Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo!

La ricerca dimostra come la motivazione, l'autoefficacia e la capacità di darsi obiettivi siano i maggiori indicatori per predire il successo accademico...

ID Articolo: 103656 - Pubblicato il: 17 ottobre 2014
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Annalisa Oppo.

La motivazione conta per entrare all’università?

La tradizione narra che un giorno Archimede, matematico ed inventore greco, avrebbe detto: “Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo”. La celebre frase fu conosciuta in seguito alla scoperta dell’uso delle leve per sollevare gli oggetti ed è stata poi tramandata da filosofi e matematici. Oggi il concetto di leva viene usato, in senso metaforico, per spiegare alcuni costrutti psicologici come quello della motivazione.

La motivazione può essere vista come la manifestazione dei motivi che inducono un individuo a compiere azioni o a muoversi verso una direzione. La letteratura scientifica sulla motivazione è decisamente copiosa, per usare un eufemismo… Digitando la parola “motivation” su PUBMED, la banca dati scientifica più conosciuta, il risultato è sbalorditivo: 154167 articoli che, in un modo o nell’altro, sfiorano questo argomento.

Restringendo la ricerca ai soli studenti universitari, il numero degli articoli scientifici che hanno come parola chiave “motivation” si avvicina agli ottomila. Ma cosa ci dice la letteratura scientifica?

Uno studio longitudinale recente (Bjørnebekk et al., 2013) ha evidenziato che costrutti come la motivazione, l’autoefficacia e la capacità di darsi degli obiettivi siano i maggiori indicatori in grado di predire il successo accademico. Inoltre, Bjørnebekk e collaboratori hanno evidenziato come la motivazione connessa ad un comportamento orientato ad evitare il fallimento aumenta significativamente la probabilità di un drop out scolastico, in altre parole: un vero e proprio abbandono.

Una meta-analisi recente (Richardson et al., 2012) ha inoltre identificato in alcuni fattori, definiti dagli stessi autori “non-intellective constructs”, i maggiori predittori di grade point average (GPA), ritenuto uno degli indicatori di successo scolastico più affidabile e maggiormente indicativo di successo occupazionale (Strenze, 2007). Più precisamente, le variabili in grado di predire un GPA più elevato sono: l’autoefficacia connessa alla prestazione accademica (academic self-efficacy), la capacità di definire obiettivi di carriera scolastica (grade goal), e la capacità di autoregolare le proprie energie (effort regulation) che possono essere viste come declinazioni diverse del più ampio costrutto “motivazione”.

SFU PRESENTAZIONEDate le evidenze riportate dalla letteratura ci si chiede perché, in un contesto come quello universitario che dovrebbe essere orientato alle pratiche basate sulle evidenze, le procedure di selezione degli studenti ignorino l’aspetto motivazionale. Questo interrogativo si veste di un’importanza ancora più rilevante se si parla dello studio della psicologia.

Qual è la situazione relativa all’accesso ad un corso di laurea in psicologia in Italia?

Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR) dichiara l’esistenza di 37 università e 43 corsi di laurea in psicologia, includendo università pubbliche (78.4%), private (15.8%) e telematiche (7.9%).

Sebbene il corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche (L-24) non sia incluso nella lista dei corsi di laurea definiti dal MIUR “a numero chiuso”, l’ammissione al corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche è, per quasi la totalità dei corsi, a numero chiuso. Ad oggi, sebbene legittimo per ogni ateneo effettuare selezioni con le modalità che l’ateneo stesso ritiene più opportune, un test di ammissione rappresenta un dato di fatto per tutti i candidati che vogliono iscriversi a questo corso di laurea. La procedura di default è quella del test d’ingresso che prevede una serie di quesiti che spaziano dalla cultura letteraria a quella scientifico-matematica, unitamente ad una serie di domande attinenti al corso di interesse.

Da una nostra stima effettuata sulle liste degli studenti che hanno superato i test d’ingresso in alcune delle facoltà di psicologia che hanno il maggior numero di posti disponibili risulta che circa il 30 % dei ragazzi che prova un test entra effettivamente in un corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche. Uno su 3.

In questo contesto, ci si chiede se una selezione basata su domande a scelta multipla possa valutare effettivamente il livello di preparazione del futuro psicologo piuttosto che una capacità strategica di conquistare il maggior numero di punti possibili considerando il minimo rischio di errore (ricordiamo che ad ogni domanda errata viene solitamente sottratto un quarto di punto).

Sia l’opinione pubblica che quella dei tecnici sembra essere abbastanza concorde nell’affermare che un test a scelta multipla potrebbe non essere la scelta di selezione più felice.

Il Professor Alberto Scanni, primario emerito di oncologia al Fatebenefratelli di Milano afferma in un’intervista pubblicata sull’Espresso nel maggio del 2014 che «Per dare al Paese buoni dottori andrebbe valutata una sola cosa: la motivazione, la spinta etica»; afferma anche che «Il test non è democratico» e che «La selezione andrebbe fatta durante gli studi. Con esami molto più seri e impegnativi di quelli attuali. Non sbarrando l’ingresso a priori».

Il Professor Scanni parla dei medici, noi pensiamo che questo discorso valga anche per gli psicologi e nell’era dell’evidence-based dove la ricerca ha sottolineato l’importanza degli aspetti motivazionali ci chiediamo se fare una selezione, perché una selezione va fatta, ignorando l’aspetto motivazionale, sia la scelta migliore o più etica.

 

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