EFT-NOVEMBRE-2022

Virus e viralità

Mai come con la diffusione del covid-19 c'è una tale coincidenza tra virologia e viralità, dove la disinformazione ha fatto crescere l’onda della paura

ID Articolo: 173677 - Pubblicato il: 14 aprile 2020
Virus e viralità
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Dopo poche settimane dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19 in Cina, il focolaio della cattiva informazione – e della disinformazione – stava già cominciando a diffondersi tra di noi, molto prima che il vero virus varcasse le soglie del nostro paese.

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA Man mano che immagini e notizie sempre più inquietanti riempivano le testate giornalistiche, parallelamente voci fuorvianti su ipotetiche teorie cospirative sull’origine del virus iniziavano a serpeggiare tra di noi, dando il via all’escalation di notizie false che ancora oggi circolano indiscriminatamente sul Web. È così, su questi canali veloci e tumultuosi di disinformazione, che l’epidemia del panico è riuscita a viaggiare più velocemente del coronavirus. Si è trattata di una vera e propria infodemia che ha travolto le nostre sicurezze e ha innescato come una bomba le nostre peggiori paure, disegnando scene di abbrutimento sociale a cui tutti noi purtroppo abbiamo dovuto assistere. Dai tentativi di pestaggio nei confronti dei residenti orientali, fino all’assalto selvaggio e incontrollato dei supermercati.

Mai come questa volta, abbiamo assistito a una coincidenza così netta tra virologia e viralità, dove la disinformazione è riuscita a far crescere l’onda della paura, cavalcandone la spinta e inondando le pagine dei social network.

Negli ultimi anni l’uso di internet nel settore sanitario sta diventando una delle principali tendenze mondiali. Milioni di cittadini cercano continuamente e ossessivamente informazioni online sulla salute e condividono sui loro profili pubblici contenuti a scopo divulgativo.

Per ogni vero esperto che cerca di condividere corrette informazioni scientifiche e ogni leader che cerca di trasmettere dati obbiettivi, ci sono migliaia di utenti che creano e fanno circolare notizie false e scandalistiche, al solo scopo di ottenere il maggior numero possibile di click ai propri post. Di solito sono gli stessi algoritmi che strutturano i social network a promuovere le notizie che creano più coinvolgimento, attirando maggior interesse verso i contenuti scioccanti e sensazionalistici e alimentandone così la diffusione. Il termine che meglio descrive questo tipo di fenomeno sociale è l’inglese “rumours”, che può essere tradotto in italiano in diversi modi: dicerie, chiacchiere, pettegolezzi, indiscrezioni. Le “leggende metropolitane”, come tendiamo a chiamarle, hanno da sempre accompagnato ogni tipo di evento storico che avesse una certa rilevanza. Già nella mitologia romana era presente la Dea Fama, una divinità annunziatrice e messaggera di Giove. Fama era immaginata come una donna sempre in moto, gridava continuamente dappertutto notizie buone e cattive, era figurata giovane e irruente con ali cosparse di occhi, di bocche e di lingue, e in atto di suonare una tromba oppure due, una per la verità, l’altra per la menzogna (Crescimbene, La Longa, Lanza., 2012).

La letteratura accademica in questo senso ha approfondito notevolmente i meccanismi di esordio e propagazione del fenomeno dei rumours. A tal proposito Allport e Postman (1947) definirono i rumours come proposizioni di fede su argomenti specifici (o attuali) che passano da persona a persona, di solito con il passaparola, senza alcuna prova della loro verità. Sebbene le voci siano di solito comunicate da persona a persona tramite il passaparola, anche i media al giorno d’oggi hanno un ruolo chiave nella loro diffusione.

Più specificatamente il fenomeno delle voci infondate è stato osservato anche durante lo scoppio di precedenti epidemie. Ad esempio durante l’epidemia di Ebola che colpì l’Africa occidentale nel 2014, un articolo del British journal of Medical rilevò che la maggior parte dei messaggi che riguardavano l’epidemia conteneva notizie false e che queste erano quelle che destavano maggiore attenzione e che venivano condivise maggiormente sui social network (Oyeyemi, Gabarron, Wynn., 2014). I social network in questo caso contribuirono a diffondere voci su trattamenti falsi, diventando poi notizie generali.

Un altro studio ha analizzato il diffondersi di voci infondate durante l’epidemia di SARS del 2003 che colpì alcune regioni della Cina. La maggior parte di queste dicerie, perlopiù di natura mistica o soprannaturale avevano iniziato diffondendosi con il passaparola, per poi raggiungere una certa popolarità attraverso i canali di comunicazione digitali. Spesso il contenuto di queste notizie false riguardava la possibile eziologia soprannaturale della malattia o rimedi terapeutici di tipo magico -religioso che in alcune aree rurali avevano trovato ampio spazio di diffusione e proliferazione (Zixue, Tao., 2011).

Un fenomeno diverso, ma per certi versi simile, si era già notato anche durante la tristemente famosa epidemia di influenza spagnola del 1918. I giornali americani dell’epoca ebbero il ruolo fondamentale di cassa di risonanza delle paure individuali, amplificando con titoli sensazionalistici il panico che si diffondeva tra la popolazione. (Hume., 2000)

Messaggio pubblicitario Se nei primi anni del ‘900 le disperate e recondite paure individuali trovavano spazio solo sui titoli dei quotidiani, adesso le notizie, false o vere che siano, viaggiano alla velocità stessa della mente che le pensa. Passano pochi minuti infatti, da quando una voce infondata inizia a circolare, a quando gli schermi dei nostri cellulari illuminano i nostri volti, lasciando a noi la scelta di continuare ad alimentare il meccanismo vorticoso del clamore inutile.

Tutti noi dovremmo capire che contribuire alla disinformazione in momenti così delicati come quello che siamo vivendo, non equivale a fare innocui pettegolezzi. Le intuizioni miracolose che propinano false cure, la propaganda incosciente tesa alla sottostima della gravità dell’epidemia o le superficiali campagne della notorietà, proprio non sono semplici pettegolezzi. L’infodemia può essere pericolosa tanto quando la pandemia.

Condividendo una notizia insensata, ci assumiamo la responsabilità di essere l’anello di una catena di ignoranza, che alla lunga finisce per stringere le nostre esistenze in una morsa di confusione e panico. Pertanto se riteniamo necessario condividere un’informazione, è importante assicurarsi che l’origine sia attendibile e accettarsi che la persona o l’organo da cui dovrebbe provenire abbiano rilasciato una dichiarazione ufficiale.

In un momento in cui non abbiamo grandi strumenti per combattere il Covid -19 se non quello di stare in casa, dobbiamo utilizzare il megafono dei social media per migliorare l’aderenza della popolazione alle procedure di quarantena, ridurre le paure infondate, chiarire le incertezze e rafforzare la fiducia nei confronti della nostra sanità pubblica che sta combattendo una battaglia senza precedenti.

C’è un contagio virale da fermare e purtroppo non è solo quello che si trasmette per via aerea. Per evitare che l’infezione di stupidità mandi in poltiglia le nostre menti, basta poco. Un istante di logicità e razionalità. Semplice… come un click.

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Bibliografia

  • M. Crescimbene, F. La Longa, T. Lanza (2012). The science of rumours. Annals of geophysics, 55, 3; doi: 10.4401/ag-5538.
  • L. Fernández-Luque., T. Bau (2015). Health and Social Media: Perfect Storm of Information. Healthc Inform Res. April;21(2):67-73.
  • J. Hume (2000). The “Forgotten” 1918 Influenza Epidemic and Press Portrayal of Public Anxiety. Journalism & Mass Communication Quarterly; 77(4):898-915 · December.
  • S.O. Oyeyemi, E. Gabarron, R. Wynn (2014) Ebola, Twitter, and misinformation: a dangerous combination?. British Journal of Medicine; 349:g6178.
  • T. Zixue, S. Tao (2011). The rumouring of SARS during the 2003 epidemic in China. Sociology of Health & Illness; Vol. 33 No. 5. ISSN 0141–9889, pp. 677–693.
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