Vivere le vite degli altri: una settimana da Psicoterapeuta

Una tranquilla settimana da Psicoterapeuta, articolo di Giancarlo Dimaggio per il Corriere della Sera.

ID Articolo: 102208 - Pubblicato il: 25 agosto 2014
Vivere le vite degli altri: una settimana da Psicoterapeuta
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Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera il 24 Agosto 2014.

 

Sono psicoterapeuta, vivo le vite degli altri, per curarli divento loro cambiando identità allo scattare dell’ora. Per ricordarmi chi sono pubblico articoli scientifici, leggere la propria firma rassicura, oppure telefono agli amici. I veri amici riconoscono sempre la mia voce.

Lunedì all’una trovo una buona ragione per avere riposto in cantina copie di Caravaggio e Bruegel il vecchio che dipinsi vent’anni fa: erano mediocri. Mi trasformo in una ragazza al balcone, spaventata dall’idea di avere impulsi suicidi. Non ne ho alcuno, ma ne divento consapevole solo dopo trentadue minuti. L’ora dopo torno a essere un uomo, il che è mi è più comodo, annoiato dalla moglie ecologista e angosciato perché l’amante pare non intenda lasciare il marito, il che mi è spiacevole. Sono manager, decido con la mano sinistra perché il lavoro mi fa schifo. Prima o poi scopriranno che sono un bluff, non sopporto la folla nè la gente che mastica chewing-gum. A metà pomeriggio affermo orgogliosa: beve, non vuole figli e mi tradisce, l’ho lasciato! Mi assillano, purtroppo, tre domande: esiste l’uomo giusto? Se esiste, vorrà me? Se esiste e vuole me, cosa farò di male per perderlo?

In segreteria torno me stesso il tempo di un caffè. Luisa mi sorride, fiera. Indovina? Dimmi. Psychotherapy and Psychosomatics ci ha accettato l’articolo. Vai! Ritorno in stanza. Mi strazio al ricordo del funerale di mio padre, 15 anni fa. Protesto col mio psicoterapeuta (sempre io): vengo in terapia per piangere? No! Rispondo di getto, chiaramente giustificandomi. Ci si passa, le lacrime erano lì. Recupero punti, poco dopo discutiamo della differenza tra lager, ale e stout, concordiamo che l’amaro profumato delle Indian Pale Ale è inimitabile, la terapia ora è una cosa buona. Resta l’eco del lutto.

Messaggio pubblicitario Maledico Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese (Università di Parma). Niente di personale contro di loro, due geni, una gloria nazionale. Il guaio è che hanno scoperto i neuroni-specchio, cellule che ci permettono di capire la mente dell’altro senza ragionare ma simulandone l’azione nel nostro corpo. In termini semplici, se fa caldo e vedete l’amico che si dirige verso il frigo, stappate voi stessi una birra nell’immaginazione e concludete: ha sete. La differenza è che nella vostra mente l’azione pianificata e simulata non attiva i neuroni motori, lui berrà la birra e voi no (io l’ho già bevuta oggi pomeriggio).

Per noi psicoterapeuti questi neuroni specchio sono:

1) la chiave per l’empatia e l’attrezzatura con cui paghiamo i conti;

2) una fregatura indicibile.

L’altro soffre di brutto e le sue sventure circumnavigano le nostre aree cerebrali. È sera, saluto Luisa. I ragazzini sono nelle mani sicure della supertata che li starà mettendo a letto: risate, rimproveri ben dosati, denti lavati (mai negoziare). Vado al locale del mio amico Dario dietro piazza Trilussa a Roma; mi offre – preparato da Fabio – un mojito ineccepibile. Dario ha vissuto mille vite senza ricorrere ai neuroni-specchio: animatore al Valtur ai tempi di Fiorello, copywriter pubblicitario, operatore umanitario in Mozambico. Mi racconta che da quelle parti un pozzo costruito oggi non funzionerà necessariamente domani e di una modalità locale di reagire ai licenziamenti: sparando. Non mi racconta i fatti su cui si basa, non glieli chiedo. In Australia conosce Heath Ledger, prima che diventi il Joker. Me lo descrive come un ragazzo semplice, di curiosità vorace, voleva sapere tanto di Pirandello.

Il giorno dopo ho un disturbo alimentare. Mi abbuffo e faccio ore di esercizio fisico per non ingrassare, litigo con i miei fidanzati, mi arrabbio quando mi trascurano, li lascio, per calmarmi mastico oppio. Non ho le mestruazioni dal 2008 (questo per fortuna lo simulo con una certa facilità). L’ora successiva racconto con orgoglio di avere preso l’autobus dopo cinque anni – calcolo che ci ero salito l’ultima volta pochi mesi dopo l’interruzione del ciclo – , niente attacchi di panico, niente paura di svenire. Alé!

Nel tardo pomeriggio sono di ritorno da una missione diplomatica in Mozambico. Venivo da un periodo sentimentale virato al nero. Ho avuto un’avventura con uno del posto, una sorta di ritorno alla vita. L’ho salutato dicendogli che non ci saremmo più rivisti. Preoccupato domando: “Era armato?” Non si sa mai. Occhi perplessi mi fissano.

Ritorno in me mettendo a letto i figli con “La strada” di Cormac McCarthy. Mia figlia mi aveva chiesto: papi, qual è il romanzo più triste che hai letto? Amore, il più triste è anche il più bello. Di che parla? Non risposi. Presi il libro, iniziai a leggerlo ad entrambi. Oggi si scatena una gara di scommesse tra lei e il fratello. Muore il padre. No, muore il figlio. Muoiono tutti e due, così è più drammatico!

Il giorno dopo, sempre nei panni di me stesso, sono ad Oslo per tenere un seminario all’Istituto per la Mentalizzazione, invitato e ospitato da Sigmund Karterud, dell’Università della città. Ha quella rude gentilezza dei norvegesi, il freddo è secco, mi sento bene. Mi dice che il suo collega Finn voleva conoscermi ma è a New York, a casa di Paul Auster, è amico della moglie Siri Hustvedt, di origine norvegese. Mi sembra naturale. Realizzo quindi di avere formulato un sillogismo la cui conclusione è: tutti i norvegesi sono amici della moglie di Auster. Suona imperfetto, devo rifletterci su. Ceno con Sigmund al Theatercafeen, per aperitivo un Bordeaux nella lobby circondati da stampe di Munch. Domani dopo il seminario visiteremo il Munchmuseet, Finn ha scritto un pezzo di taglio psicoanalitico per uno dei cataloghi. Dopo cena mi mostra il Teatro dell’Opera, affacciato sul fiordo. A volte, mi spiega Sigmund, tengono seminari come il mio all’ultimo piano, grazie all’intermediazione di Finn. Finn comincia a insospettirmi.

Messaggio pubblicitario Sono riuscito a farmi del male. Avevo chiesto: se un paziente accetta una consulenza con me, portatelo, così vi mostro dal vivo come faccio terapia, è meglio di tanta teoria. Purtroppo qualcuno ha accettato. Mi ritrovo a tenere una seduta con una ragazza maltrattata dalla madre e abusata dal patrigno, timorosa di danneggiare la figlia, colma di vergogna. I miei neuroni-specchio impazziscono. Immedesimarmi in inglese con una donna norvegese è tremendamente difficile, chiedo aiuto agli amici, ai padri fondatori e, in ultimo, a Finn. Nessuno di loro è lì a coprirmi le spalle. Mi batte il cuore. La donna non se ne accorge, credo. Mi riprendo, divento lei, la seduta va alla grande, chiusura commovente. L’anno prossimo torno ad Oslo. A lavori conclusi Sigmund mi porta ad un lago fuori città, picnic in primavera e si pattina quando gela. C’è una sola baita rossa nel raggio di kilometri. “Ero qui con Finn una settimana fa”, mi racconta “e mi ha detto: bella, la voglio comprare. Gli ho risposto: sei pazzo. Lunedì mattina mi ha mandato un’email: l’ho comprata”. Immagino le puntate successive: Finn alle Termopili. Finn contro Godzilla. Finn intervista Salinger in seduta spiritica.

Domenica sera sono me stesso, in italiano, a casa, neuroni-specchio spenti! Ricominciano le scommesse su “La strada”. I miei figli premono: muore qualcuno? Chi muore? Papà, dai! Oppongo strenua resistenza. Si addormentano. Rimasto solo, nel buio, sono colto da due illuminazioni. Non stringere relazioni di alcun genere in Mozambico. Chiedere la cittadinanza norvegese per diventare amico della moglie di Paul Auster.

 

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