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Disturbo Ossessivo-Compulsivo – OCD

Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato dalla presenza di ossessioni, che creano disagio nel soggetto, e compulsioni, che alleviano tale disagio.

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Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato generalmente dalla presenza di ossessioni e compulsioni. Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali che vengono percepite come sgradevoli o intrusive dalla persona, che si sente così costretta a mettere in atto delle compulsioni, ovvero comportamenti ripetitivi o azioni mentali che permettono di alleviare momentaneamente il disagio provocato dalle ossessioni.

 

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Il disturbo ossessivo-compulsivo: classificazione

Nel DSM-IV il disturbo ossessivo-compulsivo era incluso nella categoria dei disturbi d’ansia, ma dal DSM-V esce dal capitolo dei disturbi d’ansia per guadagnarsi un nuovo capitolo dedicato e un’entità nosografica autonoma insieme a ad altri disturbi ad esso correlati (Obessive-Compulsive and Related Disorders) a sostegno del sempre maggior numero di ricerche che sottolineano i tratti comuni che caratterizzano i disturbi legati allo spettro ossessivo compulsivo caratterizzati, quindi, dalla presenza di pensieri ossessivi e comportamenti ripetuti.

Acquisiscono una propria identità diagnostica il disturbo da accumulo patologico Hoarding (o disposofobia o accaparramento compulsivo) e il disturbo da escoriazione della pelle Skin-Picking Disorder. Rietrano poi nel medesimo capitolo il distrubo da dismorfismo corporeo e la tricotillomania.

Inclusi nel capitolo anche il Disturbo ossessivo-compulsivo indotto da sostanze o a seguito di condizione medica e la categoria Altri specificati/non specificati disturbi Ossessivo-Compulsivi e correlati (Other Specified and Undspecified Obssessive-Compulsive and Related Disorder ) che includono sia le condizioni di comportamenti ripetitivi legati ad una particolare focalizzazione nel corpo (oltre a strapparsi i capelli e all’escorazione della pelle) come il mordersi le unghie, mordersi le labbra e le guance sempre accompagnati da ripetuti tentativi del soggetto di controllare o fermare il comportamento in questione, sia l’ossessione di gelosia caratterizzata dalla preoccupazione (che non assume le caratteristiche del delirio) circa l’infedeltà del partner.

 

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo: sintomi

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato generalmente dalla presenza di ossessioni e compulsioni, anche se in alcuni casi possono essere presenti le ossessioni senza le compulsioni.

Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali che vengono percepite come sgradevoli o intrusive dalla persona. Il contenuto delle ossessioni può variare da persona a persona, alcuni temi ricorrenti riguardano impulsi aggressivi verso altre persone, il timore di essere contaminati o altri pensieri di natura sessuale o soprannaturale. L’elemento in comune delle ossessioni è che sono impulsi non voluti dalle persone, che producono emozioni di paura, disgusto o senso di colpa.

Questo disagio emotivo può essere tanto intenso che le persone si sentono costrette a mettere in atto una serie di comportamenti (rituali) o di azioni mentali per neutralizzare le ossessioni o eliminarle dalla mente. Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (es: lavarsi le mani, ripetere più volte una stessa azione) o azioni mentali (es. contare, ripetere formule superstiziose) che permettono alla persona di alleviare momentaneamente il disagio provocato dalle ossessioni. Attraverso le compulsioni la persona riesce a ridurre la sgradevole sensazione che qualcosa non va o che potrebbe accadere qualcosa di brutto.

Tuttavia le compulsioni non eliminano le ossessioni, che possono aumentare o ripresentarsi nel tempo. Inoltre le compulsioni possono diventare molto debilitanti, impegnare molto tempo e costituire esse stesse un problema. La persona con disturbo ossessivo-compulsivo può iniziare a evitare tutte le situazioni associabili alle ossessioni e limitare notevolmente la propria vita sociale o lavorativa.

Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo prevalentemente ad esordio precoce (evidenze scientifiche dimostrano che i segni e sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo iniziano nell’infanzia nel 30-50% dei pazienti), ma si possono presentare esordi in età adulta e persino tardiva. Il decorso non è sempre cronico, bensì composito e con varianti evolutive, forme sporadiche e forme biologiche. È un disturbo suscettibile ad eventi di vita, nello specifico eventi di vita gravi interessano l’esordio in bambini, adolescenti e donne over 40; in queste ultime, un ulteriore fattore di rischio è rappresentato dalla gravidanza.

 

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo: due teorie a confronto

Quando si dice disturbo ossessivo-compulsivo si intendono due cose: un funzionamento ossessivo orientato all’impossibile compito della ricerca della certezza assoluta che genera una cascata di dubbi senza fine. La seconda è il tentativo disperato di evitare la colpa che per esperienze infantili è giudicata intollerabile e foriera di ostracismo.

Da alcuni anni è stata proposta una teoria (Aardema et al., 2003, 2007; O’Connor & Robillard, 1995, 1999) per spiegare perché i pazienti  con disturbo ossessivo-compulsivo dubitano, ad esempio, che la porta di casa sia chiusa nonostante la vedano chiusa e nonostante possano toccar con mano che è chiusa. Secondo questa teoria ciò dipenderebbe da una disfunzione cognitiva: l’inferential confusion.

 

Inferential confusion

L’inferential confusion sarebbe una forma di elaborazione delle informazioni caratterizzata da sfiducia nei confronti delle informazioni che provengono dai propri sensi, come la vista e il tatto, e un eccesso di fiducia nelle possibilità che il paziente considera o immagina. In un certo senso si potrebbe dire che l’inferential confusion è strettamente connessa con la difficoltà a discriminare tra fatti e proprie rappresentazioni dei fatti, quindi con un deficit metacognitivo.

Secondo questa teoria il paziente ossessivo continua a sospettare che la porta di casa non sia chiusa, nonostante veda e tocchi con mano che è chiusa, perché si affiderebbe di più a delle possibilità astratte che immagina, ‘potrei non avere girato del tutto la chiave‘, che alle informazioni provenienti direttamente dai sensi: vedere e toccare la porta chiusa.

É una teoria funzionalista poiché non fa alcun riferimento a scopi e credenze del paziente ma solo a disfunzioni strettamente cognitive o, forse, metacognitive.

Sembrerebbe, quindi, che una teoria funzionalista del disturbo ossessivo-compulsivo abbia ricevuto una conferma sperimentale, a discapito delle Appraisal Theories, cioè di quelle teorie che intendono spiegare il disturbo ossessivo-compulsivo ricorrendo agli scopi/credenze.

 

Appraisal Theories

Secondo Francesco Mancini, uno dei massimi esperti di disturbo ossessivo-compulsivo, invece, il concetto di scopo è cruciale per la spiegazione della sofferenza psicopatologica mentre processi e credenze non sono sufficienti.

Non considerare l’importanza degli scopi è un limite presente in larga parte degli studi sui deficit cognitivi o metacognitivi, nei quali si sottovaluta che i processi cognitivi e metacognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo, e dunque quello che appare come un deficit può dipendere da un uso dei processi cognitivi al servizio degli scopi dell’individuo.

Messaggio pubblicitario Un filone ben noto in psicologia cognitiva (Cosmides, Tooby, Trope e Liberman), dimostra che i processi cognitivi sono, come il comportamento, al servizio degli scopi dell’individuo e sono orientati in modo da minimizzare il rischio di errori costosi, con evidenti vantaggi evoluzionistici. Ad esempio, chi ha paura di commettere un errore colpevole tende a orientare i processi cognitivi, sia il decision making (Mancini and Gangemi, 2003; Gangemi and Mancini, 2007) sia il ragionamento, in modo prudenziale che implica la conferma dell’ipotesi più temuta, anche quando, inizialmente, non era quella più credibile per il paziente (Mancini and Gangemi, 2002a, 2002b, 2004, 2006).

Questo ultimo aspetto è importante perché suggerisce che nel mantenimento e aggravamento dei disturbi psicopatologici intervenga non tanto il confirmation bias, come sostenuto dal cognitivismo standard, cioè la tendenza a confermare le assunzioni più credibili, e dunque un fattore strettamente cognitivo, ma, piuttosto, l’intenzione di prevenire la compromissione dei propri scopi, cioè un fattore motivazionale.

I pazienti ossessivi, quindi, sospettano, ad esempio, che la porta di casa sia aperta nonostante la vedano chiusa e nonostante possano toccar con mano che è chiusa, non per una disfunzione cognitiva ma perché elaborano le informazioni in modo congruo con le proprie preoccupazioni. Vale a dire, come numerose altre ricerche suggeriscono, congrue con il timore di doversi rimproverare di aver lasciato aperta la porta di casa e dunque di aver facilitato l’ingresso dei ladri. Se temo di dovermi rimproverare di aver lasciato aperta la porta di casa, allora è meglio non sottovalutare la possibilità che sia rimasta aperta.

Riassumendo, quindi, secondo questo approccio le persone con disturbi d’ansia percepiscono come catastrofica, cioè inaccettabile e insopportabile, la compromissione di alcuni scopi (una colpa o una contaminazione nel disturbo ossessivo) e i processi cognitivi con i quali elaborano le informazioni rilevanti per i loro timori, sono orientati in un modo che minimizza il rischio temuto ma che, allo stesso tempo, mantiene ed aggrava le credenze di pericolo.

Riconoscere il ruolo degli scopi e dunque degli investimenti protettivi dei pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, implica l’opportunità di indirizzare l’intervento psicoterapeutico verso una maggiore accettazione dei rischi di compromissione dei propri scopi (Mancini e Gragnani, 2005; Cosentino et al., 2012; Mancini e Perdighe, 2012; l’intero vol 9, N 2, Dicembre 2012 di Cognitivismo Clinico)

Infatti, l’accettazione di un rischio implica un minore investimento protettivo e ciò modifica i processi cognitivi in un modo che può facilitare il cambiamento delle rappresentazioni di pericolo.

 

 

La terapia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Se non trattato, il disturbo ossessivo-compulsivo può essere profondamente angoscioso per la persona e può andare ad intaccare significativamente la capacità di gestire gli aspetti più basilari della propria vita, quali svolgere il proprio lavoro e intrattenere relazioni sociali equilibrate.

Le più accreditate linee guida internazionali per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo indicano come trattamenti first-line sia la terapia cognitiva comportamentale (TCC), sia la terapia farmacologica con inibitori della ricaptazione della serotonina (SRI). Purtroppo nella pratica clinica accade molto spesso che i pazienti, soprattutto quelli che hanno effettuato terapia farmacologica, non abbiano una adeguata risposta clinica; in questi casi si procede con due strategie alternative di augmentation alla terapia con SRI: l’aggiunta di un secondo farmaco, nello specifico un antipsicotico di seconda generazione (Risperidone, Quetiapina, Aripiprazolo, etc.) oppure l’aggiunta di una terapia cognitiva comportamentale. Le due strategie, volte ad ottenere un miglioramento della risposta, fino ad ora, venivano considerate ugualmente efficaci, anche se nessuno studio si era mai preoccupato di metterle a confronto.

I risultati di un recente lavoro (H. B. Simpson et al., 2013) però suggeriscono che la migliore strategia di trattamento nei pazienti con disturbo ossessivo-complulsivo, che risponde parzialmente ai farmaci SRI, è la terapia cognitiva comportamentale basata sulla Esposizione e Prevenzione dei Rituali, migliore in termini di efficacia, migliore in termini di accettabilità e tollerabilità.

Sebbene lo studio sottolinei l’efficacia della terapia cognitiva comportamentale nel disturbo ossessivo-compulsivo, non bisogna dimenticare che esistono molti pazienti non-responder, così come pazienti nei quali permangono sintomi residui in grado di limitare pesantemente la qualità di vita. In tutti i casi di risposta non adeguata è necessario prendere in considerazione la possibile e frequente comorbilità con altri disturbi, in particolare con i disturbi di personalità, che, come ampiamente dimostrato, peggiorano gli outcome del trattamenti del disturbo ossessivo-complulsivo (Thiel et al., 2013).

Per ottimizzare la terapia del disturbo ossessivo-complulsivo bisogna quindi valutare in modo approfondito la co-occorrenza di disturbi di personalità e affrontare, in parallelo all’uso coerente di tecniche di terapia cognitivo-comportamentale, aspetti di questa patologia che possono permettere di interrompere fattori di mantenimento del disturbo ossessivo-complulsivo legati a problemi di personalità, o aumentare la collaborazione terapeutica, con la ragionevole speranza di ottenere risultati migliori e stabili.

 

 

Disturbo Ossessivo-Compulsivo e trattamento cognitivo-comportamentale (TCC)

Una delle terapie più comunemente utilizzate per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo, di cui è stata dimostrata l’efficacia nei disturbi d’ansia, è la terapia cognitivo-comportamentale. la Terapia Cognitivo Comportamentale si serve di:

  • Interventi psicoeducativi: al paziente vengono fornite nuove modalità di lettura di pensieri e stati d’animo.
  • Tecniche di esposizione: si stabiliscono con il paziente graduali step per affrontare l’evento o la situazione temuti, in modo da confrontarsi con le paure temute in diversi contesti, solitamente da quello meno fastidioso al più spaventoso.
  • Eliminazione dei comportamenti di controllo: a volte talmente abituali da risultare automatici, i comportamenti di controllo sono tutte le azioni messe in atto per prevenire l’evento temuto (evitare di andare in certi luoghi, di trovarsi in determinate situazioni, …). Spesso sono proprio i costi che le strategie di controllo implicano a convincere la persona del bisogno di aiuto.
  • Ristrutturazione cognitiva: si identificano e discutono i pensieri che mantengono la sintomatologia ansiosa, ad esempio le convinzioni di pericolo o la tendenza a catastrofizzare un evento spiacevole.

Nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo le tecniche di esposizione e controllo della risposta e terapia cognitiva hanno mostrato entrambe risultati stabili nel tempo e paragonabili all’intervento farmacologico con antidepressivi, con una media di 15 sedute (Otto et al., 2004, Abramowitz, 1997; van Balkom et al., 1994; Ougrin 2011).

Franklin e Foa (2002) affermano che le tecniche di esposizione e controllo della risposta, perché efficaci, devono essere applicate rigorosamente, con esposizioni di almeno 90 minuti. Nel caso del Disturbo Ossessivo Compulsivo, solo il 21% dei pazienti mostra miglioramenti alla fine di una terapia cognitiva. Questo dato può essere spiegato dal fatto che risulta ancora poco sviluppato un modello univoco che guidi la parte cognitiva dell’intervento, mentre gli interventi proposti agiscono per lo più a livello comportamentale.

 

 

Disturbo Ossessivo-Compulsivo e mindfulness

circoli viziosi ossessivi, i rituali e le compulsioni diventano dei veri e propri piloti automatici, durante i quali il paziente non è più consapevole dei loro effetti reali e del loro significato. In tal senso, il problema ossessivo potrebbe essere definito come uno stato di grave mindlessness (mancanza di consapevolezza) che comprende i seguenti deficit: rimuginio, bias attentivi, fusione pensiero-azione, bias di non-accettazione, auto-invalidazione percettiva, bias metacognitivi relativi agli stati interni.

La pratica mindfulness, integrata con la terapia cognitivo-comportamentale, può offrire una prospettiva maggiormente globale, intervenendo sui sintomi e sulla persona. La Mindfulness è:

La consapevolezza che emerge prestando attenzione intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante al presentarsi dell’esperienza momento per momento

(Kabat-Zin, 2003).

Il protocollo mindfullness per il disturbo ossessivo-compulsivo, si compone di (almeno) 10 sessioni. Può essere utilizzato individualmente o in gruppo, in un contesto sia residenziale sia ambulatoriale. E’ prevista, altresì, una sessione extra con i familiari o con persone significative per i pazienti, a scopo psicoeducativo ed esperienziale.

Lo scopo principale di questo protocollo per il disturbo ossessivo-compulsivo è di acquisire, attraverso la pratica mindfulness, la capacità di riconoscere e accettare consapevolmente i pensieri, le emozioni e le sensazioni indesiderate, senza reagire nei modi abituali e automatici che tendono a mantenere e alimentare i sintomi.

Attraverso la mindful exposure (esposizione consapevole) è possibile esporre il paziente agli stimoli ansiogeni in ma in maniera consapevole e avendo contatto con il presente; questo permette di spostare il focus attentivo su altri aspetti dell’esperienza e di far perdere l’importanza del pensiero.

La pratica della mente osservatrice permette ai partecipanti di rendersi conto di come reagiscono agli stati interni. La tecnica della validazione dell’esperienza percettiva addestra il paziente ad un nuovo rapporto con l’esperienza sensoriale, utilizzandola in modo da ottenere una visione della realtà chiara e vera e prevenendo le reazioni ossessive.

Tutto il protocollo verte sull’accettazione e sulla promozione di un atteggiamento di auto-compassione. Il senso di colpa patologico, il senso di responsabilità e la non accettazione dei propri limiti sono infatti fattori che alimentano la problematica ossessiva.

 

 

Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOCP): qual è la differenza?

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOCP) può presentarsi con il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) (De Reus, Emmelkkamp, 2012; Cain, Ansell, Simpson, Pinto, 2015) ma i due disturbi non si sovrappongono. I due disturbi differiscono sostanzialmente per il fatto che nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità possono essere assenti ossessioni e compulsioni (Pinto, Eisen, 2011), tipiche invece nel disturbo ossessivo-compulsivo, inoltre, il disturbo di personalità è vissuto in modo egosintonico dal paziente, cioè chi ne è affetto difficilmente prova disagio nei confronti delle proprie caratteristiche di personalità, che considera invece come altamente adattive. Nel disturbo ossessivo-compulsivo invece  il paziente è tormentato dai sintomi che desidera eliminare.

 

Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOCP)

Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità nella popolazione psichiatrica è il terzo disturbo di personalità più comune (Zimmerman, Rothschild, Chemlinski, 2005; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000).

Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (DOCP) si caratterizza (DSM-5) in base ad alcuni specifici tratti di personalità: preoccupazione per i dettagli, perfezionismo, eccessiva devozione per lavoro e produttività, estrema coscienziosità, difficoltà a delegare compiti, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, testardaggine e rigidità.

Questo disturbo è associato ad una difficoltà nel funzionamento psicosociale e ad una ridotta qualità della vita.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Gli individui con questo disturbo mostrano un moderato livello di difficoltà nel funzionamento della personalità che si manifesta nelle seguenti aree: identità, intimità, empatia, capacità di autodirezione. Oltre un rigido perfezionismo, possono essere presenti due o più dei seguenti tratti psicopatologici di personalità: perseveranza, affettività ristretta, evitamento dell’intimità.

Gli individui con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si sentono continuamente obbligati a raggiungere obiettivi e faticano a dedicarsi a momenti di piacere e rilassamento. Controllano gli altri e se gli altri sfuggono al controllo diventano ostili e possono avere esplosioni occasionali di rabbia sia a casa che al lavoro.

Sempre considerando il dominio delle relazioni interpersonali, la qualità dell’attaccamento è compromessa nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Emerge che spesso non si è formato un attaccamento sicuro e i pazienti hanno ricevuto poche cure ed un eccesso di protezione durante l’infanzia con un successivo fallimento nello sviluppo emotivo ed empatico (Nordhal, Stiles, 1997; Perry, Bond, Roy, 2007).

È altresì importante (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) tenere in considerazione anche circostanze relativamente recenti che possano comunque aver contribuito alla cristallizzazione di uno schema patogeno. Lo schema interpersonale patogeno è una struttura procedurale intrapsichica consolidatasi nel tempo attraverso le esperienze, una rappresentazione soggettiva del destino a cui andranno incontro i nostri desideri nel corso delle relazioni con gli altri.

Un soggetto con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità può avere il desiderio di autonomia ed esplorazione ma immagina che se mostra spontaneamente le sue emozioni e propensioni, l’altro si mostrerà critico, aggressivo, punitivo ed impositivo; in risposta, il soggetto prova paura e soggezione e controlla emozioni (inibizione emotiva) e comportamento, rinuncia all’esplorazione bloccando i piani spontanei autogenerati e si conforma alle aspettative dell’altro, sperimentando un senso di costrizione unitamente ad un senso di inefficacia personale, al quale segue un’ipertrofia della rilevanza delle regole (tratto ossessivo); può anche immaginare di mostrare le sue emozioni e propensioni, ma prevede che l’altro rimarrà deluso e soffrirà; in risposta, la persona prova colpa e perde convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati. Si crea così un circuito di mantenimento dei problemi interpersonali.

Le strategie che il soggetto sviluppa nel tempo per adattarsi all’aspettativa su come l’altro tratterà i suoi desideri elicitano, a loro volta, nell’altro delle risposte emotive e comportamentali che spesso, inconsapevolmente, confermano le credenze negative iniziali della persona, generando, in tal modo, un ciclo interpersonale patogeno che contribuisce a mantenere il disturbo. Si pensi, ad esempio, alla tendenza comune nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità a sovraccaricarsi di impegni, di compiti, con grande difficoltà a delegare o a chiedere aiuto. A quel punto, non vedendosi aiutato (non avendolo chiesto) il paziente percepisce l’altro come disattento, senza la volontà di fornirgli aiuto.

L’altro da parte sua, non ascoltando le richieste d’aiuto, e anzi fronteggiando l’autosufficienza obbligata del paziente con personalità ossessivo-compulsiva, preferisce tenersi a distanza sentendo il proprio aiuto inutile e i propri interventi come inadeguati e criticabili. Il paziente però in alcuni momenti, sovraccarico dal lavoro e irritabile per la fatica, scoppia rabbiosamente alla vista dell’altro che non lo supporta e protesta per il supporto che, immoralmente, gli è stato negato. L’altro a questo punto si sente facilmente criticato ingiustamente e reagisce alle accuse in modi che diminuiscono la sua disponibilità a dare l’aiuto stesso.

Coerentemente con le informazioni raccolte dall’esperienza clinica, è possibile delineare nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità una serie di schemi interpersonali che muovono da motivazioni diverse:

  • Motivazione dominante: attaccamento. In questo caso lo schema porterà la persona verso il desiderio di essere vista, amata, apprezzata, ma si rappresenta l’altro come freddo, rifiutante, disattento. In risposta si attiva il sistema del rango sociale: queste persone sperano che verranno amate se il loro valore sarà considerato adeguato dalle figure di riferimento. A quel punto quindi si impegnano, si organizzano, pianificano, cercano di farsi trovare sempre preparate, di dare il massimo, di essere impeccabili, perfette, e aderenti alle regole;
  • Motivazione: autostima. La persona desidera essere capace, adeguata, ma si rappresenta l’altro come critico, invalidante; in risposta, la persona prova rabbia, si sente triste, fallimentare e sviluppa il tratto ossessivo come strategia volta a sopperire al senso di inefficacia personale. Ne conseguono stati di sovraccarico, di affaticamento fisico e psichico che spesso si esprimono attraverso una serie di sintomi psicosomatici piuttosto rilevanti a cui si abbinano preoccupazioni ipocondriache e che includono, ad esempio, gastrite, sindrome del colon irritabile, dolori addominali e intercostali;
  • Motivazione: autonomia/esplorazione. Le azioni e le scelte della vita quotidiana non sono associate alla sensazione di essere internamente generate. I soggetti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, infatti, sono guidati, perlopiù, dai loro standard elevati e inflessibili di etica e performance, ma hanno difficoltà a riconoscere che hanno desideri, intenzioni, scopi che nascono dalle loro più intime inclinazioni e a lasciarsene guidare senza giudicarsi. Ne consegue un’inibizione del sistema esploratorio e una carenza di agency. Una possibile origine storica, dedotta dai racconti di molti pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità è che quando provavano ad esplorare e a perseguire piani autonomi, abbiano dovuto confrontarsi con figure genitoriali invalidanti, facilmente deluse, critiche o aspramente punitive. In risposta, hanno provato paura, hanno perso convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati.

I pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, inoltre, a causa della difficoltà a stabilire priorità tra i propri compiti, spesso si sentono come bloccati, sospesi, ritenendo che il tempo non sia mai sufficiente e l’impegno profuso mai abbastanza e come conseguenza faticano a rispettare le scadenze.

Dal punto di vista emotivo, i soggetti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità sono convinti che le proprie sensazioni e le proprie emozioni debbano essere sempre controllate, fondamentalmente perché considerate come intrinsecamente sbagliate, un segno di debolezza morale.

L’idea di sperimentare qualcosa che ritengono indegno li espone, nella loro mente al rischio di biasimo, accuse e alla fine, abbandono da parte degli altri o punizione. Nel complesso quindi tentano di controllare i loro affetti e appaiono, rigidi, formali e difficilmente si lasciano andare, tanto da essere definiti freddi e poco espansivi.

L’esperienza soggettiva di tali pazienti è caratterizzata da senso di colpa all’idea di avere agito irresponsabilmente e avere quindi arrecato danno a sé e/o agli altri; senso di inefficacia, ansia, paura di essere criticati e/o puniti per eventuali errori commessi. Spesso provano rabbia verso se stessi quando non rispettano gli standard o verso gli altri quando non si comportano con il dovuto zelo. La loro rabbia non è esplosiva, è più trattenuta, controllata, affiora nel viso e nel tono di voce più ancora che nel linguaggio. Il dovere guida la loro vita e quando affiorano desideri di giocare e rilassarsi, da un lato si criticano e si sentono in colpa, dall’altro si sentono costretti e tendono a ribellarsi a chi impone dall’esterno i doveri.

La comprensione dei propri pensieri, di quelli degli altri e delle proprie emozioni oscilla, nella stessa persona, al variare della qualità delle relazioni. Ricordiamo che nei pazienti con disturbi di personalità la metacognizione dipende in larga parte dal contesto emotivo e dalla qualità della relazione (Dimaggio et al., 2013).

In generale, nei pazienti con disturbi di personalità la metacognizione è disfunzionale: pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo di personalità correlano con stili di personalità rigidi e che aderiscono inflessibilmente alle regole. Lo stile rigido correla con problemi metacognitivi nelle aree di differenziazione e integrazione, ma in modo inverso rispetto alle attese, ovvero una maggiore presenza di queste caratteristiche è legata a migliore metacognizione.

 

Disturbo ossessivo-compulsivo - OCD

Vignette a cura di Lorenzo Recanatini – Alpes Editore

 

 

 

A cura di Serena Mancioppi

 

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Differenze cerebrali nei bambini con sintomi ossessivo compulsivi subclinici
Neuroscienze

Differenze cerebrali nei bambini con sintomi ossessivo compulsivi subclinici

Uno studio ha dimostrato che i bambini con sintomi ossessivo compulsivi presenterebbero differenze anatomiche a livello cerebrale.

L’efficacia a lungo termine della terapia cognitivo comportamentale per il disturbo ossessivo compulsivo in età infantile
Psicoterapia

L’efficacia a lungo termine della terapia cognitivo comportamentale per il disturbo ossessivo compulsivo in età infantile

Secondo un nuovo studio l’effetto della terapia cognitivo comportamentale per il disturbo ossessivo compulsivo in infanzia avrebbe benefici a lungo termine

Pensieri e azioni: uno studio rivela nuovi dettagli sulla loro relazione nel disturbo ossessivo compulsivo
Psicologia

Pensieri e azioni: uno studio rivela nuovi dettagli sulla loro relazione nel disturbo ossessivo compulsivo

Uno studio dimostra che nel disturbo ossessivo compulsivo è interrotto il legame tra le informazioni provenienti dall’ambiente e le azioni che si compiono

L’utilizzo di tecniche di neurostimolazione nel trattamento dei disturbi psichiatrici
Neuroscienze Psichiatria Psicologia

L’utilizzo di tecniche di neurostimolazione nel trattamento dei disturbi psichiatrici

Il recente interesse per l’utilizzo di tecniche di neurostimolazione ha lo scopo di sviluppare protocolli di trattamento da unire a farmaci e psicoterapia

Il trauma tra le cause del disturbo ossessivo compulsivo in età evolutiva
Psicologia

Il trauma tra le cause del disturbo ossessivo compulsivo in età evolutiva

Alcuni studi hanno dimostrato che tra le possibili cause del DOC in età evolutiva può esserci il trauma ed esperienze di neglect o abuso.

Disturbo Ossessivo Compulsivo e Mindfulness: quale contributo nel percorso di psicoterapia
Psicoterapia

Disturbo Ossessivo Compulsivo e Mindfulness: quale contributo nel percorso di psicoterapia

Il DOC è un disturbo caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni e nel percorso di psicoterapia può essere utile inserire la mindfulness.

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