Il mio profilo migliore (2019) la bellezza che sfiorisce, il timore della solitudine e il ricorso a un alter ego social – Recensione del film

'Il mio profilo migliore' è un film sulla bellezza che sfiorisce, sul timore della solitudine. I social saranno il rimedio per non sentire la sofferenza

ID Articolo: 169257 - Pubblicato il: 16 ottobre 2019
Il mio profilo migliore (2019) la bellezza che sfiorisce, il timore della solitudine e il ricorso a un alter ego social – Recensione del film
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Il film Il mio profilo migliore, nell’originale francese Celle que vous croyez basato sul romanzo omonimo di Camille Laurens, indaga le dinamiche attraverso le quali i social network offrono alla protagonista Claire la possibilità di mettere in scena il suo alter ego ideale.

 

Messaggio pubblicitario C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno.” scriveva Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila. Al di giorno d’oggi possiamo sicuramente aggiungere che c’è una maschera per i social network, che sono parte integrante dell’immagine pubblica con cui ci presentiamo al mondo.

Il film Il mio profilo migliore, nell’originale francese Celle que vous croyez basato sul romanzo omonimo di Camille Laurens, indaga le dinamiche attraverso le quali i social network offrono alla protagonista Claire la possibilità di mettere in scena il suo alter ego ideale.

Claire, cui presta il volto un’intensa Juliette Binoche, non si limita a mostrare l’immagine social di sé stessa; su Facebook Claire, docente universitaria di letteratura, affermata sul lavoro ma in crisi nella vita privata, crea un profilo fittizio e diventa Clara, giovane stagista nel mondo della moda.

Come mai Claire diventa Clara nel mondo virtuale?

Il mio profilo migliore è stato presentato al Festival del cinema di Berlino ed esce nelle sale italiane il 17 ottobre; ho avuto l’opportunità di vederlo in anteprima e sono qui a raccontarvi i numerosi spunti di riflessione che la storia offre, parlandovi dal duplice punto di vista di appassionata di cinema e di psicoterapeuta. Come mai Claire diventa Clara nel mondo virtuale? Questa è la domanda a cui il film risponde attraverso un lungo flashback, il racconto di Claire alla psicoterapeuta che la segue, la dottoressa Catherine Bormans.

L’inizio de Il mio profilo migliore coincide con l’avvio del percorso terapeutico: la dottoressa Bormans sostituisce il terapeuta di Claire, che ha avuto improvvisi e gravi problemi di salute. Tra le due donne, paziente e terapeuta, si crea, fin dalle prime battute, un confronto/scontro serrato, basato sulla specularità.

Tanto Claire è istintiva e passionale, tanto la dottoressa Bormans delimita il proprio ruolo professionale, contenendo l’esuberanza della sua nuova paziente, la quale mette subito alla prova i confini del setting proponendo, prima ancora di aver iniziato la seduta, spostamenti di orario che il precedente terapeuta le concedeva. Claire mostra di essersi ben documentata, facendo ricerche su Google, sulla nuova terapeuta e sui suoi trascorsi professionali e conclude affermando che era sicura che la dottoressa (che sembra essere più o meno sua coetanea) fosse “più giovane”.

L’ARTICOLO PROSEGUE DOPO IL TRAILER DEL FILM

IL MIO PROFILO MIGLIORE – GUARDA IL TRAILER DEL FILM:

Il tema della giovinezza perduta, della bellezza che sfiorisce e del timore della solitudine è, in effetti, centrale nel racconto. Claire, una bella donna sulla cinquantina, mal sopporta lo scorrere inesorabile del tempo. Intuiamo che il suo ex marito Gilles, padre dei suoi due figli, l’ha lasciata per un’altra donna e che questo ha creato in lei una profonda crisi che nemmeno il lavoro, contesto che le offre un’identità forte e apprezzata, e il ruolo di madre di due ragazzi riescono a mitigare. La solitudine dell’aula universitaria, Claire che parla ad una platea di studenti delle eroine della letteratura francese, fa da contraltare alla solitudine della sua casa, quando i figli sono con l’ex marito e la nuova compagna.

Claire intreccia, a sua volta, una liason con Ludo, un amante più giovane che vuole una relazione di natura esclusivamente sessuale; non desidera far parte della sua vita, tantomeno conoscere i suoi figli per i quali, ci tiene a sottolineare “potrebbe essere un fratello”, data l’età.

Messaggio pubblicitario Il dolore del nuovo rifiuto induce Claire a rifugiarsi nel mondo virtuale di Facebook in cui può essere Clara, che ha la metà dei suoi anni. Nei panni di Clara torna a sentirsi desiderabile e inizia un gioco di seduzione che ha per oggetto l’ignaro Alex, amico del suo amante Ludo. All’inizio Claire contatta Alex solo per avere modo di arrivare a Ludo, ma poi il gioco prende una piega totalmente indipendente. Lusingata dalla curiosità di Alex, inizia uno scambio virtuale che gratifica i desideri più profondi e inconfessati di entrambi e da cui entrambi diventano dipendenti; una “relazione” in cui a incontrarsi non sono mai le persone reali, con le proprie imperfezioni, e in cui il rischio di essere delusi e feriti sembra ridotto al minimo. Ma i giochi, si sa, per quanto coinvolgenti, non possono durare all’infinito.

Il mio profilo migliore ci mette faccia a faccia con la paura che si fa strada in ognuno di noi quando siamo costretti a fare i conti con la nostra vulnerabilità, quando l’immagine ideale che vorremmo vendere agli altri scricchiola sotto il peso della realtà.

Claire, più ancora che di invecchiare, ha paura della solitudine e dell’abbandono; lo dice alla dottoressa Bormans, protestando con forza il proprio diritto alla felicità, per quanto si tratti di una felicità artificiale che passa attraverso la finzione. È alla ricerca di comprensione e di conforto, ma, prigioniera dell’immagine che lei stessa ha costruito per difendersi dalle offese del mondo, non riesce a confidare neanche alla sua terapeuta il nucleo più profondo della sua sofferenza, che ha posto le premesse del suo sdoppiamento di identità tra reale e virtuale.

Nonostante quello che a me personalmente è apparso qualche colpo di scena di troppo, che appesantisce il racconto, ho apprezzato molto il film per il modo in cui rappresenta i conflitti legati all’essere donna e alla paura di invecchiare, declinadoli sia nel contesto del mondo virtuale e che in quello della relazione terapeutica.

Con il procedere degli eventi la psicoterapeuta si lascia sempre più coinvolgere dalla sua paziente, la cui vicenda, si intuisce, la tocca profondamente, mettendola in contatto con emozioni, desideri e paure da cui nessun essere umano può essere immune; la terapeuta si trova costantemente in bilico tra empatia e distacco professionale, sedotta dalla disperata voglia di vita e di passione che anima Claire, in un gioco di specchi in cui i confini della relazione terapeutica sembrano allentarsi notevolmente.

La dottoressa Bormans è il secondo alterego di Claire, che si affianca al doppio virtuale incarnato dalla giovane Clara. Se Clara esprime la bellezza e la giovinezza di cui la protagonista si sente ingiustamente privata, la psicoterapeuta dà voce, con il suo fare pacato e professionale e con la razionalità dei suoi interventi che sottolineano l’incongruenza tra realtà e fantasia, all’accettazione del tempo che passa e della vulnerabilità, venendo a patti con l’abbandono subìto e con la necessità di elaborare il lutto della perdita dell’immagine idealizzata di sé.

Claire, a sua volta, rappresenta il doppio impetuoso e passionale che mette la dottoressa Bormans faccia a faccia con emozioni travolgenti e comportamenti istintivi al punto da risultare distruttivi per sé stessi e per gli altri altri, un vaso di Pandora dei sentimenti che, nel profondo, appartiene anche alla terapeuta e al confronto col quale non può sottrarsi.

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