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La via del ritorno a Sè: immaginazione e Fantasia nel pensiero Junghiano

La scoperta del significato simbolico della fantasia portò Jung al definitivo distacco dalla teoria dell'appagamento del desiderio di Freud, guidandolo verso una compresione delle motivazioni e delle strutture di pensiero da un punto di vista più ampio e alla costruzione di un nuovo metodo che egli chiamò ermeneutico.

ID Articolo: 153350 - Pubblicato il: 29 marzo 2018
La via del ritorno a Sè: immaginazione e Fantasia nel pensiero Junghiano
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La psiche crea giorno per giorno la realtà e, a questa attività, Jung afferma che non è possibile dare altro nome che quello di fantasia.

Laura Cordaro

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio La teoria dell’appagamento del desiderio di Freud influenzò per un lungo periodo il suo discepolo Carl Gustav Jung, il quale rimase in particolare colpito dalla scoperta di come queste formazioni “differivano senza dubbio da quelle dei soggetti normali, in quanto coinvolgevano lo stato di veglia nel suo complesso e, in certe occasioni, lo sostituivano completamente, recando a volte un grave danno alla fonction du reél” (Frey-Rohn, 1984).

“L’attività psichica cosciente della paziente si limita a creare sistematicamente appagamenti di desideri, in una certa misura come equivalente di una vita piena di lavoro e di privazioni e delle impressioni deprimenti di un ambiente familiare miserevole. L’attività psichica incoscia, invece è completamente soggetta all’influsso di complessi rimossi contrastanti, da un lato il complesso di nocumento, dall’altro i resti della correzione normale” (Jung, 1914).

L’autore fu il primo, nell’ambito della psicologia medica, a sostenere come il significato delle formazioni psicotiche fosse alla base del successo della terapia. Tali teorizzazioni furono fondamentali nella definizione di un nuovo approccio psicoterapeutico: “si trattava non di respingere le fantasie sistematiche dei dementi, considerandole assurde e bizzarre, ma piuttosto di far nascere nel paziente il sentimento che le sue fantasie avessero un senso, comune a tutti gli esseri umani” (Frey-Rohn, 1984).

L’allontanamento dalle teorie freudiane: formazioni psicotiche, pensiero arcaico e fantasia

Negli anni immediatamente seguenti iniziò il profondo distacco dalle precedenti teorie di eredità freudiana: Jung infatti osservò come la vera natura delle formazioni psicotiche andasse ricondotta non tanto a desideri personali, quanto piuttosto all’esistenza di un senso impersonale (Jung, 1908). Questo fu il primo passo verso quella che sarebbe stata la sua teoria finale, nella quale l’autore, alla ricerca di un più profondo e recondito senso della pazzia, riconoscerà che le formazioni psicotiche, analogamente a quelle normali, sono basate su un fondamento comune a tutti gli esseri umani: “anche le cose più assurde non sono altro che simboli di pensieri, che non solo sono generalmente comprensibili all’uomo, ma che abitano in tutti i cuori umani. Così nel malato di mente scopriamo non qualcosa di nuovo e sconosciuto, ma il sottofondo del nostro stesso essere, la matrice dei problemi vitali attorno ai quali noi tutti lavoriamo” (Jung, 1908).

Un altro elemento di discontinuità della teoria di Freud è rappresentato inoltre dal rifiuto da parte di Jung del termine reminescenze infantili, che fu sostituito con l’accezione di pensiero arcaico: “le basi inconsce dei sogni e delle fantasie sono soltanto in apparenza reminescenze infantili. In realtà si tratta di forme di pensiero primitive o arcaiche basate sugli istinti, che come è naturale si manifestano più nettamente nell’infanzia che in seguito” (Jung, 1912).

L’autore ritrovò motivi senza tempo ed eternamente ricorrenti nei miti, nelle fiabe, nel folclore, che attestavano l’esistenza di simboli comuni a tutta l’umanità e la presenza delle cosiddette immagini primordiali. In questo senso, nella prefazione alla seconda edizione di Trasformazioni e simboli della libido (1912) egli scrisse:

accanto alle ovvie fonti personali, la fantasia creatrice dispone anche dello spirito primitivo, dimenticato e da lungo tempo sepolto con le sue immagini peculiari palesantisi nelle mitologie di tutti i tempi e di tutti i popoli.

In particolare Jung osservò come già i bambini possiedono i rudimenti della formazione di miti, e su questa base fondò l’ipotesi della presenza nella psiche di un impulso creativo alla formazione di mitologemi, conclusione che Freud rifiutò sempre. L’autore affermava che “la coscienza umana ha sentito fin dalle sue prime fasi il bisogno di indicare in maniera palpabile, evidente, il dinamismo dell’evento psichico da essa percepito in rapporto al reale” (Jung, 1944).

Il mito è l’espressione immaginativa di questo dinamismo rappresentato da sempre nella coscienza. Conoscere la trama di un mito significa avere la visione di un dinamismo che può emergere anche oggi nella sofferenza psichica del singolo (Aite, 1983).

Verso una nuova teoria dell’immaginazione

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA La scoperta del significato simbolico della fantasia, fatta durante questo periodo di transizione, fu un risultato che anticipò gli sviluppi futuri e che portò al definitivo distacco dalla teoria dell’appagamento del desiderio sostenuta da Freud. “Il tutto mi investì come una frana, impossibile a trattenere. Solo più tardi mi resi conto dell’urgenza che si celava dietro tutto questo: era l’esplosione di tutti i contenuti psichici che non potevano trovar posto nelle strettoie opprimenti della psicologia freudiana e delle sua visione del mondo. Lungi da me il pensiero di voler diminuire in qualche modo i meriti eccezionali di Freud nel campo dell’indagine della psiche individuale, ma il quadro concettuale nel quale egli costrinse i fenomeni psichici mi appariva insopportabilmente angusto” (Jung, 1912).

Nelle formazioni archetipiche della fantasia Jung individuò anche l’aspetto storico dell’inconscio. “Se tali fenomeni oggettivi e senza tempo non erano in origine parti costitutive dell’Io, dovevano essere ricercati nel materiale dell’inconscio: ne conseguiva un rovesciamento dell’approccio ai fenomeni psichici. Invece di dedurre il significato di una fantasia da materiale già noto come era tipico nella psicologia freudiana, Jung mise a punto un metodo di inchesta sulla formazione fantastica tale da determinare il significato centrale ancora ignoto” (Aite, 1983).

Era necessario comprendere le motivazioni e le strutture di pensiero da un punto di vista più ampio e questo richiese la costruzione di un nuovo metodo che Jung chiamò ermeneutico, in modo da poter garantire un’adeguata comprensione del significato delle formazioni fantastiche.

Il libro che segnò in tal senso il distacco del giovane Jung da Freud fu Trasformazioni e simboli della libido (1912), un testo nato dallo studio delle fantasie prodotte da una giovane donna in fase pre-psicotica, ma incontrata da Jung. Nel primo capitolo del libro l’autore confrontò le due principali modalità del pensiero: “quella diretta, acquisizione preziosa della coscienza, che delimita, chiarisce e si muove secondo concetti verbali ed ha una meta coscia da raggiungere; l’altra quella indiretta, che prende corpo in immagini ed è mossa da moventi inconsci” (Aite, 1983). Questa seconda forma di pensiero è il pensiero fantastico che è presente nei nostri sogni e fantasie, come nei gioche dei bambini, e che ha prodotto i miti e le favole che la tradizione ci tramanda. L’atto dell’immaginare divenne un “pensare e comprendere per immagini”, un pensiero improvviso, un’intuizione di un sentimento che ci orienta in modo diverso e illogico e che va al di là del nostro vedere e sentire il mondo esterno.

L’immaginazione è l’attività riproduttiva o creativa dello spirito […] essa può esplicarsi in tutte le forme fondamentali dei processi psichici, nel pensare, nel sentire, nel percepire sensoriale e nell’intuire (Jung, 1948).

Una nuova forma rispetto all’atteggiamento della coscienza che si differenzia dalla fantasticheria, la quale si configura invece come quella attività combinatoria cosciente che attuiamo quando siamo frustati o abbiamo un bisogno che non riusciamo a soddisfare.

Un elemento fondamentale per comprendere la teoria dell’immaginazione di Jung è l’esperienza del vuoto, di quella mancanza di risposta, che precede e determina il formarsi dell’immaginazione. Questo momento si presenta non solo nella psicopatologia, ma anche in tutte le espressioni della creatività umana.
“Davanti a un problema irrisolto che urge, davanto a uno stato d’animo soverchiante ed inesprimibile a parole, l’attività immaginativa può offrirci lo spunto nella forma di una visione nuova, o di una intuizione, o di una concatenazione di pensieri mai fatta che aprono una prospettiva. E’ qui, nel vuoto, che può emergere la creatività, quel pensare per immagini che ritroviamo in un poeta, in un pittore, in un ricercatore, e in cui tutti ci riconsciamo dato che apre una prospettiva che è di noi tutti” (Aite, 1983).

La fantasia: cosa la caratterizza?

Ciò che caratterizza la fantasia è il fare creativo della psiche. I personaggi che essa mette in scena sono, come sostiene Jung, un “Giano Bifronte”: “indicano il passato, quello che è dietro, ma anche quello che è avanti a noi nel futuro e sono il concretizzarsi in una situazione storica precisa, in un certo individuo, in un certo momento, di uno stato psicologico che, se è legato al passato, ha anche in sè i germi del futuro” (Aite, 1983).
Questo creare che mette insieme (Synballein) passato e futuro è l’attività simbolica specifica della psiche che si esprime per metafore. Questa energia, a seconda della coscienza, può o meno incidere e trasformare l’uomo insieme alla realtà che lo circonda.

La psiche crea giorno per giorno la realtà, a questa attività non so dare altro nome che quello di fantasia (Jung, 1948).

La conclusione alla quale l’autore ci conduce è l’idea che questa attività sia indissolubilmente legata alla nostra storia personale, a chi siamo e a chi diverremo : “Si direbbe che l’uomo, il quale cerca invano la sua esistenza e da ciò trae filosofia, ritrovi solo nell’esperienza della realtà simbolica la via del ritorno a quel mondo in cui egli non si sente straniero”.

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Bibliografia

  • Aite, P. (1983). Jung e l’immaginazione: una via per la ricerca analitica. Rivista di Psicologia Analitica, 27, 76-88.
  • Frey-Rohn, L. (1984). Da Freud a Jung. Milano: Raffaello Cortina.
  • Jung, C. G. (1908). Il contenuto della psicosi. In C. G. Jung (Ed.), Opere (pp. 178). Torino: Bollati Boringhieri.
  • Jung, C. G. (1912). La Libido: Simboli e Trasformazioni. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Jung, C. G. (1914-1917). L’inconscio. Milano: Mondadori.
  • Jung, C. G. (1944). Energetica psichica. In C. G. Jung (Ed.), La dinamica dell’inconscio (pp. 9-77). Torino: Bollati Boringhieri, 1976.
  • Jung, C. G. (1948). Tipi Psicologici. Torino: Bollati Boringhieri, 1969.
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