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Il ruolo dell’ambiente terapeutico nel trattamento dei disturbi alimentari maschili

Gli uomini con un disturbo alimentare possono sentirsi stigmatizzati in quanto affetti da una patologia considerata esclusivamente femminile.

Di Simone Cadeo

Pubblicato il 19 Gen. 2021

Aggiornato il 08 Feb. 2024 14:58

La ricerca ha mostrato come gli uomini con un disturbo alimentare siano reticenti a chiedere aiuto, tuttavia luoghi di cura più adeguati alla dimensione maschile potrebbero favorire il loro ingaggio nel trattamento.

 

Introduzione

I disturbi del comportamento alimentare sono patologie che coinvolgono quasi esclusivamente la popolazione femminile, mentre l’incidenza nei maschi rimane sottostimata e difficilmente accedono ai percorsi di cura. Tale disparità di genere è da rimandare a diversi fattori, tra i quali una maggior reticenza degli uomini a chiedere aiuto per una patologia ritenuta “femminile” (Hay &Philpott, 2005, Greenberg & Schoen, 2008), la mancanza di strumenti diagnostici adeguati (Carey, Saules & Carr 2017) e la forte presenza di stereotipi di genere che ha portato all’ esclusione dei maschi dalla ricerca sui disturbi alimentari e dai programmi di prevenzione (Cohn et al., 2016).

Tuttavia, seppur rimane di estrema importanza identificare strumenti adatti alla diagnosi e al trattamento dei disturbi alimentari maschili, potrebbe risultare rilevante anche la “cornice” entro la quale vengono svolti questi trattamenti, ovvero quei fattori ambientali che caratterizzano i luoghi di cura e che favorirebbero l’ingaggio dei pazienti nel trattamento.

Adattare i trattamenti

Kinnaird e collaboratori (2018) in un recente studio qualitativo hanno intervistato 10 specialisti nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare, impegnati presso un ambulatorio del Servizio Sanitario Nazionale a Londra e dove, in quel momento, erano presi in carico 491 pazienti di cui 58 erano maschi. Il fine della ricerca era quello di indagare quale fosse il punto di vista degli operatori sul fatto che gli uomini potessero avere esigenze di trattamento specifiche e in che modo tali esigenze richiedessero eventuali adattamenti dei percorsi di cura svolti presso il loro centro. Gli operatori intervistati hanno riportato come sostanzialmente non ci fossero particolari differenze nell’espressione clinica dei pazienti maschi rispetto alle femmine, se non per il fatto che a volte i maschi riportavano una maggior preoccupazione riguardante la muscolarità del proprio corpo piuttosto che la magrezza. Inoltre dalle interviste era emerso che i terapeuti non si approcciavano al trattamento degli uomini in modo diverso rispetto alle donne, ma che fondamentalmente le terapie seguivano il medesimo decorso. Quindi seppur venivano riscontrate differenze di genere su alcune questioni legate alla mascolinità, queste venivano integrate all’interno dei trattamenti standard. L’esperienza riportata dai clinici inglesi all’interno di queste interviste sembra confermare alcuni dati provenienti dalla ricerca sul trattamento dei disturbi alimentari negli uomini: infatti, seppur non validati sulla popolazione maschile, i protocolli FBT e CBT-E potrebbero essere applicati, non senza alcuni adattamenti, in modo efficace anche per i pazienti maschi (Murray et al., 2013; Dakanalis et al., 2014; Murray & Griffiths, 2015).

D’altra parte, un aspetto su cui la maggior parte degli operatori intervistati si è particolarmente concentrato riguardava l’ambiente entro il quale si svolgevano i trattamenti, ovvero quegli elementi di sfondo che caratterizzavano l’ambulatorio dove lavoravano. I terapeuti hanno sottolineato come i disturbi del comportamento alimentare e il loro trattamento fossero percepiti dai pazienti uomini come qualcosa di “anti-mascolino” e che la natura del Servizio stesso potesse rinforzare questa idea, come testimoniato da una delle terapeute:

“Credo che possa essere davvero dura per un uomo che varca questa porta ritrovarsi in una sala d’aspetto piena di donne […] Inoltre nel nostro ambulatorio non ci sono terapeuti maschi e sono sicura che tutte queste cose possano rappresentare delle difficoltà per i pazienti”.

Pertanto, per favorire l’ingaggio dei pazienti uomini nel trattamento, risulterebbe importante normalizzare l’esperienza di malattia all’interno della cornice culturale maschile e per fare ciò potrebbe risultare utile adeguare l’ambiente terapeutico. Più nello specifico gli operatori coinvolti hanno suggerito che venissero appesi alle pareti poster riguardanti i disturbi alimentari maschili, con infografiche specifiche riguardanti il corpo dell’uomo, che fossero incluse all’interno del materiale informativo foto sia di ragazzi che di ragazze e inoltre hanno espresso la necessità di assumere terapeuti maschi. Infine alcuni intervistati hanno espresso la necessità di creare gruppi terapeutici per soli uomini, in modo da favorire la discussione di temi prettamente maschili.

L’esperienza dei pazienti

Un successivo studio di Kinnaird e collaboratori (2019) ha questa volta analizzato l’esperienza di pazienti maschi in cura per un disturbo del comportamento alimentare. Sono stati intervistati 14 pazienti con l’obbiettivo di fornire pareri e opinioni riguardo il loro trattamento e se quest’ultimo necessitasse di qualche adattamento, in modo analogo allo studio precedente. I risultati delle due ricerche sono in parte sovrapponibili. Infatti anche i pazienti hanno costatato che l’approccio terapeutico non necessitasse di particolari adattamenti, se non per alcune questioni legate all’immagine corporea, come la preoccupazione riguardante la muscolatura, e in ogni caso hanno riportato un’esperienza di trattamento positiva. La maggior parte dei suggerimenti dei partecipanti, anche in questo caso, riguardava miglioramenti nell’ambiente entro il quale si svolgeva il trattamento. I soggetti hanno riportato di essersi sentiti particolarmente a disagio in quanto la presenza esclusivamente femminile, tra pazienti e staff, rafforzava l’idea di essere “strano” in quanto soggetto di genere maschile portatore di un disturbo alimentare.

Un altro aspetto particolarmente sentito che è emerso dalle interviste riguardava la specificità di genere del materiale informativo. I pazienti hanno infatti riferito che le brochure del centro erano rivolte prevalentemente alle pazienti di genere femminile, con poche informazioni riguardanti argomenti maschili, come ad esempio le diverse preoccupazioni per il corpo e le differenti esigenze nutrizionali. Inoltre i soggetti coinvolti hanno fornito opinioni diverse riguardo all’utilità di gruppi terapeutici separati per genere, esprimendo comunque la necessità di fornire questa alternativa. Infine, la maggior parte dei partecipanti allo studio ha sottolineato come il sesso dell’operatore non avesse influenzato la relazione terapeutica, tuttavia alcuni pazienti hanno considerato vantaggioso fornire la possibilità di accedere a un terapeuta maschio e che, data l’ampia presenza femminile, “sarebbe stato utile avere più uomini intorno”.

Considerazioni finali

I due studi appena illustrati rappresentano un interessante spunto di riflessione per la creazione di programmi di prevenzione e trattamento dei disturbi alimentari rivolti ai maschi. Se è vero che i pazienti che hanno un rapporto problematico con il cibo e la forma del corpo rappresentano una categoria difficile da ingaggiare nei percorsi di cura, ciò risulta ancora più evidente per i pazienti di genere maschile perché ancora stigmatizzati in quanto affetti da una patologia considerata esclusivamente “femminile” e per via della scarsa reperibilità di informazioni adeguate sui disturbi alimentari maschili (Cohn et al, 2016). Quindi, seppur rimane di grande importanza la ricerca di protocolli terapeutici e test diagnostici adattati alla sfera maschile, uno degli aspetti chiave nell’ingaggio al trattamento potrebbe essere quello di creare spazi di cura più gender-neutral e la possibilità di reperire informazioni adeguate, come suggerito da questi due studi.

Si evidenzia pertanto la necessità per i centri che trattano i disturbi alimentari di adeguare anche alla dimensione maschile gli ambienti di cura, adattare il materiale informativo e favorire una maggior presenza di uomini tra lo staff, in modo da normalizzare l’esperienza della malattia e favorire l’ingaggio nei percorsi terapeutici.

 


 

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