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Gli stereotipi e i pregiudizi rispetto all’omogenitorialità

Diversi studi hanno dimostrato come malgrado stereotipi e pregiudizi la famiglia omosessuale possa essere un adeguato contesto di sviluppo per un bambino

ID Articolo: 112000 - Pubblicato il: 16 luglio 2015
Gli stereotipi e i pregiudizi rispetto all’omogenitorialità
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Marco Palumbo, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

Come suggeriscono Fruggeri e Chiari (2006), il primo passo è eseguire una riflessione critica su pregiudizi, stereotipi e bias eterosessisti presenti nel senso comune, condivisi sia da etero che da omosessuali, e spesso anche dalla comunità scientifica.

La moderna società è caratterizzata dalla diffusione sempre più presente di diverse forme di famiglia che vanno unendosi alla più  “tradizionale e classica” famiglia nucleare.

Svariate sono ormai le strutture familiari: famiglie ricostituite, famiglie monoparentali, famiglie biculturali… Questo accade anche per il progresso scientifico e sociale che ci ha dato opportunità e opzioni come le madri surrogato, la fecondazione artificiale, l’adozione e l’affidamento familiare.

Oggigiorno il concetto del legame biologico va man mano scomparendo, infatti la struttura familiare è più intesa come una costruzione socioculturale; ciononostante la concezione secolare del matrimonio occidentale dove la sessualità, l’amore, l’unione e la procreazione si sovrappongono rimane salda nella cultura moderna, influenzando l’istituzione e la funzione della procreazione all’interno della struttura familiare.

L’essere genitore e la genitorialità quindi, si mantengono ancora nel concetto di sessualità e di riproduzione, che sono viste come le dimensioni fondamentali che vanno a caratterizzarla. E’ presente infatti, ancora una difficoltà significativa nel rappresentarsi la possibilità di avere figli separata da questi 2 ambiti; ancora di più se questa possibilità viene considerata e concepita in un territorio al di fuori della “normalità”, come può essere uno schema di tipo omosessuale.

La graduale equiparazione degli omosessuali dal punto di vista della giurisprudenziale e socio-culturale è in evoluzione da decenni, ma solo negli ultimi anni hanno avuto luogo delle importanti modifiche legislative che hanno, di fatto, cambiato la musica.

Molti fattori hanno influenzato questo definitivo cambiamento: l’aumento del divorzio, l’aumento delle crisi matrimoniali, le coppie che non decidono più di sposarsi e preferiscono la convivenza, il crescente numero di madri e padri single.

Tutto ciò ha permesso alla società contemporanea di reintepretare il ruolo della coppia e di riconoscere il rapporto anche in condizioni al di fuori del matrimonio, mentre in passato, se non era presente lo scambio degli anelli, non si era, in effetti, una coppia (Zanatta, 1997).

L’Europarlamento il 18 Marzo del 2004 decise di pronunciarsi, riconoscendo gli stessi diritti alle coppie di fatto (etero o omosessuali) e invitando tutti i Paesi europei a mutare le proprie leggi in questa direzione.

Per troppo tempo le leggi europee avevano ignorato il fenomeno delle coppie di fatto (due persone, prescindendo dal loro genere, che convivono stabilmente: ISTAT, 2000) e con questa mossa, l’Europarlamento mise in moto un ingranaggio che fece gradualmente cambiare le cose.

In molti Paesi dell’UE, infatti, è in corso la Registered Partnership, un processo di riconoscimento legislativo, per le coppie di fatto etero e non.

Come già affermato, è questo aumento delle unioni di fatto che ha rimesso in discussione il concetto di famiglia nucleare, eterosessuale, come unica famiglia capace di creare un contesto di dinamiche affettive soddisfacente (Zanatta, 1997).

L’Olanda e il Belgio sono stati i primi stati della UE a istituire e riconoscere nel 2001 il matrimonio tra coppie omosessuali.

In Olanda, le coppie omosessuali possono celebrare un matrimonio civile e avere gli stessi diritti conseguenti a una coppia eterosessuale, e, dopo tre anni di convivenza, adottare anche uno o più figli.

In Italia manca ancora una legge che riconosca le coppie di fatto, e per transizione le coppie omosessuali. Il dibattito pubblico e politico infiamma da anni il Parlamento, e negli ultimi tempi si sono susseguite innumerevoli proposte di legge, normative degli Enti locali, iniziative e proteste popolari e delle associazioni gay.

Analizzare e valutare la relazione esistente tra le leggi e l’opinione pubblica riguardo l’omosessualità può essere utile per comprendere quale sia l’effettivo benessere della popolazione omosessuale.

Anche l’analisi di altri fattori è importante, come l‘età media del coming out, i livelli di omofobia e di omofobia interiorizzata (quell’insieme di sentimenti negativi che gli omosessuali provano nei confronti dell’omosessualità, propria e altrui), la possibilità di una progettualità della coppia.

Il benessere delle persone omosessuali è strettamente legato quindi, alla presenza di leggi che favoriscano la creazione di una famiglia e il soddisfacimento della persona, in relazione anche a una progettualità (Danna, 1997); queste leggi, inoltre, sono la base essenziale per iniziare a parlare di integrazione completa, perché se si integra a livello psico-socio-culturale, ma poi a livello giuridico, legislativo e effettivo le persone non hanno assolutamente gli stessi diritti, si è punto e a capo.

Il sentirsi eguali grazie a diritti e alla presenza di leggi sulle unioni di fatto andrebbe a creare un clima di più aperta percezione sociale dell’omosessualità, aiutando le trasformazioni sociali e favorendo una equiparazione della sessualità, della creazione della coppia e anche, auspicabilmente, di una famiglia (Danna, 1997).

Riguardo l’omogenitorialità la domanda fondamentale da farsi è:

una famiglia che vede come genitori una coppia di omosessuali è in grado di assicurare e garantire al bambino un contesto familiare per uno sviluppo adeguato, sano e sicuro?

Come suggeriscono Fruggeri e Chiari (2006), il primo passo è eseguire una riflessione critica su pregiudizi, stereotipi e bias eterosessisti presenti nel senso comune, condivisi sia da etero che da omosessuali, e spesso anche dalla comunità scientifica.

Lingiardi (2007) elenca le obiezioni più frequenti rispetto alla genitorialità omosessuale:

1) i figli devono avere una mamma e un papà;

2) una coppia omosessuale che desidera un figlio non ha fatto i conti con i limiti che la sua condizione gli impone;

3) le lesbiche e i gay non sono in grado di crescere un figlio;

4) le lesbiche sono meno materne delle altre donne;

5) le relazioni omosessuali sono meno stabili di quelle eterosessuali e quindi non offrono garanzia di continuità familiare;

6) i figli di persone omosessuali hanno più problemi psicologici di quelli di eterosessuali;

7) i figli di persone omosessuali diventano più facilmente omosessuali.

Le tre principali paure, che sono anche i tre principali pregiudizi rispetto all’omogenitorialità, invece sono (Lalli, 2011):

–              la paura che lo sviluppo dell’identità sessuale dei bambini sia danneggiato dall’avere genitori omosessuali, a cui è legato il timore che i bambini cresciuti da genitori omosessuali diventino a loro volta omosessuali.

–              la paura riguardo lo sviluppo della personalità in generale: avere dei genitori omosessuali potrebbe condurre a problemi caratteriali, difficoltà o fragilità psichica.

–              la paura che mette in guardia dalle difficoltà di stringere relazioni e dal peso dello stigma sociale, delle prese in giro, dell’ostilità delle altre persone.

Proviamo quindi a ragionare e a rispondere a questa domanda in modo critico, dati alla mano.

Messaggio pubblicitario La genitorialità può essere definita come una funzione autonoma e processuale dell’essere umano (Stern, 1995) che esiste indipendentemente dalla capacità di procreare (Fava Vizziello, 2003). La persona che possiede una buona funzione genitoriale sarà capace di provvedere all’altro, garantire protezione, entrare in risonanza affettiva con l’altro, garantire regolazione, limitare e imporre regole (funzione normativa), stimolare il raggiungimento di tappe evolutive dell’altro (funzione predittiva), permettere all’altro la costruzione di schemi rappresentazionali relativi all’essere-con (funzione rappresentativa), fornire un contenuto pensabile e/o sognabile alle percezioni (funzione significante) e alle sensazioni e garantire una funzione transgenerazionale (Visentini, 2007).

L’orientamento sessuale incide pervasivamente su queste suddette caratteristiche?

La funzionalità e positività di un nucleo familiare non si basa sulla sua struttura o sulla sua cosiddetta “normalità”, ma piuttosto sulla qualità delle relazioni tra le persone che lo compongono (McCann et al., 2005).

Essere padre e essere madre sono affermazioni che non hanno un significato e un contenuto riconducibile alla semplice appartenenza al sesso femminile o maschile, mentre è possibile interpretarle (Bottino e Danna, 2005), come funzione materna e funzione paterna.

Ritroveremo una funzione materna in una persona che soddisfa le esigenze affettive e della cura materiale del bambino, mentre una funzione paterna in una persona che fornisce supporto alla persona che ha funzione materna e che si introduce nella diade madre-bambino con autorità, scindendola, imponendo realtà, regole e norme.

Ho fatto riferimento a persona e non a padre e madre appunto perché, ad esempio Pietropolli Charmet (2000) afferma che nella società contemporanea anche nelle famiglie coniugali eterosessuali può succedere che la madre riesca ad assumere con maggiore facilità una funzione paterna e il padre una funzione materna. Nelle famiglie lesbiche succede che alcune madri biologiche preferiscono il ruolo paterno, in altre lo lasciano alla co-madre (Wright 1998).

Importanti studi sullo sviluppo infantile hanno contribuito a sostenere l’ipotesi che la famiglia con coppia omosessuale possa essere un adeguato contesto di sviluppo per un bambino. La capacità di crescere un bambino, con affetto e cure, è sostanzialmente un qualcosa legato al temperamento, all’affettività, al carattere (Schaffer e Emerson, 1964). Riguardo alla formazione del legame di attaccamento nel bambino Schaffer (1977) ha sottolineato che la madre non deve necessariamente essere la madre biologica, ma lo può essere qualsiasi persona, indipendentemente dal sesso di appartenenza, in quanto la capacità di crescere ed amare un bambino è soprattutto una questione di personalità. Bronfenbrenner (1979), sempre facendo riferimento alle teorizzazioni sull’attaccamento, ha sostenuto che il bambino ha bisogno non solo di una persona con cui avere una relazione affettiva, ma anche di un’altra figura che dia supporto, appoggio e risalto alla prima, aggiungendo che è utile, ma non assolutamente necessario, che queste due persone siano di sesso opposto. Infatti Lev (2004) sostiene che spesso il bambino riesce ad accettare e convivere molto bene insieme a genitori con orientamento omosessuale, semplicemente perché non si pone tante domande, problemi o pregiudizi come invece farebbe un adulto.

Per sostenere il pensiero condiviso, ormai da decenni, della comunità scientifica ho scelto di prendere in considerazione una metanalisi di studi pubblicati dal 2003 al 2009 (Scaramozza, 2009).

Ciò che si è potuto osservare e rilevare grazie ai vari studi è che i bambini nelle famiglie con madre lesbica non sembrano differire rispetto ai bambini con genitori eterosessuali riguardo al benessere fisico e mentale, all’adattamento e alle relazioni positive madre-bambino, nello sviluppo di problemi emozionali, comportamentali o relazionali, neanche al raggiungimento dell’età adolescenziale.

I risultati dello studio longitudinale di Gartrell et al. (The National Lesbian Family Study, 2003), evidenziano un alto livello di benessere emotivo nei bambini delle famiglie lesbiche. Non sono emerse neanche evidenze per sostenere l’idea che i figli di madri lesbiche potessero vivere più dispetti, prese in giro o intimidazioni e potessero avere più difficoltà nel relazionarsi coi loro pari (MacCallum e Golombok, 2004).

Riguardo il comportamento tipico di genere non si sono evidenziate differenze significative tra i figli delle famiglie lesbiche e i figli dei genitori eterosessuali; si è osservato come gli adolescenti cresciuti senza una figura maschile di riferimento mostrassero caratteristiche più femminili, anche se nessuno di loro mostrava meno caratteristiche maschili (MacCallum e Golombok, 2004). Infine, si è evidenziato come le madri lesbiche tendessero a stereotipizzare meno le stanze dei loro figli in base al genere, i quali, inoltre, mostrano comportamenti meno tradizionalmente connessi al genere (Sutfin e Fulcher e Bowles e Patterson, 2008).

La famiglia (lesbica, gay o eterosessuale) non risulta associata al comportamento antisociale, per cui si può affermare che la bontà della relazione genitore-figlio nelle coppie omogenitoriali non risulta da meno rispetto alle famiglie di coppia eterosessuale (Vanfraussen, Ponjaert-Kristoffersen e Brewaeys, 2003, Perry, Burston e Stevens, Steele, Golding e Golombok, 2004, Wainright e Patterson, 2006).

In generale si è dimostrato, che riguardo la qualità della genitorialità vissuta e riguardo lo sviluppo sociale ed emotivo, non esistono conseguenze seriamente negative per i bambini e gli adolescenti che crescono in famiglie di madre lesbica senza padre dall’infanzia. (Golombok 1997, MacCallum e Golombok, 2004).

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Rispetto al comportamento dei genitori si è osservato che le madri lesbiche (biologiche e sociali) sembrano dedicare più tempo a riflettere sulle ragioni per le quali avere un figlio rispetto ai genitori eterosessuali, (Bos, van Balen, van den Boom, 2003, 2007). In generale, si può affermare che le madri lesbiche che hanno scelto di intraprendere la lunga e costosa strada della creazione di una famiglia fossero più stimolate a diventare genitori e desiderassero fortemente crescere i bambini (Gartrell et al., 1996).

Una differenza evidenziata tra famiglie lesbiche ed eterosessuali è che nelle famiglie eterosessuali le madri hanno una maggiore responsabilità genitoriale mentre nelle famiglie lesbiche si assiste a una divisione più paritaria delle responsabilità quotidiane (Vanfraussen, Ponjaert-Kristoffersen e Brewaeys, 2003, Bos, van Balen and van den Boom, 2007, Gartrell et al. 1999). Si dimostra che entrambi i genitori risultano coinvolti emotivamente e l’assenza di un legame biologico non sembra avere effetti negativi (Gartrell et al., 1999, 2000). Riguardo problematiche psicologiche come ansia e depressione non sono emerse differenze tra famiglie eterosessuali e famiglie lesbiche (Golombok et al. and Golding 2003).

Da diversi studi inoltre emerge che il crescere in coppie omosessuali a volte può essere più funzionale che in coppie eterosessuali, per la maggiore presenza affettiva e di supporto delle co-madri rispetto ai padri, e per lo sviluppo da parte dei figli di maggiori capacità di empatia e accettazione per la diversità (Stacey e Biblarz 2001).

L’eventuale disfunzionalità e presenza di situazioni difficili di alcune famiglie omogenitoriali non è ritenuta significativa e non risulta correlabile alla omogenitorialità.

È chiaro, però, che il benessere psicoemotivo di una persona omosessuale, nello specifico riguardante l’integrazione, il sentirsi “normale” e una progettualità di vita e di famiglia, dipende essenzialmente dalla presenza di norme e legislazioni giuridiche che la tutelino e la facciano sentire integrata e non trasgressiva (della legge)(Danna, 1997).

La teoria e la pratica infatti hanno evidenziato che non esiste nulla di disfunzionale nella omogenitorialità. L’attitudine a essere un “bravo” genitore è una caratteristica della personalità e la suddetta non dipende assolutamente dall’orientamento sessuale.

In una coppia omosessuale saranno meno marcati gli aspetti di sessismo ed i modelli di ruolo (al ristorante paga l’uomo, le faccende di casa toccano alla donna) perché i generi dei partner sono simmetrici, e questo sicuramente non potrà che avere una valenza positiva nello sviluppo del bambino.

Le ricerche condotte fino a ora dimostrano come la maggior parte delle critiche che vengono fatte a genitori omosessuali siano frutto di stereotipi e pregiudizi.

Un aspetto sicuramente interessante e importante da indagare sarebbe quanto il grado d’accettazione dell’omosessualità della famiglia d’origine, degli amici, degli insegnanti e del mondo esterno influisca sul benessere delle famiglie omosessuali e dei loro figli poichè dobbiamo ricordare che data l’appartenenza degli omosessuali a un gruppo stigmatizzato, le condizioni socio-ambientali possono avere un’influenza fondamentale nell’evoluzione dei rapporti di coppia.

La priorità è sensibilizzare gli psicologi, gli operatori sociali e gli insegnanti su questi temi. Sensibilizzare significa mettere in discussione i pensieri stereotipici e prevenire la discriminazione. Lo sviluppo in una società e in una cultura “eteronormativa” ha come effetto che l’eterosessualità sia considerato “il modo giusto di essere”. Per questo motivo quando i ragazzi e le ragazze omosessuali iniziano ad avere consapevolezza del proprio orientamento sessuale, spesso vivono sentimenti contrastanti ostacolando il processo di accettazione. Quindi, la percezione di una società e di un ambiente giudicante e repressivo può portare a elaborare pensieri di bassa autostima, di vergogna, di colpa nei confronti dell’essere omosessuale.

Infine, bisogna sottolineare che la normalità sarà sempre una questione relativa: se riflettiamo, il bambino percepirà come “normale” qualsiasi ambiente dove sarà cresciuto; la cosa veramente importante, quindi, è la qualità della genitorialità, indipendentemente dal fatto che sia biologica, sociale, omosessuale o eterosessuale.

 

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