La felicità? E’ un piacere semplice. – parte 2

I giudizi alla base delle decisioni e del comportamento umano non sono guidati da processi razionali né dall’applicazione di norme statistiche, ma piuttosto sono il frutto di ragionamenti intuitivi, guidati da “scorciatoie cognitive” (euristiche) che spesso facilitano le scelte più appropriate, ma possono anche condurre ad errori sistematici.

ID Articolo: 4651 - Pubblicato il: 17 gennaio 2012
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Simona Meroni.

La felicità? E' una cosa semplice. Parte 2 - Immagine: © Kudryashka - Fotolia.comUn approccio differente, rispetto alla visione di Seligman (esposta nella parte 1 dell'articolo), ma altrettanto solido, nella ricerca della felicità è quello di Daniel Kahneman, psicologo premio Nobel per l’Economia nel 2002.

Kahneman, attraverso uno studio rigoroso e scientifico, dimostra che i giudizi alla base delle decisioni e del comportamento umano non sono guidati da processi razionali né dall’applicazione di norme statistiche, ma piuttosto sono il frutto di ragionamenti intuitivi, guidati da “scorciatoie cognitive” (euristiche) che spesso facilitano le scelte più appropriate, ma possono anche condurre ad errori sistematici. Secondo Kahneman i requisiti di coerenza della così detta razionalità economica non possono essere soddisfatti dalla mente umana. Ciò non significa un rifiuto radicale della razionalità umana, bensì una razionalità limitata, che combina elementi intuitivi e riflessivi.

Gli studi di Kahneman procedono in due direzioni precise; la prima si concentra su come le persone formulano decisioni in caso di eventi incerti. I giudizi umani si basano su un numero limitato di euristiche che riducono la complessità dei compiti ad operazioni semplici (ad esempio, l’euristica della disponibilità si riferisce alla tendenza a giudicare la probabilità di eventi sulla base degli esempi che sono presenti nella memoria. Poiché il ricordo è influenzato da fattori diversi, non sempre ci fornisce un campione rappresentativo).

La Felicità? E' una cosa semplice - Immagine: © chesterF - Fotolia.com

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Il secondo filone di ricerca prende in esame l’attitudine a rischiare, o meno, in determinate situazioni. Gli individui mostrano sperimentalmente una sensibilità più spiccata per le perdite che per i guadagni; ciò significa che una formulazione che pone l’accento sulle perdite derivanti da un’opzione, rende quell’opzione meno attraente per l’essere umano.
L’evidenza empirica di Kahneman suggerisce dunque che la razionalità umana non è governata dalla massimizzazione dei benefici e minimizzazione dei rischi, bensì dall’impatto di fattori affettivo-emotivi sul sistema cognitivo.

Questi due filoni di ricerca e di riflessione convergono nella definizione di Kahneman di benessere e felicità.

Lo psicologo israeliano riprende le ricerche di Easterlin, che indagava il costrutto di felicità ponendo ai soggetti intervistati una semplice domanda: «Presa la tua vita nel suo insieme, come stanno andando le cose? Ti consideri molto felice, abbastanza felice o poco felice?». Dai risultati di Kahneman sappiamo però che la mente umana può incappare in diversi errori di giudizio e valutazione: la memoria può essere tratta in inganno da processi mentali fallaci, influenzata da manipolazioni dello stato d’animo, da elementi contestuali, dalla cultura, etc.

Kahneman, nelle sue ricerche, quindi, richiede alle persone un resoconto momento-per-momento e non globale della propria esperienza, evitando così una ricostruzione a posteriori e utilizzando gli elementi forniti “in diretta”: «La tua esperienza è positiva o no in questo momento?».

«Per neutralizzare l’effetto delle distorsioni cognitive presenti nell’autovalutazione delle persone, dobbiamo disporre di misure che offrano le seguenti caratteristiche: a) devono corrispondere il più direttamente possibile alle reali esperienze edoniche ed emozionali; b) devono attribuire peso appropriato alla durata di varie porzioni di vita (come lavoro, divertimenti, ecc.); c) devono essere influenzati soltanto in misura minima da contesto e pietre di paragone».

La percezione della felicità, dunque, è determinata da un insieme di fattori, tra cui:

  • Il contesto: è in grado di influenzare le nostre decisioni, allontanandoci da ciò che sceglieremmo in completa autonomia. Alzi la mano chi, dopo un bombardamento incessante di spot pubblicitari, non ha mai ceduto all’acquisto.
  • Novità e imprevisti: una piacevole cena con gli amici può essere guastata da un conto inaspettatamente salato, oppure – viceversa – la temuta visita dal dentista può essere rallegrata da una telefonata che ci annuncia la vincita di un viaggio.
  • Attenzione: dona rilievo e importanza a qualcosa, che sia un oggetto o una circostanza. Ecco perché molte persone desiderano ardentemente qualcosa e poi, una volta ottenuta, scoprono di non essere più felici di prima;
  • Loss aversion: gli individui hanno paura di perdere qualcosa in loro possesso, più di quanto gioiscano a guadagnare qualcosa.

Si deduce, dunque, che esistono limiti cognitivi nel pensare e rappresentare la propria felicità e che la nostra stessa mente ci indirizza alla ricerca di una felicità ingannevole.

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Tra gli “errori mentali” più comuni, troviamo la difficoltà dell’essere umano a concepire la misura del tempo e la rapidità con cui ci abituiamo alle nuove situazioni (o ai nuovi oggetti). Fare grandi sacrifici ed enormi sforzi per aumentare il proprio reddito o per acquistare un bene materiale, nel tempo, aumenta poco o nulla la nostra felicità.

La felicità, come premesso, è composta da dimensioni elementari (la qualità dell’esperienza che si sta vivendo, positiva o negativa che sia), aspettative future e ricordi. Molto spesso siamo vittime di un “ingolosimento” momentaneo, che ci porta ad inseguire paradisi di breve durata (ad esempio: l’ultimo gadget tecnologico, un’automobile nuova).

Le ricerche di Kahneman dimostrano che lo stato affettivo esperito nei resoconti dei soggetti intervistati, dipende dalle attività in cui sono coinvolti.

In generale, il lavoro ottiene l’indice di gradimento più basso, così come i lavori domestici e lo shopping (!). Le attività relazionali e il tempo libero sono invece in testa alla classifica: socializzare con gli amici, rilassarsi, cenare e pranzare, fare attività fisica ma anche spirituale come il pregare.

Il tempo con gli amici è quello che offre un maggiore contributo in termini di felicità, seguito da quello passato in solitudine. Si nota anche che alcune circostanze di vita e di lavoro hanno differenti effetti sulla valutazione; ad esempio, donne divorziate hanno segnalato un livello di soddisfazione generale inferiore a quello segnalato dalla donne sposate. Grazie al metodo della ricostruzione giornaliera, gli effetti di alcune condizioni (matrimonio, divorzio, ma anche la qualità del governo), risultano incidere sulla valutazione della propria felicità, portandoci dunque una volta di più a riflettere sugli indicatori del benessere.

E’ importante tenere presente che i risultati sono frutto di una media, e ciò non significa che non esistano persone infelici del proprio matrimonio oppure altre che non traggono soddisfazione dalla propria carriera.

Un altro strumento utile e diffuso, purtroppo o per fortuna, per raggiungere livelli soddisfacenti di felicità, sono i così detti manuali di auto-aiuto. Insomma ognuno sembra avere una (o più) risposte alla spinosa questione.

I proverbi, del resto, confermano i risultati della ricerca da cui siamo partiti e che sembra confermata anche dagli studi di Seligman e Kahneman: “La felicità non si può comperare”; “I soldi non danno la felicità”; “Anche i ricchi piangono” etc.

Riassumendo, per essere felici, secondo Howell e il suo team di ricerca, quello che conta sembrano essere le nostre esperienze personali, i nostri vissuti, più che gli oggetti in sé.
Potremmo allora azzardarci a sostenere che Il discorso del Capitalista di Jacques Lacan declinato ai giorni nostri possa essere valido in parte, o in toto?

Ossia: nonostante la nostra società ci riempia di oggetti (anche non richiesti), ci bombardi di messaggi pubblicitari, di slogan, di imperativi, la nostra felicità (e da qui, il nostro benessere) possono derivare non dagli oggetti onnipresenti, ma dalla nostra capacità di rimanere Soggetti con la S maiuscola?
E ancora: possiamo forse affermare che alcuni disagi contemporanei (penso ai Disturbi Alimentari, alle Dipendenze, agli Attacchi di Panico) derivino proprio da questo “ingozzamento”, che ci fa soffocare, che fa smarrire la strada, che riempie un vuoto che in realtà dovremmo sentire, senza “tappare” con cibo, alcol, o paura? Un vuoto che ci consenta di percepire l’altro, ma anche noi stessi?

Un invito, forse, a riscoprire le nostre passioni, senza vergognarci della nostra felicità, per quanto semplice e disarmante possa essere.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Gray R., Jamieson A., Happiness? It’s just a simple pleasure, The Telegraph Group Limited, London, 2009.
  • Howell R., Rodzon K., How happy can you be? The Journal of Positive Psichology, 2009 (in press). Available at: http://bss.sfsu.edu/rhowell/Publications.htm.
  • Kahneman D., Economia della felicità, Il Sole 24 Ore Libri, 2007.
  • Kahneman D., Diener E., Diener E., Well-being: the Foundations of Hedonic Psychology. Russell Sage Foundation Publications, 1999.
  • Seligman, M., Imparare L’Ottimismo, Free Press, New York, 1998.

 

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