Respira lento e in modo “mindful”…
La pratica della mindfulness ci insegna molte cose in termini di consapevolezza e di “presenza” a noi stessi ma ci mostra anche come il respiro sia un “ancora di aggancio” per imparare a notare i nostri pensieri e le nostre emozioni e non rimanervi impantanati, ritenendoli la verità assoluta e non un prodotto della nostra mente.
Per questo motivo, vale la pena imparare a respirare in modo lento e essere consapevoli del proprio respirare, respirare cioè in modo mindful. A pensarci bene, la respirazione stessa è già di per sè una piccola forma di meditazione. Quindi, perché non procedere nel coltivare la nostra consapevolezza tramite una facile e breve pratica del respiro?
Primo passo: riconoscere che tipo di “respiratore” sei.
Respiri troppo velocemente? ovvero fai più di 9-11 respiri al minuto quando sei seduto comodo in poltrona? Respiri troppo profondamente? ovvero respiri con la bocca gonfiando il torace finchè non ti alzi in aria, tanto sei pieno di aria? Sospiri o sbadigli frequentemente e più degli altri?
Probabilmente stai iperventilando. Questo tipo di respirazione è molto faticosa e impegnativa (anche se nel breve tempo non ce ne accorgiamo…) e spesso non è segno nè di rilassamento nè di calma. È bene riconoscerla e cercare di “riabituare” il nostro apparato respiratorio a respirare lentamente; dico “riabituare” perché quando siamo bambini, solitamente respiriamo proprio in modo lento e con il diaframma. Provare con il vostro bimbo/a (o quello di qualcun’altro) per credere…
Una volta riconosciuto che respiratore siete, è possibile cominciare la pratica del respiro lento e avvicinarsi a fare una piccola (sebbene importante) esperienza di mindfulness.
È importante notare che la consapevolezza mindful del respiro non implichi necessariamente respirare con il diaframma, è possibile osservare il proprio respiro, semplicemente notando “come” si respira, senza giudicare nè tentare di modificarlo.
Secondo passo: assaggio di pratica del respiro lento.
Interrompi quello che stai facendo e siediti o appoggiati a qualcosa. Assumi una posizione “consapevole” che evochi dignità, con la schiena eretta ma non rigida e la sommità del capo rivolta verso l’alto oppure verso un punto di fronte a te;
- Comincia a respirare lentamente, con il naso, lasciando uscire fuori l’aria.
- Ora respira solamente, e osserva il tuo respiro senza giudicare quello che senti, pensi o percepisci.
- Concentra tutta la tua attenzione sul respiro. Se qualcosa attira la tua attenzione, sia un pensiero, un ricordo o un’emozione o anche un suono, nota di esserne stato “agganciato” e dolcemente riporta l’attenzione sul respiro.
- Continua questa pratica per il tempo che ritieni sufficiente (intorno ai 3-5 minuti per iniziare può essere una durata adeguata) e poi apri gli occhi.
Provando questo assaggio di pratica mindfulness, le prime volte mi sono accorto di come sia davvero difficile concentrare tutta l’attenzione sul respiro, liberando la mente e non facendosi “agganciare” da un pensiero o da un suono. Praticandola per un po’ di tempo, però, mi sono accorto di una cosa: che la nostra mente continua a viaggiare di qua e di là anche senza la nostra intenzione consapevole. Ma non è stata questa la scoperta. Quello che mi ha colpito molto (e che mi sta mantenendo un praticante interessato da anni…) è come sia possibile imparare a guardare e osservare i propri pensieri ad un metro di distanza; non si possono cancellare o rifiutare (nè sarebbe utile, proviamo a non pensare a un elefante bianco…) ma si può comprendere e fare una piccola e affascinante esperienza di quello che Russ Harris definisce “il sè che osserva quello che pensa” (Harris, 2011).
BIBLIOGRAFIA:
- Harris R. (2011). Fare ACT. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Franco Angeli: Milano.


Copertina 1: Elisa Sednaoui, dall’alto del suo vestito da sposa semitrasparente (sembra un po’ la sposa cadavere), con in mano guantoni di gomma e spazzolone per pulire, ci ricorda:
Seconda copertina: “Sono una mamma e mi sento ancora più donna”.
L’ultima copertina (se vogliamo sceglierci come amica Irina Shayk) recita: Amo gli animali. Devo proprio rinunciare alle pellicce? E poi spiega: “Le persone che si scandalizzano per le pellicce spesso dimenticano le scarpe di cuoio che stanno calzando in quel preciso istante. Questa sì che è una contraddizione”. Con la stessa stringente logica con cui si potrebbe sostenere che siccome in alcuni stati esiste la pena di morte allora va benissimo andare in giro ad ammazzare la gente. Anche perché, in fondo, disprezzare i problemi legati all’ambiente è così cool al giorno d’oggi. Soprattutto in un posto come l’Italia, evidentemente situato all’interno del circolo polare artico, per cui, come per gli Inuit, usare una pelliccia è praticamente una questione di sopravvivenza.
Metanfetamine (e Cannabis) e insorgenza di Schizofrenia
Arousal
Mi è accaduto negli ultimi tempi di radunare parecchie riflessioni attinenti sia dalla pratica clinica sia da quanto ascoltato nelle parole di amici e conoscenti che hanno intrapreso una terapia; altra fonte di ispirazione assai fertile, la mia esperienza personale di paziente. Ebbene vi è
Qualche giorno fa mi è capitato di vedere in televisione un dibattito in occasione del compleanno delle gemelline Schepp scomparse lo scorso Febbraio. Ricordiamo che delle due bambine di 6 anni si è persa traccia dopo il suicidio del padre alla stazione di Cerignola, in Puglia. Uno dei temi centrali della discussione riguardava la figura paterna: uomo distinto, laureato, mai dato segni di squilibrio, al di sopra di ogni sospetto, tanto che la ex moglie gli aveva permesso di portare via le figlie per qualche tempo. La domanda chiave veniva ripresa più volte dagli ospiti della trasmissione: è possibile che quest’uomo non avesse mai dato un qualche segno di instabilità, debolezza, di stranezza? È possibile che fosse ritenuto affidabile e responsabile e un minuto dopo compiva un atto del genere?
Un approccio all’analisi e all’uso del sogno può essere molto utile se concentrato sul contenuto emotivo del sogno stesso che emerge prepotentemente durante il sonno, rimane attivo al risveglio e a volte anche durante il giorno. Durante il colloquio, io e il mio paziente applichiamo l’ABC al sogno che viene raccontato secondo il tipico percorso: A – C – B. Credo sia importante aprire una piccola parentesi sul B: sarebbe a mio parere molto interessante capire se la valutazione – dell’evento A sogno – sia una valutazione effettuata durante il sogno oppure a posteriori ovvero al risveglio o nel momento esatto in cui il terapeuta chiede al paziente “Che cosa ha pensato mentre durante il sogno cadeva nel vuoto?”.
Circa il 28% della popolazione almeno una volta nella vita sperimenta un occasionale ed inaspettato attacco di panico, tuttavia solo nel 3-5-% della popolazione insorge il terrore di poterlo sperimentare nuovamente. Terrore che a sua volta innesca il circolo vizioso dell’ansia fino a dare origine a un Disturbo da Attacchi di Panico. Questo disturbo è caratterizzato dalla presenza di attacchi di panico che, sebbene durino pochi minuti, provocano un disagio molto intenso e possono lasciare l’individuo prostrato per molte ore. Questo disturbo, se non curato, non solo tende a cronicizzarsi rapidamente, ma riduce anche l’autonomia personale, l’efficienza lavorativa e scolastica, la qualità della vita compromettendo le relazioni familiari e sociali di chi ne è affetto.
L’elisir di lunga vita potrebbe non essere più solamente un’utopia o un buon argomento per la trama di un film fantasy, infatti da qualche giorno rimbalza sui quotidiani di tutto il mondo e sulle riviste di settore una notizia che ha dello stupefacente: un gruppo di ricercatori ha individuato la “pozione magica” per garantire l’eterna giovinezza.
Throughout this series I have explained that parents of anxious children tend to behave in stereotyped ways. In part four of this series, I highlighted the potential impact of fear inducing words on children. This installment will investigate the conversations that mothers have with their children in the context of clinical levels of psychopathology. In doing so, perhaps we can shed some light on the idea of parents communicating, or not communicating, anxiogenic thoughts to their children. To my knowledge only three studies have investigated this question. I will be reviewing the findings from the first two studies in this part of the series, and finishing up the third paper in the next installment.
Nata all’inizio degli anni Settanta, la psicologia ambientale è una disciplina relativamente giovane che abbraccia diverse prospettive ed aree di ricerca, accomunate dall’interesse per il rapporto tra le persone e il rispettivo entourage socio-fisico.
“Un’importante differenza tra chi pensa che l’intelligenza sia flessibile e chi pensa che sia cristallizzata sta nel modo in cui reagiscono agli errori!”, sostiene Jason S. Moser dell’Università del Michigan.
Il film di Michel Gondry Eternal sunshine of the spotless mind – Se mi lasci ti cancello (2004) potrebbe oggi rappresentare non più uno scenario fantascientifico per psicologi e visionari, ma una meta sempre più raggiungibile.