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Coglioneno! O almeno si spera – Collettivo Zero – Psicologia e lavoro

E parliamo anche noi come forse già troppi altri siti della campagna #coglioneno sviluppata dal collettivo Zero per combattere lo sfruttamento dei creativi

ID Articolo: 38702 - Pubblicato il: 22 gennaio 2014
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Coglioneno - Immagine: © Collettivo Zero

E parliamo anche noi come forse già troppi altri siti della campagna #coglioneno sviluppata dal collettivo Zero per combattere lo sfruttamento dei creativi. Pagheresti il tuo idraulico con un po’ di “like” su Facebook?

E anche noi –come gli altri siti- un po’ appoggiamo la campagna, un po’ la critichiamo. Si vede che è il destino dei creativi ricevere uno scappellotto insieme alla pacca sulla spalla. Il dubbio è che i creativi non facciano una trattativa dura prima di fornire il lavoro. Almeno questo è quel che emerge dai video. Sicuramente i datori di lavoro sono predatori e scorretti, almeno per come li presenta il video. Una versione urbana e civile (non sempre) del disturbo di personalità antisociale, descritto da Madeddu e Dazzi (2009). Ma proprio per questo occorre chiarire i termini del rapporto economico prima, e non dopo, aver eseguito il lavoro. 

Il video presenta i creativi come dei ragazzi un po’ tristi, per non dire depressi. Propensi a una rassegnata accettazione dei loro stipendi fatti di niente e di aerea visibilità. C’è un legame tra depressione e debolezza economica? Secondo Barbanti, primario del Centro delle Cefalee e del dolore dell’IRCCS San Raffaele Pisana, la crisi può determinare perfino un raddoppio dell’incidenza della depressione.

Per Barbanti, la mancanza di lavoro genera almeno 3 effetti drammatici: la debolezza del ruolo sociale (non servo a niente); la perdita dei rapporti interpersonali sul luogo di lavoro (spesso i nostri amici sono i nostri colleghi); e la difficoltà di incanalare la nostra capacità creativa (per chi ha la fortuna di svolgere lavori in cui ci si identifichi in pieno).

Messaggio pubblicitario Tuttavia questa tristezza non è di aiuto per gestire con forza i rapporti di lavoro, e le trattative sull’onorario. Occorre reagire. Mi viene in mente: e noi psicoterapeuti non rischiamo di deprimerci a nostra volta? In fondo anche il nostro mestiere è da creativi. Per evitare di diventare coglioni, oltre che creativi, una chiara e dura trattativa sul pagamento va intavolata subito. Il pagamento è parte del contratto terapeutico, dei limiti che occorre trasmettere a pazienti certamente sofferenti e maltrattati, ma talvolta anche propensi a maltrattare. Mi chiedo se l’insistenza su accoglimento e accettazione non possa generare effetti imprevisti: un incremento della coglioneria dei terapeuti, ad esempio.

Mi è capitato proprio alcuni giorni fa di supervisionare un giovane collega ancora non pagato da un paziente giunto alla 12a seduta. La supervisione è stata facile: accettazione si, coglione no! Questa gavetta sottopagata genera effetti paradossali, in cui accanto alla povertà di chi è sfruttato c’è anche l’ironico privilegio di chi è in grado economicamente di farsi sfruttare, di accettare –per ricchezza di famiglia- la lunga attesa che attende chi vuole tentare di inserirsi nel mercato del lavoro creativo.

Su Wired qualcuno si è chiesto se questi non siano i danni del famigerato discorso di Jobs a Stanford, il discorso dei sogni, del siate affamati e pazzi.

Col senno di poi di un creativo del collettivo Zero, quell’affamati suona sinistro. E anche quel pazzi. È arrivato il momento di aggiungere anche un bel: siate cattivi! Almeno durante le trattative.

 

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

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