, rischiano un determinato importo precedentemente fissato, esemplificano questo fatto.

Essi, di solito, sono consapevoli che la probabilità di perdere denaro è maggiore della speranza di vincerne. Ciononostante investono i soldi. Indipendentemente dal fatto che essi siano contenti di respirare l’atmosfera del casinò, in questo caso predominano innanzitutto gli stimoli, la tensione e l’eccitazione vissuti nelle fasi in cui è un elemento incalcolabile della situazione (per esempio, il rotolare della pallina della roulette) che può decidere se improvvisamente sì vincerà una forte somma oppure no. Ma il caso del gioco è compatibile con il modello di investimento razionale: si è pur sempre in vista di un risultato che, nel caso di successo, potrebbe essere di molto superiore all’investimento. 

Completamente inconciliabili con il modello dell’investimento razionale sarebbero invece i casi in cui un individuo mette a repentaglio valori importanti senza nessuna prospettiva di risultati vantaggiosi. Ciononostante, nei fine settimana assolati, moltissimi rocciatori si arrampicano sulle pareti più difficili; molte persone si librano in volo su deltaplani o si gettano con il parapendio; i motociclisti sfrecciano veloci sfiorando il suolo nelle curve; gli sciatori azzardano la discesa di ripidi e stretti canaloni; in giorni di tempesta i surfisti si gettano nell’inferno di onde alte diversi metri facendo il giro della morte. Nella pratica di sport rischiosi gli individui sborsano parecchi soldi per le attrezzature, i viaggi, investono tempo e fatica, litigano con il partner, rischiano la salute e la vita, e, in caso di successo, non hanno nulla di tangibile. Ma allora cos’è che spinge a ricercare questo tipo di rischio?

Csikszentmihalyi (1975) ha scoperto proprio negli scalatori esperienze flow (tabella 1) particolarmente intense (deep flow). Essi raccontano che, mentre si arrampicano, sono di necessità completamente concentrati sullo spazio che immediatamente li circonda, cioè sull’appiglio che la mano deve afferrare nei secondi successivi. La loro percezione del tempo passato si contrae al massimo ai trenta secondi precedenti e la loro pianificazione non supera i cinque minuti. Non esiste assolutamente nulla oltre all’azione che stanno ora svolgendo: tutto è chiaro e limitato all’arrampicarsi, tanto che la vita con le sue contraddittorie esigenze e i suoi problemi in questi momenti non esiste. In casi ideali sembra quasi che i movimenti si adeguino naturalmente alla roccia: senza riflettere, si fanno le cose giuste.

Si potrebbe sicuramente ammettere che gli stati flow possano avere un grado di incentivo fortemente elevato. Rimane tuttavia aperto il problema circa la ragione che spinge alcuni individui proprio all’arrampicarsi. L’esperienza flow si può provare anche giocando a scacchi o ballando (Csikszentmihalyi, 1975), suonando (Siebert, Vester, 1990) o dipingendo (Hentsch, 1992) e senza il pericolo che la minima distrazione possa provocare gravi incidenti o avere conseguenze fatali.

Tabella 1. Componenti dell’esperienza “flow”

tab 1

Sembrerebbero esservi delle differenze individuali nell’atteggiamento verso il “pericolo di perdere la vita”, in alcuni individui procura paura, in altri eccitazione. Il concetto di sensation seeking è quello che ha maggiormente stimolato questo tipo di ricerca (Zuckerman, 1971; 1979; 1994).

  Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio In esperimenti sulle ripercussioni a lungo termine dell’impoverimento di stimoli (la cosiddetta deprivazione sensoriale), Zuckerman aveva notato che alcuni individui sopportavano queste situazioni monotone meglio di altri. Questi ultimi diventavano subito inquieti e avevano sensazioni di forte avversione quando mancavano le stimolazioni.

Zuckerman ha ipotizzato che le differenze emerse in questa insolita situazione sperimentale derivassero da una disposizione comportamentale primaria che si presenta anche in situazioni diverse. Egli ha chiamato questa disposizione sensation seeking (ricerca di sensazioni e impressioni). Essa comprende il bisogno, diverso per ogni individuo, di impressioni varie, nuove e complesse, unito alla disponibilità ad accollarsi, proprio per amore di esse, rischi fisici e sociali.

Anche per ciò che riguarda la sensation seeking si può pensare all’esistenza di un retroterra biologico-evoluzionistico. Gli esseri viventi con un forte bisogno di impressioni e sensazioni ottengono necessariamente maggiori informazioni sul loro ambiente. Rapportandosi alle condizioni esterne, essi sviluppano competenze maggiori rispetto agli esseri viventi che sono appagati da quello che già sanno, o che rifuggono intimoriti da tutto ciò che è nuovo.

Nel 1969 Zuckerman ha ipotizzato che le differenze nell’ambito della sensation seeking risalissero semplicemente all’esistenza di standard individualmente diversificati relativi al livello di eccitazione ottimale del sistema nervoso. Gli individui con un alto standard di eccitazione sono destinati ad avere stimolazioni più intense e sono, di conseguenza, più spesso alla ricerca di sensazioni e impressioni di quanto non accada agli individui con uno standard più basso di eccitazione ottimale. Dal momento che l’attivazione generale del sistema nervoso centrale (Duffy, 1957) non è stata dimostrata nell’ambito della ricerca psicofisiologica, anche Zuckerman ha abbandonato questo tipo di approccio al problema.

Egli ha ripreso un’idea di Stein (1978), secondo la quale l’interesse e la curiosità sono prodotti da processi biochimici nel sistema limbico, nei quali la dopamina e la monoaminossidasi nel sangue hanno un ruolo importante (Zuckerman 1984). Le differenze individuali di questi processi dovrebbero quindi essere le cause delle differenze di sensation seeking. Tuttavia anche queste ipotesi non sono del tutto accettate (Knorring, 1984) e, nonostante i molteplici esperimenti fatti, la fondazione biochimica della sensation seeking non è ancora stata dimostrata scientificamente ( Schneider, Rheinberg, 1996).

Considerando il concetto di sensation seeking da un punto di vista psicologico, il primo problema che si pone è la determinazione di una simile disposizione. Per fondare una sindrome comportamentale quale la sensation seeking, sarebbero teoricamente necessarie moltissime osservazioni di differenti individui posti in situazioni e in momenti diversi. Per motivi economici l’osservazione diretta è stata sostituita da un questionario, in cui gli intervistati davano informazioni sulle modalità comportamentali in questione. Sono stati così raggruppati quegli enunciati relativi a preferenze e a modi di reazione che si riferivano sia a impressioni forti, nuove e ricche di variazioni, sia ad attività rischiose, sia infine all’evitamento della monotonia e della noia. Dalle analisi statistiche (analisi fattoriali) è emerso che la sensation seeking comprende quattro diverse componenti (Tabella 2).

Tabella 2. Le quattro componenti della “sensation seeking”

tab 2Nella versione attuale (la quinta) ogni componente viene determinata da dieci enunciati. Se si tengono presenti le singole componenti, allora risulta che esse hanno correlazioni reciproche medio-basse (da r = 0,20 a r = 0,40). A causa di ciò, Zuckerman (1979) ha ritenuto opportuno costruire un valore complessivo dato dalla somma delle componenti, che dovrebbe riflettere la tendenza alla sensation seeking di un individuo. Da un punto di vista statistico questo procedimento è piuttosto criticabile. Anche alla luce dei risultati di ricerche ulteriori bisognerebbe riflettere se non sia più proficuo lavorare con le singole componenti, anziché con il valore complessivo.

Affiancando la scala di Zuckerman ad un test della personalità, il test 16PF di Cattell (1956), si è infatti dimostrato che le diverse componenti della sensation seeking dipendevano, di volta in volta, da altre caratteristiche della personalità.

1. La componente “thrill and adventure seeking” (ricerca di brivido e di avventura) è legata ai fattori della personalità “scarsa tendenza al conflitto”, “elevata forza dell’Io”, “fiducia” e “iniziativa sociale”;

2. l’”experience seeking” (ricerca di esperienze) invece, ai fattori “non conformità” e “scarsa autodisciplina”;

3. la componente “disinhibition” (disinibizione) a “impulsività” e “dipendenza dal gruppo”;

4. la “boredom susceptibility” (suscettibilità alla noia), infine, è in relazione con “diffidenza” e “radicalismo”.

L’elemento decisivo non è quindi lo sport in sé, bensì – di fatto – il suo contenuto di rischio. Proprio la presunta pericolosità di ogni singola disciplina è in rapporto con la sensation seeking. Sciatori che hanno avuto incidenti presentano valori di sensation seeking più elevati rispetto agli sciatori che finora non ne hanno avuti.

Sono state dimostrate molteplici correlazioni con i più diversi ambiti comportamentali, i cui valori sono spesso bassi e talvolta medi; sono così emersi rapporti plausibili della sensation seeking con la disposizione al rischio viaggiando in macchina o in motocicletta nel traffico stradale, con il consumo di droghe, con la sessualità, e addirittura con la delinquenza.

In ogni caso, tutte queste ricerche non possono colmare il grave deficit teorico del modello di sensation seeking. Zuckerman si concentra sulla possibilità di riportare la disposizione alla sensation seeking, misurabile sulla base di questionari, a processi nervosi e biochimici. Tuttavia non affronta il problema della chiarificazione teorica del rapporto tra tale disposizione e il comportamento. Non è ancora stato definito quali siano i fattori situazionali e quali siano i processi emotivi e cognitivi che vengono stimolati da una determinata intensità di sensation seeking, la cui azione reciproca porta poi ad un certo comportamento. Questa spiegazione del comportamento si basa semplicemente sulla teoria delle caratteristiche individuali. I tratti particolari della condotta sono riportati ai tratti particolari di base della persona. L’equazione del comportamento elaborata da Lewin (1946), secondo cui la condotta è sempre funzione della persona e della situazione, non viene presa in considerazione. Ciononostante il lavoro di Zuckerman è importante perché ha fornito un modello di alcune caratteristiche personali che portano verso situazioni rischiose.

  Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Una delle componenti isolate, cioè la predilezione di sport rischiosi, può essere ulteriormente spiegata tramite l’analisi degli incentivi incentrati sull’attività (Rheinberg, 1987; 1996). Nelle ricerche sugli incentivi propri di sport pericolosi, per esempio il motociclismo e lo sci, oltre ad un elevato numero di incentivi diversi, è emerso anche un insieme di tre componenti relative al rischio.

La prima riguarda esperienze valutate positivamente, quali «il solleticare l’emozione» o «lo stuzzicare la paura». Tale componente corrisponde esattamente al thrill and adventure seeking di Zuckerman (1979). Queste indagini hanno però messo in evidenza che tali componenti non sembrano caratterizzare in modo adeguato la motivazione agli sport pericolosi. Cohen (1960), Slovic (1962) o Kogan e Wallach (1964) avevano richiamato l’attenzione su un’importante differenza relativa a situazioni rischiose. La misura in cui il corso di un evento dipende dal caso (per esempio, nella roulette) e la misura in cui dipende dal soggetto e dalla sua abilità (per esempio, in una difficile scalata al successo) costituiscono l’elemento decisivo per tale divisione. Coloro che praticano sport pericolosi hanno una forte tendenza al rischio legato alla propria abilità.

Nel frattempo è stata sviluppata una scala ridotta, che rileva la disponibilità ad accettare rischi dipendenti dall’abilità vs. dal caso (Risikobevorzugungs-Skala, Rheinberg, 1998). Le ricerche condotte su sciatori hanno mostrato innanzitutto che questo gruppo di sportivi amanti del rischio preferisce chiaramente, come atteso, rischi dipendenti dalla competenza piuttosto che rischi dipendenti dal caso. Alla luce di tali risultati sarebbe fuorviante certificare a coloro che praticano discipline sportive pericolose un inconscio desiderio di morte, che potrebbe essere dedotto dalla pulsione di morte freudiana (Freud 1920). Sportivi di questo tipo preferiscono invece, sistematicamente, situazioni in cui i «valori» superiori – cioè l’incolumità fisica o la vita stessa – dipendono dalla loro abilità. Abbiamo quindi a che fare con una basilare tematica della riuscita: la conferma del successo in condizioni di emergenza. In questo caso successo e insuccesso hanno conseguenze vitali e non solo simboliche; in nessun’altra situazione, infatti, la propria capacità di riuscita potrebbe essere più importante. Gli sport pericolosi provocano questa sensazione a coloro che li praticano.

La seconda componente della motivazione a sport rischiosi, oltre al thrill and adventure seeking, è quindi rappresentata da un motivo di riuscita fortemente accentuato. Entrambe le componenti si riferiscono l’una all’altra. Come è appena stato detto, l’eccitante pericolo vitale accentua l’importanza dell’abilità/competenza richiesta al soggetto. D’altra parte la valutazione della minaccia che produce il brivido (thrill) dipende decisamente dalla stima che il soggetto compie delle proprie capacità (capacità di controllo degli eventi). Gli stessi sportivi, per esempio l’alpinista estremo Reinhold Messner, interrompono l’impresa quando l’influenza di fattori incontrollabili si fa troppo elevata. Essi vivono alcune situazioni (per esempio, il traffico stradale) come fossero estremamente pericolose, poiché gli errori altrui mettono in campo rischi che non possono essere compensati dalla loro abilità. In questo senso ci si può sentire più sicuri in parete che non in autostrada.

La terza componente dell’incentivo nelle attività sportive pericolose – accanto alla tematica della riuscita e alla ricerca di eccitazione – corrisponde a ciò che Duncker (1940) aveva definito dynamic joys. Essa è stata determinata in modo più preciso da Caillois [1958], il quale ha analizzato «i giochi» in quanto attività prive di scopi. Egli ha formato un gruppo di «giochi» che ha definito ilinx (vortice, vertigine). Si esperisce quando il corpo viene posto in determinati stati dí movimento: «la caduta o il lancio nello spazio, la rotazione vertiginosa, gli scivoloni, la velocità, l’accelerazione in un movimento lineare oppure la sua combinazione con un movimento rotatorio» (Caillois 1958, 33). L’attrattiva di questi stati può essere osservata già nei bambini piccoli che strillano di gioia quando li si butta in aria, Molti (ma non tutti!). Gli adulti spendono denaro per avere esperienze simili sulle montagne russe o con il bungeejumping. Con Kiphard (1999) possiamo denominare questo stimolo componente vestibolare.

Tabella 3. La triade degli incentivi alle attività sportive rischiose (Rheinberg, 1996)

tab 3

La tabella 3 mostra in sintesi la triade degli incentivi alla motivazione ad attività sportive rischiose. Questi tre incentivi spingono un individuo all’esecuzione di attività sportive pericolose, in cui la possibilità di una minaccia vitale potenzia l’eccitazione rendendo l’esperienza più intensa e facendogli comprendere la fondamentale importanza della sua abilità per la sopravvivenza stessa.

Restano tuttavia due aspetti che necessitano di ulteriori chiarificazioni sia teoriche che empiriche: da un lato bisognerebbe spiegare fino a che punto la predilezione per un certo incentivo – predilezione che si determina con i concetti di motivo o disposizione – possa essere intesa come valore costante della persona. (In questo caso si dovrebbero studiare per esempio i rapporti con la disposizione alla sensation seeking). Dall’altro lato bisognerebbe spiegare come tale predilezione influenzi il tipo di attività che un individuo intraprende e le modalità con cui la esegue. Entrambi gli aspetti sono ancora poco chiari. Questo tipo di analisi di incentivi impedisce esclusivamente che la ricostruzione motivazionale venga frettolosamente riportata a uno o due modelli teorici preformulati.

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BIBLIOGRAFIA:

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