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Il Dono e i Legami Familiari

All’interno della famiglia, il dono si esplica nella relazione tra coniugi in cui dà senza tener in conto il restituire, anche in modo asimmetrico

ID Articolo: 163568 - Pubblicato il: 25 marzo 2019
Il Dono e i Legami Familiari
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Godbout, in Lo Spirito del dono (1993), individua nella famiglia uno dei tre assi in cui si esplica il dono come legame. Egli, nelle sue riflessioni sul contraccambiare, individua nel sistema familiare l’unica istituzione in cui non vi è un obbligo di restituzione e che è, nel contempo, palestra per lo sviluppo delle rete amicali e sociali.

 

La famiglia

è solo la punta dell’iceberg di quella rete complicata di obblighi che ci assegniamo verso i nostri amici, i nostri vicini, i nostri parenti e il cui cuore si situa sempre, probabilmente ancora per molto tempo, nelle reti familiari e di parentela.

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Il dono e il donare all’interno della famiglia

All’interno della famiglia, il dono si esplica nella relazione tra coniugi in cui dà senza tener in conto il restituire:

In un rapporto di scambio tra coniugi ad ognuno può capitare di ricevere più di quanto non dia, in cui ciascuno si senta in debito verso l’ altro, piuttosto che considerare che l’altro sia in debito verso di lui.

Spesso i conti si fanno alla fine di un rapporto nel momento in cui si ragiona su uno scambio tra equivalenti – Gli ho dato tanto – piuttosto che considerare l’asimmetria che deve essere presente in un rapporto stabile di coppia. Il legame sociale può essere alimentato solo da una relazione di dono di tipo asimmetrico. Godbout, infatti, sostiene che possiamo definire

dono ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone.

Il dare, quindi, all’interno della coppia può essere giustificato da “un’economia della gratitudine”. In quest’ambito, il dono mette al centro la donna come custode del focolare domestico poiché il suo lavoro non prevede nessun tipo di scambio di tipo salariale. Ci troviamo di fronte, ancora una volta, al dono asimmetrico. Chiaramente Godbout con queste affermazioni si è attirato le critiche, piuttosto fondate, di tutti i circoli femminili e femministe. Però dobbiamo dire che al di là delle caratteristiche sessuali ciò che vuole affermare è che il lavoro domestico – indipendentemente svolto da maschi o femmine- non prevedendo nessun obbligo di tipo salariale, è un dono che non prevede nessuna restituzione se non quella dei sentimenti. Anche la nascita è un dono, così come impartire l’educazione:

Un’educazione riuscita consiste nell’imparare a dare, e a ricevere, senza rimetterci” e ancora “Il piacere che si prova a fare la catena viene di là. Questo modo di fare simboleggia ogni sistema di dono: dare, ricevere, ricambiare; in una parola trasmettere….

E’ nella generatività, come vedremo in seguito, il compimento dell’esplicazione antropologica del dono. Ancora Godbout afferma

Il dono al figlio è forse la forma più specifica del dono moderno e il debito contratto il più difficile da assumere. Il figlio è la sola persona cui la società moderna permette di dare senza contare. Ogni decisione di questo tipo trasmette al bambino un messaggio che definisce i valori che contano.

Dono e famiglia nell’arte

Salvatore Incorpora (1920 -2010), pittore e scultore, in due monumenti ai caduti siti nei comuni di Fiumefreddo di Sicilia e Solicchiata frazione di Castiglione di Sicilia ci da un esempio brillante della generatività. La particolarità dei due monumenti sta nei soggetti scelti dell’artista: donne incinte e non più soldati con il fucile e la baionetta in mano. Nel primo, quello sito a Fiumefreddo di Sicilia, sono rappresentati due uomini e una donna al centro con un bambino in braccio ed uno in grembo. Lo scultore commentando l’opera con il figlio dentro la fonderia afferma:

Una resistenza non vinta, ma che, alla luce della vita che nascerà, proietta oltre la soglia del male e del tempo, l’uomo (trasmettere nella visione di Godbout i valori che contano).

Nello sgomento e nel ricordo per i “caduti di tutte le guerre”, così come si intitola l’opera, emerge il donare la vita per i figli. Posso anche morire nel momento in cui ho garantito il passaggio generazionale. Emblematico è anche il raffigurare gli uomini nudi con il pene in bella vista per un autore che a mia memoria non ha mai fatto sculture e disegni di nudi. Incorpora sembra indicarci una via ovvero lo scopo e la funzione dell’uomo donare la vita ed il pene è il simbolo della virilità che permette tutto questo.

Nell’altro monumento ai caduti, quello di Solicchiata nel comune di Castiglione di Sicilia, va ancora più in là perché rappresenta, credo per la prima volta nei monumenti ai caduti, una donna con tre bambini di cui uno in braccio, uno in grembo ed un altro attaccato alla gamba con una manina affettuosamente sul grembo materno. E’ questa mano protesa al grembo materno che ci indica la via: la morte si vince ridando la vita. I figli sono il dono lasciato alle generazioni future. La mano quasi accarezzante sul grembo materno ci proietta, inoltre, nel sacro e non solo perché la vita è sacra ma perche ci riporta alla visita di Maria alla cugina Elisabetta. Quest’ultima la accoglie dicendo: “Ave Maria, piena di grazia, beata tu fra le donne e il frutto del tuo seno Gesù”. La donna incinta è beata perché da la vita. Il dare la vita è la speranza del vaso di Pandora che può sconfiggere tutti i mali.

La vita può continuare a patto che doniamo la vita nella speranza e nella fiducia di poter essere contraccambiati dalle generazioni future a loro volta impegnati a ridare la vita. Qualcuno dirà è la continuazione della specie, a mio modo di vedere c’è di più e mi piace ricordare il mana ovvero il potere magico insito nel dono come strumento e mito per definire i legami generazionali.

Guidieri (op. cit.) nel descrivere, come abbiamo visto precedentemente, il dono come una pratica che può essere raggiunta attraverso la transcedenza parla di mimes ovvero di un dono vincolante che si presenta in termini mimetici in quanto il ricevere non implica un rendere:

Ricevo e cercherò di dare allo stesso modo: il dono insegna il dono. Il vero dono, il dono come matrice del dono è antropologico in quanto atto specifico della specie: la riproduzione. Così la relazione genitore-discendente.

I tratti del valore di dono della relazione genitore- figlio è una caratteristica sempre presente nella sacralità della rappresentazione grafica.

Nel fare queste considerazioni ci rivolgiamo al critico medico-psichiatra e psiconalista Jean Starobinski che negli anni ’90 organizzò una mostra al Louvre di Parigi dal titolo “Largesse” dedicata alla rappresentazione del donare. Dal lavoro di questa mostra scaturirà un libro “A piene mani” (1994) in cui sono contenute tutte le schede critiche che accompagnano le opere messe in mostra. Al di là, comunque, del contenuto del testo, ciò che ci interessa qui (anche perché riprenderemo il lavoro di Starobinski a proposito del dono fastoso e del dono funesto) è mettere in luce che la critica serve a superare la distinzione tra arte, letteratura e scienze umane attraverso la nozione di “sguardo”, attraverso il continuo collegamento tra testo e contesto storico e l’incrociarsi degli approcci strutturale, tematico e psicoanalitico può consentire di far luce sul significato di un’opera. Allo stesso modo la rappresentazione trova significazione all’interno di un contesto storico che in qualche modo tende a rappresentare attraverso l’oggettivazione degli stati emotivi.

Interessante risulta, ad esempio, la funzione di Babbo Natale in Goudbout (op. cit.) all’interno del ciclo del dono all’interno della famiglia. Babbo Natale venendo dal polo nord ed essendo universalmente riconosciuto collega i bambini a tutto l’universo e al passato:

porta i regali dall’universo e con la sua presenza autorizza i genitori a essere anch’essi dei figli.

Cigoli, “nell’Albero della Discedenza” (2008), analizzando i legami familiari mette in risalto il valore del dono così come è rappresentato nel quadro di Jan Steen “La festa di San Nicola” conservato presso il Rijsksmuseum di Amsterdam. La festa di San Nicola si osserva in Olanda, non il 25 dicembre, ma il 6, alla vigilia del quale i bambini appendono le scarpe e le calze e, se sono stati buoni e attenti negli studi, Babbo Natale riempie con leccornie, mentre ci sarà una bacchetta in salamoia per gli indisciplinati.

La lettura di Cigoli risulta interessante poiché mette in risalto come i legami familiari e generazionali possono essere contraddistinti dal dono. Scrive Cigoli

… il centro è occupato dalla bambina bionda che stringe a sé il regalo tanto desiderato, la bambola mentre la madre la invita a fargliela vedere. A sinistra il figlio più grande frigna perché chi e cattivo non riceve doni, e suo fratello si prende gioco di lui. In realtà la nonna lo invita con il dito a seguirla; dietro la tenda c’è infatti un dono anche per lui. Infine il padre con in braccio il più piccolo dei figli invita a guardare verso l’alto, la da dove Santa Klaus viene per lasciare doni. Qui dunque il sacro assume la forma della magia del dono, un segno del bene incondizionato che deve venire dalle generazioni precedenti.

La famiglia però, come sottolinea Godbout e le ricerche psicoanalitiche, è anche la sede del “dono avvelenato” determinato dal rapporto tra le persone. In letteratura abbiamo molti esempi dei doni perversi che avvengono negli scambi familiari come doni che legano indissolubilmente il figlio alla madre o minano l’indipendenza e lo svincolo come vedremo in seguito.

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Il dono in letteratura

Anche in letteratura abbiamo esempi di dono che creano debiti positivi e negativi.

Nel Dono di Natale di M. G. Deledda, in un contesto di povertà assoluta, il papà di Lia porta in dono alla famiglia un fratellino che ha acquistato a mezzanotte precisa la notte di Natale le cui ossa non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Il papà dà una grande gioia alla famiglia portando il Divino Bambino. Al contrario, nella novella di Verga “la roba” viene descritto il dramma della mancanza del dono, dell’incapacità di donare.

L’analfabeta Mazzarò è il contadino che diventa ricchissimo a forza di lavoro e sacrifici e che per evitare di sperperare e dividere il suo patrimonio non si sposa e non ha figli. Diventato vecchio dovendosi confrontare con la morte uccide parte del suo bestiame nel tentativo di portarselo con sé nell’aldilà in quanto dopo la morte e Mazzarò ne è purtroppo cosciente, la “roba” accumulata in vita non varrà più niente. L’incapacità a donare porta all’annullamento del sé, alla mancanza di prospettive.

L’incapacità a donare non è visibile solo sui beni materiali ma anche nel non riuscire a dare all’altro ciò di cui ha bisogno e necessità. Nadia Somma e Mario De Maglie, in un articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 7 gennaio 2013, nell’analizzare la Madame Bovary di Flaubert concentrano la loro attenzione sul dramma di Berthe, la figlia nata dal matrimonio con Chalrles Bovary. Flaubert fa stare Berthe sullo sfondo, quasi in un cantuccio e Emma Bovary non prende mai in considerazioni i bisogni della figlia in quanto desiderava un figlio maschio. Emma prova un grande dolore quando le nasce una figlia femmina in quanto “una donna ha continui impedimenti. Ha un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene.” Si avverte che Berthe si sente abbandonata, la mancanza di dono materno sicuramente la espone ad insicurezza e a perdere la speranza e la fiducia.

Dalle analisi fin qui svolte possiamo intravedere come un gesto apparentemente semplice che noi ripetiamo quasi quotidianamente implica delle riflessioni che hanno attraversato varie scienze e discipline come la filosofia, la sociologia, la psicologia, l’antropologia, etc. Il donare, infatti, nelle varie culture e società ha valenze di carattere simbolico e riguarda rapporti con gli altri uomini, con Dio o con gli dei. Avendo valenza simbolica prevede dei rituali e, quindi, può essere ascritto alla sfera del sacro che non necessariamente riguarda i rapporti con entità superiori ma anche e semplicemente i rapporti e le relazioni con gli uomini e tra gli uomini. In particolare, la sacralità lo pone come aspetto culturale e, quindi, ci rimanda ai miti che sovraintendono l’agire umano.

Ecco allora che nel dono emergono una serie di keyword che, per gli scopi del presente lavoro vanno analizzati: legami, rituali, simbolo, mito ben sapendo che li possiamo dividere solo per comodità di studio poiché essi si presentano come elementi interdipendenti.

 

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Il regalare, il gesto del donare non è così banale come potrebbe a prima vista apparire: serve a stabilire legami interpersonali e sociali.

Bibliografia

  • Godbout J. (1996), Lo spirito del dono. Torino: Bollati Boringhieri
  • Godbout J. (1998), Il linguaggio del dono. Torino: Bollati Boringhieri
  • Cigoli, V. (2006), L’albero della discendenza. Clinica dei corpi familiari. Milano: Franco Angeli
  • Cigoli, V. (2012), Il viaggio iniziatico. Milano: Franco Angeli
  • Marion, J. L. (1997) , Etant donné. Essai d’une phénoménologie de la donation, Parigi P.U.F. (Trad. It. Dato che. Saggio per una fenomenologia della donazione, Sei, Torino 2001)
  • Marion, J. L. (1989), Réduction et donation. Recherches sur Husserl, Heidegger et la phénoménologie, Parigi: P.U.F. (trad. It. Riduzione e Donazione, Venezia: Marcianum Press, 2010).
  • Gudieri, R. (1999), Ulisse senza patria: etica e alibi del dono. Napoli: L’Ancora
  • Vattimo, G., Rovati, P. A. (1983), Il pensiero debole. Milano: Feltrinelli
  • Starobinski, J. (1997), Largesse. Chicago: University of Chicago Press. (trad. It. Perazzoli Tadini, A., A piene mani. Dono fastoso e dono perverso , Torino: Einaudi 1995

Note sugli autori citati nel testo:

Salvatore Incorpora

Salvatore Incorpora, nasce a Gioiosa Ionica il 1.1.1920, è un artista poliedrico che passa dalla pittura e scultura alla letteratura e alla storiografia locale. Linguaglossa, suo paese di adozione, gli ha dedicato un museo e Vittorio Sgarbi, come riporta il sito dedicato all’artista, durante una sua visita afferma “ non si venga …. a Linguaglossa solo per inseguire il fantasma di Francesco Messina” – paese natale del grande artista – “ ma anche e soprattutto per conoscere l’arte di Salvatore Incorpora, che rende Linguaglossa una piccola capitale dell’arte del Novecento”. Una delle caratteristiche delle opere di Incorpora è il suo continuo rifermento al sacro sia come rapporti con Dio che ai valori fondanti dell’uomo. Le sue opere, sebbene a mio parere questo tema non è stato ancora approfondito a dovere, sono uno scrigno contenente i valori della vita, con le sue suggestioni e sofferenze, della morte, come passaggio obbligato, e di rapporto con l’eternità. Egli nelle sue opere condensa i temi filosofici, letterali, politici, sociali del novecento rapportandoli o, meglio, incorniciandoli all’interno della sacralità. Il rapporto con il sacro lo rende veramente unico nel panorama artistico del novecento andando controcorrente e, in questo modo, superando il modernismo e il post modernismo, non tanto sul piano grafico e pittorico su cui i critici d’arte meglio di me potrebbero esprimersi, ma sul piano ideale e valoriale. I suoi personaggi sono fortemente attaccati alla terra, grandi piedi e grandi mani, ma tendono verso il cielo in quell’infinito che va al di là della linea dell’orizzonte, là dove i significati sono incarnati nella storia di Dio e dell’umanità o, forse, là dove l’incomprensibile diventa comprensibile. Egli conosce perfettamente il valore della vita: fu prigioniero del terzo reich nel campo di Wathernau così come conosce il valore della fiducia e della speranza (prigioniero nel ’42 costruisce un presepe nel Duomo di Wathernau cuocendo l’argilla nei forni tristemente conosciuti per altri utilizzi e li festeggiano insieme il Natale polacchi, prigionieri e tedeschi) indicatori della generatività e del dono come valore di legame. Santo Calì, un artista suo contemporaneo, scrive “quando, nello studio, l’argilla gli fa difetto, Incorpora si sfoga nei colori adoperando magari quella stessa spatola con cui un istante prima aveva dato l’ultimo ritocco al ventre già maturo di una delle sue donne incinte…..” (ripreso dal sito dell’artista). La donna incinta è il simbolo del dono della vita così come in un’altra scultura dal titolo Maternità (collocata presso il reparto di pediatria del policlinico di Catania). Lo Sguardo intenso con cui la madre guarda il bambino richiama alla memoria Stern che considera lo sguardo tra madre e bambino l’elemento chiave al fine di sviluppare l’attaccamento. Il dono della vita come valore di legame ci può far inserire Incorpora tra gli artisti che si sono occupati di dono.

Jean Starobinski

Nasce il 1920 a Ginevra, è uno dei maggiori rappresentanti della Nouvelle Critique nell’ambito della quale si è occupato della critica tematica che è attenta alla rete di relazioni che nell’ambito di ogni testo o opera d’arte fanno emergere i vissuti dell’autore per interpretarne i vissuti latenti. Autore di numerosi saggi riassume nell’ Occhio Vivente (1975) , frutto di una serie di lezioni di critica tenute negli Stati Uniti, la sua visione dell’immaginario letterario: “….. il contributo fondamentale che ci viene dai critici freudiani e marxisti, o dalla critica sartriana (legata tanto a Freud quanto a Marx), è che non si dà immaginazione pura, né immaginazione che non sia un comportamento, guidata da un vettore affettivo o etico, e orientata positivamente o negativamente rispetto a un dato sociale”. Distingue due tipi di immaginario: potenziato tipico dell’immaginario delirante e minimo tipico della produzione letteraria. L’immaginario, inoltre, non può essere sganciato dal contesto in cui l’artista vive ed è vissuto: “ il compito critico, destinato senza dubbio a rimanere sempre incompiuto, consiste nel percepire le opere nella loro autonomia feconda, in modo però da cogliere tutti i rapporti che esse hanno col mondo, con la storia e con l’attività inventiva di un’intera epoca”. Nello stesso testo fa un parallelismo con le concezioni di Giordano Bruno il quale considera l’immaginazione come l’insieme dei sensi interni attraverso la quale il pensiero diventa fecondo. Nell’uomo l’immaginazione ha come supporto un’anima immaginativa che è in che è in correlazione con l’anima del mondo e con gli influssi planetari.

Nadia Somma

Laureata in lettere, è counselor biosistemico nelle relazioni di aiuto all’interno del centro antiviolenza Demetra donne in aiuto di Lugo. Tiene un blog insieme a Mario De Maglie sul Fatto Quotidiano.

Mario De Maglie

Psicologo –psicoterapueta ad orientamento centrato sulla persona, dal 2009 è coordinatore ed operatore del Centro Uomini Maltrattanti di Firenze

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