La coscienza come vigilanza
Come facciamo a sapere se un paziente in coma che non risponde, è immobile nel letto, guarda fisso in un punto, riesce comunque ad avere e captare un qualche tipo di presenza nell’ambiente? Se ci sia o no la coscienza in quel cervello e se c’è da cosa dipende? Vi sono numerose teorie ma due adesso si contendono la scena scientifica. Una è la teoria dell’informazione integrata (IIT) – secondo la quale la coscienza richiederebbe l’elaborazione di un insieme di informazioni in modo altamente integrato e indivisibile, un processo che coinvolgerebbe soprattutto le aree posteriori del cervello (Tononi e al., 2016). L’altra è la teoria dello spazio di lavoro neuronale globale (GNWT), secondo la quale la coscienza si manifesterebbe quando il cervello “accende i riflettori” su uno degli stimoli che riceve dal mondo esterno e si baserebbe sull’attivazione della corteccia prefrontale (Baar, 2002; Dehaene, 2014). Vi sono molte teorie che cercano un modello della mente, con cui si possano costruire simulazioni computazionali delle funzioni cognitive impiegate nel pensiero e nel linguaggio attraverso modelli semplificati di circuiti neurali, ma: “Si tenga bene a mente che benché sia possibile modellizzare il flusso di un fiume, il modello che otterremo non sarà in grado di bagnarci” (Lakoff, 2025).
Alle origini del sentire
Nessun animale a quanto se ne sa, è in grado di modificare il proprio stato mentale e il suo umore con il solo pensiero, pensando ad esempio a una barzelletta.
Noi umani possiamo farlo, pensando ad esempio a scene ridicole o a fatti umoristici. La coscienza animale è in grado di rappresentare il mondo e, come una centrale di smistamento, stabilire le priorità delle informazioni in arrivo e le azioni da compiere. Noi “con la coscienza possiamo valutare deliberatamente quello che ci dicono i sensi e agire di conseguenza. E possiamo anche inventare delle informazioni che prima non esistevano” (Csikszentmihalyi, 2021). S’intende per “sentire” il provare sul corpo e nella mente una sensazione. Il fenomeno mentale privato è difficilissimo da descrivere, oggetto d’infinite discussioni. C’è chi afferma sia un’illusione e chi sostiene essere un fenomeno biologico naturale, “si dovrebbero dare per scontati i fenomeni mentali, e quindi fisici, allo stesso modo dei fenomeni digestivi dello stomaco” (Searle, 1994). Sentire significa esistere, sentirsi partecipi del mondo, anche se in modo diverso; come essere una capra, una lucertola, un pappagallo, un salmone o un qualsiasi altro organismo vivente. Il filosofo Thomas Nagel, fa l’esempio del pipistrello: “Assumo che tutti siamo convinti che i pipistrelli abbiano esperienze soggettive: in fin dei conti sono mammiferi, e il fatto che abbiano esperienze soggettive non è più dubbio del fatto che le abbiano i topi, i piccioni o le balene”. Quanto maggiore è la distanza filogenetica da individuo a individuo, quanto meno è possibile la rappresentazione e il confronto delle loro coscienze (Nagel, 1974). Il nostro “sentire” è una sorta di codice di base che però ogni comunità e persona organizza e declina a partire dalla situazione concreta (tradizioni, valori, riti, miti, arti…). Le emozioni non sono così spontanee come crediamo, ma emergono grazie al codice culturale e sono organizzate. Mobilitano una serie di parole, concetti e movimenti del corpo (non solo del viso) che differiscono secondo la cultura (Le Breton, 2023). Ma prima della coscienza che c’era? Un sasso può rimanere nello stesso posto se nessuno lo muove, se si schiaccia, diventa polvere. Un filo d’erba è anch’esso stabile ma è sensibile alla luce e al buio, quando muore, diventa anch’esso polvere. Una formica si muove in tutte le direzioni, cerca il cibo, si avvicina e si allontana, comunica, se c’è del fuoco, scappa. Anch’essa quando muore si dissolve. Le particelle elementari del sasso, del filo e della formica ritornano allo stato iniziale. Un girasole non può spostarsi, segue solo il movimento del sole. Non è dotato a quanto pare, di emozioni. Sarebbe stato inutile fornire l’angoscia a degli alberi all’approssimarsi del fuoco o del taglialegna. Sono esseri viventi senza consapevolezza, meccanismi preprogrammati e questo basta per essere i più numerosi sul pianeta. Gli altri viventi si muovono nello spazio, perciò sono necessari i sensi: vista, tatto, olfatto, gusto, udito, propriocezione, ecc. E provare emozioni, per avere paura dei predatori e attrazione per i partner sessuali. Oltre alla consapevolezza del sole, della luna, della pioggia, devono averla anche per il loro corpo, provare fame, dolore, prurito, piacere, desideri. Bisogna saper distinguere se si è toccati o se si tocca, se siamo noi stessi a toccarci o se sono elementi estranei a farlo. Ogni stimolo attiva due vie nervose differenti (una è la copia dell’altra), che vanno al cervello e lo informano della provenienza da noi o dall’esterno dello stimolo. Lo comprendiamo meglio se pensiamo al solletico, non possiamo farcelo da soli: scatta solo se non siamo noi a farcelo. Questa differenza di sensazione, secondo una teoria, è all’origine di quella sensibilità che diventerà il “sentire” e che poi evolverà in un sentimento a cui infine daremo il nome di coscienza, anima, mente, interiorità, ecc. (Vallortigara, 2021). Gli organismi dotati di movimento, i più grandi e complessi come i delfini, i leoni, gli elefanti, le scimmie e i primati, sono dotati di consapevolezza ma non sono collegati in rete, ognuno sfrutta il proprio potenziale. Noi primati umani abbiamo costruito una sorta di rete Internet tramite il linguaggio, riversando in essa racconti, scritture, disegni, nozioni, informazioni, immagini, esperienze e conoscenze. Ognuno può potenzialmente estrarre da questo pozzo della cultura ciò che gli serve. La straordinaria capacità del sistema nervoso di modificare i propri circuiti (plasticità del cervello), sia dal punto di vista strutturale che funzionale, scolpisce il nostro tipo individuale di mente e di coscienza.
La realtà
Non esiste un mondo oggettivo, ogni creatura vive nel suo, tanto ‘reale’ quanto quello degli altri (Uexküll, 1920). La zecca appesa all’estremità di un ramo, si lascia cadere se un mammifero passa sotto, un solo stimolo è per lei importante: l’odore di acido butirrico. L’eventualità che un animale passi sotto il ramo è rara, ma la zecca può aspettare un tempo lunghissimo. Ogni essere vivente interpreta il mondo con il suo corpo, ogni Umwelt (universo soggettivo) è unico e funzionale alla sopravvivenza dell’organismo. Quello che gli appare è una sorta di “allucinazione controllata” della realtà, afferma il neuroscienziato A. Seth, (Seth, 2023). Quel sasso è reale per la lucertola al sole, per la formica che gli corre sopra, per il passero che si poggia un istante e per il ragazzino che lo afferra per lanciarlo. La realtà è la stessa, il modo di interpretarla però è diverso. La nostra realtà è cambiata nel tempo con gli strumenti che abbiamo costruito, si è amplificata. È una realtà più raffinata, estesa, dettagliata, non possiamo dire di conoscerla; nessuno sa che cosa sia in fondo la realtà: stringhe, campi, vibrazioni, onde, quark, gluoni, muoni e chissà cos’altro, conosciamo solo quella che viviamo.
La persona
Gli animali interpretano la realtà come quella della specie cui appartengono. Solo noi arriviamo a costruire un modello di realtà quasi personale. Perché è una sintesi del nostro passato profondo ereditato alla nascita (percorso filogenetico) e delle esperienze, conoscenze e apprendimento durante la vita vissuta (percorso ontogenetico). Secondo il proprio bagaglio mentale e di come sia stato elaborato, s’interpreta tutto il resto. Le opinioni sono indirizzate, i pensieri si compongono e si susseguono, influenzati dagli stati d’animo e dalle emozioni, lette da ognuno secondo la propria struttura. Siamo tutti mentalmente diversi, secondo come il cervello nelle sue connessioni più profonde si è plasmato. Nell’acceso sostenitore della destra politica e in quello opposto della sinistra vi è una diversa impalcatura mentale a sorreggere l’interpretazione degli eventi che poggia su una morfologia strutturale del cervello che esprime quel tipo di mente. Leor Zmigrod, neuroscienziata presso l’Università di Cambridge, ha identificato una relazione tra rigidità cognitiva e propensione all’autoritarismo: individui con minore flessibilità mentale tendono a preferire sistemi ideologici chiusi, gerarchici e resistono maggiormente al cambiamento. Al contrario, una maggiore apertura mentale e capacità di aggiornamento delle credenze è associata a visioni più fluide e pluraliste del mondo (Zmigrod, 2025). Il fervente religioso, cattolico, musulmano, orientale, mistico che sia, possiede un cervello architettonicamente costruito per esprimere quel tipo di pensieri, molto diverso da quello dallo scettico. Perciò le discussioni tra ‘personalità’ così lontane sono impossibili, è un dialogo tra sordi. Poi però vi è un enorme numero di forme intermedie, non estreme, ed è qui che avviene la conversazione più proficua.
La coscienza come emergenza
Daniel Clement Dennett ritiene che siamo dei computer organici. Dobbiamo convincerci che “le nostre menti sono semplicemente quello che i nostri cervelli fanno” (Dennett, 2003). La maggior parte delle cellule del corpo discende dalla cellula uovo e dallo spermatozoo e nessuna di loro sa niente. Pensano solo a creare energia, metabolismo, crescita, respirazione, trasporto dell’ossigeno. Siamo fatti di sottoinsiemi, moduli, pezzettini, scomparti con una certa autonomia. Sempre più piccoli e più semplici fino al neurone e a quel punto sono stati, per così dire, ‘scaricati’ (Dennett, 1978). Il filosofo G. W. Leibiniz c’invitò ad entrare in un mulino e a notare che non c’è niente di speciale; solo ‘pezzi che si spingono a vicenda’, un antenato straordinario di tutti i computer. Anche per il neurologo Antonio Damasio la coscienza emerge come immagini mentali dal cervello. Dalle cosiddette “zone di convergenza“, aree situate in varie regioni, con tutta probabilità alcune sono situate nella corteccia di rivestimento del cervello e altre nei nuclei in zone sotto corticali. Le immagini mentali consentono una facilità di manipolazione dell’informazione e quindi di comprensione in un mondo complesso: “Senza le immagini mentali, l’organismo non sarebbe in grado di eseguire un’integrazione tempestiva e su larga scala dell’informazione essenziale alla sua sopravvivenza” (Damasio, 2003). Dalla coscienza estesa si forma il sé autobiografico che ci rende protagonisti della vita. Richiede il linguaggio perché solo attraverso di esso può formare la nostra storia, in cui occupano posto i ricordi, le speranze, i rimpianti e così via. Durante gli esperimenti su soggetti con i due emisferi cerebrali divisi e resi indipendenti, si possono verificare diversi fenomeni di dissociazione, come se esistessero due flussi di coscienza separati. In una persona normale il cervello è uno perché i due emisferi comunicano attraverso un ponte detto corpo calloso. L’emisfero sinistro contiene l’interprete, il cui compito consiste nel costruire una storia continua delle nostre azioni, delle nostre emozioni, dei nostri pensieri e dei nostri sogni, “la biografia è una creazione della mente. L’autobiografia è inevitabilmente un’invenzione” (Gazzaniga, 1998). La coscienza o autocoscienza è una proprietà in linea di principio emergente. Come nel caso di una pentola d’acqua in ebollizione, della complessa e ininterrotta attività cerebrale emergerebbero di volta in volta alla superficie della coscienza solo alcune “bolle (Gazzaniga, 2019). Joseph LeDoux, neuroscienziato statunitense, intende esplorare il problema dove i neuroni quasi si toccano, nelle sinapsi. Il riduzionismo è spesso considerato in modo dispregiativo da quanti sono estranei alla scienza:“Questo accade in parte perché alle persone piace pensare a se stesse nei termini della propria autoconsapevolezza, e non apprezzano l’idea che il Sé possa esistere a qualche altro livello che non sia quello della consapevolezza conscia” (LeDoux, 2002). La coscienza è un’entità astratta: “Io credo che il mistero di cos’è il Sé svanirebbe se fosse considerato un’astrazione descrittiva su un individuo e non un’entità interna all’individuo che fa delle cose per il resto di quell’individuo” (LeDoux, 2024). Vi sono molte teorie che cercano un modello della mente, con si possano costruire simulazioni computazionali delle funzioni cognitive impiegate nel pensiero e nel linguaggio attraverso modelli semplificati di circuiti neurali, ma “Si tenga bene a mente che benché sia possibile modellizzare il flusso di un fiume, il modello che otterremo non sarà in grado di bagnarci” (Lakoff, 2025).
La coscienza come maschera
Noi della meccanica fisiologica della nostra interiorità non siamo consapevoli. Siamo consapevoli solo della nostra maschera, di quello che mostriamo di essere. Con l’introspezione e guardando dentro di noi fatichiamo a orizzontarci. L’evoluzione ha portato tutti gli animali a vedere il mondo dalla loro prospettiva, per trovare cibo e non esserlo per gli altri, nessuno si guarda al suo interno. Solo gli umani riflettono sulla loro condizione precaria, sulla morte o sull’eterno. Di questa prospettiva abbiamo fatto una visione che guarda a 360 gradi, anche verso se stessi costruendo la nostra autobiografia sintetizzata nella maschera, la vera coscienza dell’“Io”. Se il senso di sé e la coscienza dell’“Io”, sono il prodotto dell’evoluzione genetica e dell’autobiografia culturale, materializzata nella maschera che portiamo, non è possibile, come affermano alcuni, sollevare il velo che copre e tornare a un livello cosiddetto di ‘autenticità’. Se fosse possibile, torneremmo a essere dei comuni primati, come lo eravamo prima, 100-200 mila anni fa. Alcune malattie e alcune droghe, come l’LSD, provocano questa disintegrazione con gravi effetti, anzi basta un’ubriachezza e un raggruppamento di gruppi teppistici, una folla, per allentare i legami tra maschera e resto del corpo. Avere una maschera perfettamente adattata, razionale, di buoni sentimenti è indispensabile per vivere in modo soddisfacente nella società. Non servirebbe a niente se fossimo in un ambiente selvaggio e primitivo. Quando la maschera è disadattata, irragionevole ed egoista, potrebbe essere utile smascherarla, cercare di modificarla, cambiarla. L’importanza del sapere di avere una maschera e non un “Io” solido e intoccabile risiede in questo. “Dovremmo essere più selettivi nel decidere quando e come superare l’illusione della nostra individualità” (Oliver, 2020). Siamo un cervello che si guarda allo specchio e osserva la sua maschera (Peccarisi, 2025). Siamo azione e percezione, intelligenza ed emozione. Questa è la grande differenza con la macchina dell’intelligenza artificiale, essa non pensa ma “possiede un insieme potentissimo di capacità computazionali in grado di agire nel mondo con efficacia e successo… senza però possedere alcuna intelligenza” (Floridi, 2025).