Primo Soccorso Psicologico: linee guida nazionali e internazionali

Si descrivono tre modelli di intervento di Primo Soccorso Psicologico adottati da operatori adeguatamente formati, per mitigare il distress in fase acuta

ID Articolo: 174496 - Pubblicato il: 11 maggio 2020
Primo Soccorso Psicologico: linee guida nazionali e internazionali
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L’importanza di fornire un’assistenza psicologica adeguata nelle situazioni di emergenza e un Primo Soccorso Psicologico è sempre più riconosciuta sia a livello nazionale che internazionale. Nel 2011 l’OMS ha predisposto alcune linee guida per indirizzare i Paesi verso un approccio efficace nella tutela dei superstiti o di chi si trova in fase di shock.

 

Messaggio pubblicitario Il presente articolo prende in considerazione tre modelli di intervento adottati dagli operatori di Primo Soccorso Psicologico. Esso costituisce il primo passo da compiere nel continuum di cure e deve essere tenuto da personale specificatamente formato, con lo scopo principale di mitigare il distress in fase acuta.

Il Primo Soccorso Psicologico (PSP), in inglese Psychological First Aid (PFA), nasce dall’esigenza di dare una risposta immediata, strutturata e coordinata in situazioni definite emergenziali e al correlato disagio socio-psicologico. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce come uno strumento applicabile sia su larga scala sia su casi singoli, durante e nelle fasi immediatamente successive ad un evento stressante e potenzialmente traumatico.

Più precisamente, il PFA fa riferimento ad una modalità di approccio compassionevole e supportiva messa in atto per mitigare sintomi di stress acuto appena insorti: naturalmente si tratta solamente del primo passo da compiere nel continuum di cure che seguiranno. Con la messa in atto di tali modalità di aiuto non ci si propone di curare patologie complesse come il PTSD o il disturbo acuto da stress, o di sostituire un percorso di cura psicologico o psicoterapeutico strutturato, ma di stabilizzare e mitigare il distress al fine di favorire una migliore elaborazione futura di quanto avvenuto. Non si tratta appunto di fare terapia, ma di supportare una persona che chiede aiuto in uno dei momenti più difficili della sua vita: l’operatore che offre assistenza deve perciò avere una formazione adeguata che gli permetta di riconoscere, comprendere e agire in funzione degli stati emotivi che gli vengono espressi.

Le prime ricerche sul primo soccorso psicologico sono state sviluppate dopo la Seconda Guerra Mondiale, per far fronte alle necessità psicologiche dei veterani. Alcuni studi successivi, come quelli in seguito all’attacco terroristico alle Torri Gemelle, evidenziano come gli interventi di primo soccorso psicologico immediatamente successivi all’evento traumatico, siano stati predittivi di minori conseguenze post traumatiche, rispetto a molte sedute di psicoterapia effettuate a posteriori in assenza di un adeguato primo intervento (Everly et al. 2014; 2017). Questo dato sottolinea l’importanza di un primo intervento ad hoc e consequenziale all’esposizione all’evento potenzialmente traumatico, per dare alla vittima le basi per poter elaborare in futuro quanto accaduto.

Nel 2011 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha messo a punto il manuale “Psychological First Aid: Guide for field workers” che costituisce sia uno strumento di lavoro sul campo che di formazione rivolto a operatori sanitari, sociali, della Protezione Civile e volontari.

In Italia, fianco di un riconoscimento legislativo, istituzionale e culturale e di un forte impegno da parte dell’Ordine Nazionale degli Psicologi e degli Ordini Regionali, gli interventi psicologici nelle grandi emergenze sono principalmente svolti da psicologi e psicoterapeuti a titolo volontario. Diversi attori del volontariato sociale hanno contribuito durante varie emergenze, come ad esempio l’associazione senza scopo di lucro SIPEM SoS (Società Italiana di Psicologia dell’emergenza Social Support Federazione).

Il programma CISM (Critical Incident Stress Management – Gestione dello Stress da Incidenti Critici) è un protocollo di intervento sviluppato specificamente per attenuare lo stress legato a eventi critici, che si articola in sette elementi chiave:

  • Istruzione/Immunizzazione prima dell’incidente
  • Smobilitazione
  • Intervento individuale durante la crisi
  • Defusing
  • Debriefing per lo stress da eventi critici (CISD)
  • Sostegno familiare
  • Reti per l’invio

Una tecnica ampiamente utilizzata nella psicologia dell’emergenza è appunto il Defusing, un intervento breve, non necessariamente gestito da un professionista della salute mentale, che prevede una conversazione tra i 20 e i 40 minuti da realizzarsi immediatamente dopo l’intervento critico, in una sorta di pronto soccorso psicologico in cui si raccolgono le emozioni a caldo e si cerca di dare una prima costruzione di significato ad eventi che spesso sono inspiegabili e fuori dal controllo. Il soccorritore deve in ogni caso aver ricevuto un’adeguata formazione per intervenire in questa fase.

Il Debriefing viene invece condotto da una squadra per i servizi di emergenza composta da professionisti qualificati della salute mentale (Psicologi o Psicoterapeuti) coadiuvato da colleghi dei membri del gruppo. Il Debriefing dovrebbe aver luogo 24-76 ore dopo l’evento critico e mai sulla scena dell’evento traumatizzante, ma in una struttura che offra una atmosfera di sicurezza.

Messaggio pubblicitario Negli Stati Uniti i protocolli più diffusi sono invece il Seven-Stage Intervention Crisis Model di Roberts ed il RAPID Model della Johns Hopkins University di Everly. Nel concettualizzare i processi relativi all’intervento sulla crisi, Roberts nel 1991 ha identificato sette passaggi o fasi determinanti che terapisti e clienti si trovano solitamente ad affrontare lungo il percorso di stabilizzazione, risoluzione e controllo della crisi stessa. Tali passaggi, elencati a seguire, sono essenziali, sequenziali e, a volte, sovrapponibili nel processo di intervento sulla crisi.

  • Pianificare e condurre un’accurata valutazione biopsicosociale e del rischio
  • Stabilire rapidamente un contatto psicologico ed una relazione collaborativa
  • Identificare i problemi principali ed i fattori precipitanti
  • Incoraggiare un’esplorazione di sentimenti ed emozioni
  • Generare ed esplorare nuove alternative e strategie di coping
  • Ripristinare il funzionamento mediante l’attuazione di un piano di azione
  • Pianificare sessioni di follow-up

Il modello della Johns Hopskins University si articola invece in cinque passaggi, le cui iniziali compongono l’acronimo RAPID: Reflective listening, Assessment of need, Prioritization, Intervention, Disposition. Il modello RAPID fornisce importanti indicazioni di cui possono servirsi gli operatori che intervengono nelle situazioni di crisi. Esso è risultato efficace nel promuovere la resilienza personale e della comunità in seguito ad avvenimenti catastrofici, e si basa su un tipo di ascolto empatico e non giudicante unitamente all’utilizzo di diverse strategie di intervento. L’approccio si concentra anche su aspetti come il triage, ovvero lo stabilire una gerarchia dei più bisognosi in modo da assicurare loro la precedenza nella fruizione del servizio, e la compassion fatigue cioè la sofferenza che spesso sperimentano a propria volta gli operatori di primo soccorso, a causa del contatto ravvicinato e continuo con il dolore altrui.

Conclusione

Per quanto differenti per denominazione e procedure, tutti i modelli esaminati hanno lo scopo di tutelare i vissuti psicologici nei primi interventi rivolti a persone sopravvissute a catastrofi naturali, attacchi terroristici o altre situazioni definite emergenziali, come un lutto improvviso un incidente stradale. Le linee guida internazionali sono chiare nel determinare la necessità di un’adeguata formazione da parte degli operatori che intervengono nelle situazioni di emergenza, in modo da garantire un servizio in grado di supportare efficacemente coloro che si trovano coinvolti in una situazione di stress acuto. Empatia, riconoscimento del livello di rischio, esame dei bisogni e collegamento di reti sociali sono alcuni dei punti chiave che si riscontrano in ogni approccio, assieme alla consapevolezza che un primo soccorso psicologico non sostituisce il percorso di cura che verrà eventualmente intrapreso. Mitigare lo shock provocato dall’esposizione ad un evento potenzialmente traumatico di cui si è appena fatta esperienza, e stabilire un primo contatto con i servizi assistenziali, risultano fattori determinanti nel favorire una ripresa emotiva adattiva e il ripristino di un buon funzionamento personologico.

Per un approfondimento sul modello RAPID è possibile seguire un corso online gratuitamente su www.coursera.com, dove oltre alla spiegazione teorica ed esempi pratici vengono fornite strategie per gli operatori su come proteggersi dalla compassion fatigue e dal burnout, che possono insorgere a causa del carico emotivo e cognitivo dato dall’assistenza a persone in stato di sofferenza acuta.

 

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Bibliografia

  • Everly G. S.; Lating, J. M. (2017). The Johns Hopkins guide to psychological first aid. Johns Hopkins University Press.
  • Roberts A. R. (1991). Conceptualizing crisis theory and the crisis intervention model. In A. R. Roberts (Ed.), Contemporary perspectives on crisis intervention and prevention (pp. 3–17). Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.
  • Everly G.S., Lee McCebe O., Semon N.L. et al. (2014). The Development of a model of psychological first aid for non-mental health trained public health personnel: the Johns Hopkins RAPID-PFA. Journal of Public Health. Vol.20, pp. 24-29.
  • World Health Organization (2011). Psychological first aid: Guide for field workers. Disponibile qui.
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