Vivere con il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Vivere con il Disturbo Ossessivo Compulsivo: Quando la Ricerca dà Voce ai Vissuti Interni.

ID Articolo: 23202 - Pubblicato il: 07 dicembre 2012
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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Disturbo Ossessivo Compulsivo: Quando la Ricerca dà Voce ai Vissuti Interni

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La ricerca sul Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) risulta spesso impersonale: i pensieri dei partecipanti, i  sentimenti e i loro comportamenti sono ridotti a una lista di caselle da barrare su un questionario. Questo crea il rischio di non dare la giusta attenzione ai vissuti interni di coloro che soffrono di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), vissuti spesso non riferiti a nessuno.

Helen Murphy e Ramesh Perera-Delcourt hanno adottato un approccio diverso per lo studio del disturbo: hanno infatti intervistato 9 persone (otto uomini e una donna) con Disturbo Ossessivo Compulsivo, faccia a faccia, per circa un’ora ciascuno, in modo da comprendere cosa si prova a convivere con il disturbo e con i vari trattamenti ricevuti. I ricercatori hanno trascritto le interviste ed hanno così evidenziato i temi chiave.

Per quanto riguarda l’esperienza del Disturbo Ossessivo Compulsivo, i temi principali sono stati “il voler essere e il voler sentirsi normali”, “il non riuscire a vivere”, e “l’ amare e l’odiare il DOC”.

Il disputing delle idee ossessive e delle compulsioni. - Immagine: © fotocomo - Fotolia.com

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I partecipanti trovano conforto nell’incontrare altre persone, spesso in terapie di gruppo, che riportano gli stessi vissuti. Dichiarano inoltre di preoccuparsi troppo di ciò che gli altri pensano di loro. Il DOC interferisce con lo studio, con le loro relazioni e con le carriere e spesso i partecipanti percepiscono la propria vita in una fase di stallo mentre la società continua a vivere normalmente. Sono state così approfondite le situazioni dolorose create dal DOC, quale per esempio quella di un uomo che, abitando in una casa con altri coinquilini, impiega tutti i giorni più di un’ora per lavare il bagno, prima di poterlo usare, con il prodotto di pulizia più igienizzante in commercio. “Vorrei poter controllare tutto questo, vorrei poter fermarmi”, riferisce il paziente  ma dopo continua con “O forse no”. Nonostante il dolore derivante da certe situazioni, infatti, si ritrova una costante in tutti i partecipanti: la paura di perdere le proprie abitudini patologiche.

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La ricerca ha toccato anche l’argomento “terapia”, i temi principali sono stati “ricercare una terapia”, “trovare le radici del problema”, e “migliorare se stessi”. I partecipanti hanno parlato del valore che ha per loro sentire i propri problemi riconosciuti e ascoltati. L’importanza del rapporto con i loro terapeuti è stato menzionato più volte, risultato in linea con ciò che è già noto circa l’importanza della relazione terapeutica.

Messaggio pubblicitario  Anche se gli aspetti della Terapia Cognitivo Comportamentale sono stati trovati utili da molti (“mi ha aiutato a concentrarmi su ciò che è importante per me nella vita”, ha detto uno dei soggetti), altri hanno lamentato la mancanza di interesse per le radici del disturbo. “E’ come tagliare una pianta al di sopra del suolo – le radici sono ancora lì”, ha detto un altro partecipante. Tuttavia, relativamente al migliorare se stessi, la Terapia Cognitivo Comportamentale sembra avere maggiore efficacia.

L’esame delle narrazioni delle persone può aiutare a capire l’esperienza vissuta e ridurre lo stigma sociale e personale. Dato il modo in cui i partecipanti hanno sottolineato il valore del rapporto in terapia, i ricercatori hanno messo in dubbio affermazioni come quelle che indicano la Terapia Cognitivo Comportamentale Computerizzata un valido sostituto nel trattamento del disturbo. I ricercatori inoltre concludono portandoci a riflettere su un altro punto: data l’importanza per le persone con DOC di capirne le origini, perché non dedicare più sedute della terapia alla scoperta delle radici del problema, in modo da diminuire notevolmente il rischio di una resistenza al trattamento? Chissà che il consiglio dei ricercatori non ci torni utile con qualche paziente particolarmente resistente! 

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