La Risposta Neurale al pianto dei neonati. Neuroscienze & Gender Studies

Uno studio di Neuroimaging funzionale per indagare le differenze di genere (in stato di mind wandering) in risposta al pianto dei neonati. #Neuroscienze

ID Articolo: 34353 - Pubblicato il: 24 settembre 2013
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Differenze di genere: genitori e figli . - ©-Vojtech-Vlk-Fotolia.com_.jpg Gli studi neuroscientifici forniscono delle interessanti conferme rispetto ai diversi comportamenti e attitudini che caratterizzano le differenze di genere maschile e femminile e che spesso ci capita di osservare direttamente o indirettamente nella nostra esperienza quotidiana.

Una delle aree che storicamente ha da sempre evidenziato maggiori differenze tra i sessi è quella riguardante la genitorialità e la relazione con i figli, in particolare con i bambini piccoli.

Nella maggior parte delle culture le madri provvedono alla cura dei bambini in maniera più diretta rispetto ai padri, dedicandovi più tempo, energie ed attenzione.

Secondo alcuni studi (Boukydis et al., 1982; Zeifman, 2003), inoltre, le donne avrebbero, rispetto agli uomini, una predisposizione maggiormente accogliente verso il pianto dei bambini, che evocherebbe in loro risposte emotive di accudimento e comprensione.

Sappiamo da tempo che il pianto dei neonati e dei bambini piccoli rappresenta più di una modalità comunicativa, è un meccanismo prezioso che permette loro di guidare l’attenzione dell’adulto che se ne prende cura verso la soddisfazione dei propri bisogni primari, che rischierebbero, altrimenti, di restare insoddisfatti, mettendo in pericolo la sopravvivenza dei bambini stessi. Oltre a ciò, come ormai è noto, la risposta e la disponibilità emotiva elicitate dal pianto sono fondamentali per la creazione e lo sviluppo di un buon legame di attaccamento con l’adulto di riferimento.

Vi sono in letteratura numerosi studi condotti con tecniche di neuroimaging, riguardanti l’effetto del pianto dei bambini sulla risposta neurale degli individui adulti, ma la maggior parte di questi ha preso in considerazione esclusivamente le madri e soli pochi hanno coinvolto anche soggetti di sesso maschile.

Una delle eccezioni è rappresentata dallo studio di un gruppo di ricerca dell’Università di Trento, guidata dal dott. Nicola De Pisapia, che ha analizzato, avvalendosi dell’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, la risposta cerebrale di individui adulti (maschi e femmine) in stato di mind wandering (quel particolare stato di “riposo mentale” in cui non siamo cognitivamente impegnati in nessuna specifica attività e il nostro pensiero è libero di vagare) in reazione a stimoli uditivi corrispondenti al pianto di bambini affamati.

Messaggio pubblicitario I ricercatori hanno scelto di studiare la risposta neurale in stato di mind wandering poiché rappresenta la modalità di pensiero più comune, che caratterizza quasi la metà della nostra attività mentale quotidiana in stato di veglia. La condizione di non essere focalizzati su alcun particolare stimolo esterno e di ritrovarci “immersi nei nostri pensieri”, è perciò dotata di una elevata validità ecologica.

I risultati dello studio hanno evidenziato che, indipendentemente dal fatto di essere già genitori o meno, il cervello degli uomini e quello delle donne reagisce in maniera differente al pianto dei bambini piccoli.

In particolare, durante l’esposizione al pianto dei bambini, due delle principali aree neurali che formano il default mode network, il circuito responsabile del mind wandering, ovvero corteccia prefrontale mediale e cingolata posteriore, regioni tipicamente associate all’auto-riflessione e al pensiero centrato sul sé, restavano attive negli uomini, mentre subivano una deattivazione nelle donne.

Ciò dimostrerebbe una peculiare modulazione genere-dipendente nella risposta dei circuiti cerebrali alla richiesta del bambino di essere nutrito, che si manifesta in una rapida interruzione dello stato di mind-wandering nelle donne (madri e non).

Questi risultati confermerebbero, a livello evolutivo, una tendenza naturale da parte del genere femminile a una modalità di “cura alloparentale” nei confronti dei figli. Tale predisposizione, infatti, risulta comune a diverse specie di mammiferi, dove le femmine adulte cooperano e si aiutano reciprocamente nella cura della prole.

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