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Dall’esporsi per un rinforzo al rinforzo di esporsi: ipotesi relativistica e mente espositiva

Per affrontare l’ansia non basta esporsi: occorre sviluppare una mente espositiva capace di rendere l’esposizione stessa rinforzante

Di Emiliano Toso

Pubblicato il 29 Giu. 2026

L’ipotesi relativistica e i limiti dell’efficacia della terapia espositiva

Un rinforzo è uno stimolo che aumenta la probabilità che venga ripetuto un comportamento (Skinner 1938). L’esposizione e l’evitamento sono entrambi comportamenti grazie ai quali è possibile ottenere un rinforzo. Nell’evitamento, il rinforzo coincide con il comportamento stesso mentre, nell’esposizione, no. Nel primo caso, infatti, è sufficiente decidere di non fare una certa cosa, o di non avvicinarsi ad un certo stimolo, per eliminare la minaccia e ridurre l’ansia (rinforzo negativo). Se si decide, invece, di affrontare gli stessi stimoli eccitatori, deve intercorrere un certo periodo di tempo (a volte indefinito) per verificare se la minaccia sarà presente o meno e ottenere così la riduzione dell’ansia (rinforzo negativo).

In una dinamica come quella sopra presentata viene lecito pensare che qualunque esposizione terapeutica potrebbe essere troppo debole rispetto all’antagonista comportamento evitante.

Tale dinamica tra rinforzo, evitamento ed esposizione, viene spiegata sotto una nuova luce dall’ipotesi relativistica della dinamica del rinforzo (Toso, 2025) che “fa leva” sul bisogno (presente in qualunque organismo) della sicurezza del rinforzo più immediato ai fini dell’adattamento e della sopravvivenza.

L’ipotesi relativistica spiega come la sensibilità al rinforzo ottenuto con l’evitamento, risulta essere maggiore rispetto a quella relativa al rinforzo ottenuto con l’esposizione. Questo sarebbe dovuto alla maggior immediatezza del primo rispetto al secondo.

In questo caso, infatti, per favorire la certezza del rinforzo, la segnalazione di quello ottenuto con l’esposizione avverrebbe mediante una riduzione dell’”esplosione fasica” di attività nei neuroni dopaminergici, mentre la segnalazione del rinforzo ottenibile con l’evitamento, ne vedrebbe un aumento. 

Tutto ciò potrebbe spiegare i conosciuti limiti della terapia espositiva (un numero considerevole di pazienti non riesce a beneficiarne o sperimenta il ritorno della paura dopo il trattamento).

Dal rinforzo dell’esposizione al rinforzo di esporsi

Un modo per riuscire a rendere competitiva l’esposizione, in termini di tempo di presentazione del rinforzo ad essa associato, non sarà mai, dunque, quello che si ricava dalle conseguenze dell’esposizione stessa, ossia dall’omissione della minaccia attesa e/o dai rinforzi secondari (pur essendo importanti ai fini della formazione della memoria di sicurezza). Serve, relativamente, troppo tempo per ottenere tali rinforzi e, per questa ragione, la sensibilità nei loro confronti potrebbe ridursi significativamente. Occorre, pertanto, rendere rinforzante l’atto stesso dell’esposizione e non accontentarsi delle sue conseguenze; solamente in questo modo l’esporsi potrà competere con l’evitare. Entrambi potranno così, nel peggiore dei casi, stimolare un’equivalente sensibilità al rinforzo e, nel migliore dei casi, rendere l’esposizione più rinforzante rispetto all’evitamento. Da questa prospettiva, un importante obiettivo terapeutico, dunque, parrebbe quello di favorire il passaggio da un esporsi per il rinforzo al rinforzo di esporsi. 

Tale passaggio implica lo sviluppo di una “mente espositiva”, ossia l’auspicata tendenza a rinunciare al rinforzo immediato, ottenibile con l’evitamento, preferendo il rinforzo che deriva dall’ impegno nell’ esporsi. Tale tendenza, di per sé dunque rinforzante, permetterebbe al paziente, di fronte ad una minaccia condizionata, di essere rinforzato immediatamente grazie all’esposizione, indipendentemente dalle conseguenze più o meno rinforzanti della stessa.  

Promuovere la mente espositiva: implicazioni cliniche e culturali

Le principali strategie proposte a tale fine (Toso, 2025), prevedono un certo lavoro finalizzato innanzitutto a potenziare un desiderato impegno all’azione espositiva del paziente. L’intervento potrà avvenire allenando un dialogo interno funzionale e auto rinforzante capace, rispettivamente, di evidenziare i propri valori (es. voglio essere coraggioso e/o indipendente), gli obiettivi da perseguire (es. per esserlo devo sfidare e affrontare questa/e cosa/e) ed i risultati raggiunti (es. ce l’ho fatta, mi sono esposto). Questo dialogo interno sarà la base della nuova mente espositiva. La mente espositiva dovrebbe essere coltivata anche in chi prescrive la terapia, ossia il terapeuta. Nonostante i numerosi e documentati successi, l’intervento espositivo, infatti, per diverse e numerose ragioni, viene sempre meno utilizzato dagli operatori della salute mentale, oppure risulta eseguito in maniera inadeguata e/o superficiale (Toso 2019; Toso 2023). Molti clinici preferiscono impiegare altri tipi di terapie meno efficaci ed efficienti, a discapito del benessere dei pazienti e dei costi a carico del sistema sanitario. Il diffondersi, inoltre, di sempre più nuove terapie con acronimi vari, dove l’esposizione viene relegata ad un ingrediente tra i tanti (quando, invece, dovrebbe rappresentare il principale) non giova per nulla a far fronte allo sviluppo di una necessaria mente espositiva nei pazienti, nei terapeuti e nella popolazione in generale. 

Infine, anche la cultura generale sull’esposizione dovrebbe cambiare. È necessario un nuovo elogio dell’esposizione, soprattutto dopo i danni inferti dalla recente pandemia da Covid che ha favorito potentemente una cultura dell’evitamento. 

Ne consegue che, per “forgiare” una necessaria mente espositiva nella popolazione, occorre una profonda opera di sensibilizzazione ed educazione, sin dalla giovane età. 

A parer di chi scrive, insomma, la mente espositiva dovrebbe stare all’uomo moderno come la mente del guerriero stava allo spartano: essa è l’arma principale con cui affrontare le ansie della vita!

Riferimenti Bibliografici
  • Toso, E. (2025). Sul paradosso della dinamica del rinforzo nei soggetti sottoposti a terapia di esposizione: L’ipotesi relativistica. Cognitivismo Clinico 22, 150 – 175.
  • Toso, E. (2023). Verso una terapia espositiva di precisione. Dalla scienza dell’estinzione della paura alla clinica. Roma: Giovanni Fioriti Editore.
  • Toso, E. (2019). “Evitare l’esposizione”. Motivi e rimedi di un comportamento clinico paradossale. https://www.aiamc.it/terapia-espositiva/ 

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