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L’uso moderato dei social network: i possibili effetti positivi sul cervello

È risaputo che un uso esagerato dei social media comporta modificazioni a livello cerebrale simili a quelle riscontrabili nel cervello di chi fa abuso di sostanze. Alcuni ricercatori si sono domandati se, per lo stesso principio, un uso moderato dei social media possa permettere di potenziare aree cerebrali deficitarie

Di Erica Benedetto

Pubblicato il 29 Ott. 2018

Aggiornato il 08 Mag. 2019 10:05

Quali sono gli effetti dell’uso dei social media sul nostro cervello? Le conseguenze sono solo negative oppure l’uso dei social network potrebbe rivelarsi anche un utile strumento d’aiuto nel trattamento di alcune patologie?

 

Recenti studi di neuroimmagine evidenziano che un utilizzo moderato di Facebook sia associato ad un aumento del volume di materia grigia nelle strutture cerebrali coinvolte nel processamento di informazioni sociali (Turel, He, Brevers & Bechara, 2018).

Nell’era tecnologica, riflettere sull’effetto che i social media hanno sugli individui è diventata una necessità. Sempre più ricerche pongono al centro dell’attenzione l’uso eccessivo dei social media e le conseguenze negative che ciò ha sugli individui. Turel e i suoi colleghi della University of Southern California e della California State University di Fullerton hanno condotto una serie di studi proprio su questo tema.

Secondo i ricercatori, un uso esagerato dei social media è associato negativamente alla modificazione di alcune aree cerebrali. Gli individui che utilizzano in maniera eccessiva i social media sembra abbiano una struttura cerebrale con caratteristiche simili a quella di individui che utilizzano sostanze stupefacenti (Turel & Qahri-Saremi, 2016).

Ma se i social network avessero anche effetti positivi sul nostro cervello?

Indagare i possibili aspetti positivi di un normale uso dei social media in relazione ai cambiamenti a livello cerebrale può essere fondamentale per sviluppare interventi mirati a deficit in specifiche regioni cerebrali.

L’utilizzo dei siti di social network espone gli utenti a molte più situazioni sociali rispetto al passato. Negli ultimi decenni, le modalità di socializzazione sono enormemente cambiate: l’interazione virtuale richiede un continuo riconoscimento dei membri online di gruppi sociali, il recupero di associazioni semantiche e l’interpretazione dei loro stati e delle loro motivazioni. Tali mansioni socio-semantiche coinvolgono specifiche aree cerebrali.

A tal proposito, Turel e colleghi hanno recentemente indagato gli effetti di un uso moderato di social media sulla struttura cerebrale.

Lo studio

Lo studio iniziale comprendeva 276 utenti Facebook e ipotizzava che un uso limitato dei social media potesse apportare cambiamenti nella forma del cervello e comportare, infine, effetti positivi nella vita dell’individuo. In effetti, i risultati hanno indicato che gli utenti che trascorrono più ore sui siti di social network si trovano ad avere un numero maggiore di relazioni sociali, ad osservare sempre più facce e ad interpretare le espressioni facciali molto più spesso.

I ricercatori hanno poi utilizzato immagini di risonanza magnetica per esaminare la struttura cerebrale di 33 utenti Facebook. Ciò che è emerso è che, un uso controllato dei social media è positivamente correlato al volume della materia grigia nel giro temporale superiore e medio dell’emisfero destro e sinistro (Schneider-Hassloff et al., 2016), oltre che nel giro posteriore fusiforme sinistro (Greve et al., 2013). Questi risultati, dunque, suggeriscono che gli utenti che trascorrono del tempo su Facebook tendono ad aumentare il volume di materia grigia in suddette aree cerebrali. In altre parole, la grandezza di queste regioni cerebrali è positivamente associata al livello di utilizzo dei social media.

Conclusioni

È chiaro che va necessariamente stabilità la causalità diretta di tale associazione ma potrebbe essere possibile promuovere un utilizzo limitato dei social media per il recupero di specifiche aree cerebrali.

Se queste ipotesi fossero confermate, tali studi avrebbero implicazioni cliniche notevoli in quanto le regioni cerebrali coinvolte in tali mansioni socio-semantiche sono le stesse implicate in diverse psicopatologie. Un ridotto volume di queste aree cerebrali è, per esempio, associato alla schizofrenia, caratterizzata anche da disfunzioni nel comportamento sociale.

L’ipotesi portata avanti da Turel e colleghi è molto interessante ma, certamente, questo studio presenta dei limiti. Di fatto, non è stata riscontrata una causalità diretta tra l’utilizzo dei social media e i cambiamenti nella struttura cerebrale, pertanto non è possibile affermare che i social media comportano tali cambiamenti strutturali nel cervello.

Sarebbe però auspicabile approfondire questo tema vista l’evidente influenza che i social media esercitano su molteplici aspetti di vita degli individui.

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