Linguaggio: l’uso della seconda persona per far fronte alle esperienze negative

Per affrontare esperienze negative, le persone userebbero la seconda persona al posto della prima, un modo condiviso di esprimere come le cose funzionino

ID Articolo: 115247 - Pubblicato il: 04 aprile 2017
Linguaggio: l’uso della seconda persona per far fronte alle esperienze negative
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I ricercatori dell’Università del Michigan, sostengono che la seconda persona sia una modalità sottovalutata di esprimersi, che le persone utilizzano spesso per riferirsi a norme e regole.

 

Per affrontare esperienze negative o per condividere un’idea, le persone usano spesso la parola “tu” o la seconda persona al posto di “io” o della prima persona.

I ricercatori dell’Università del Michigan, sostengono che la seconda persona sia una modalità sottovalutata di esprimersi, che le persone utilizzano spesso per riferirsi a norme e regole.

I ricercatori hanno condotto nove esperimenti con 2.489 soggetti per comprendere come mai le persone siano portate ad utilizzare la seconda persona non solo per riferirsi ad altri soggetti specifici, ma anche per portare avanti dei discorsi sulle proprie esperienze.

E’ qualcosa che facciamo per trovare un modo di esprimere come le cose funzionino e per cercare dei significati nelle nostre vita – sostiene Adriana Orvell, una studentessa di dottorato nel Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan – Quando i soggetti utilizzano la parola “tu” per trarre significato dalle esperienze negative, essa permette loro di “normalizzare” queste esperienze e di riflettere su di esse da una prospettiva più distante.

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Per esempio, l’enunciato “qualche volta vinci, qualche volta perdi”, potrebbe indicare che una persona abbia fallito in una situazione, ma utilizzare la seconda persona potrebbe permetterle di comunicare che questo fatto potrebbe accadere a chiunque.

Oppure dire “quando sei arrabbiato puoi dire e fare cose di cui probabilmente ti pentirai”, potrebbe spiegare una situazione personale, ma la persona tende a trasformarla in qualcosa che molte persone farebbero – sostene Orvell.

In un esperimento, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di scrivere di un’esperienza personale: a 201 soggetti veniva chiesto di trarre significato da un evento negativo (gruppo Significato); a 198 soggetti veniva chiesto di alleviare un evento negativo (Gruppo Attenuazione); a 203 soggetti era semplicemente chiesto di scrivere di un evento neutrale (Gruppo Neutrale). I soggetti del gruppo Significato utilizzavano la seconda persona in modo generico nei loro racconti (il 46% la usava almeno una volta), molto di più rispetto al gruppo Attenuazione (il 10% la usava almeno una volta) e  al gruppo Neutrale (il 3% la usava almeno una volta). I ricercatori hanno anche scoperto che l’utilizzo della seconda persona generica, porterebbe i soggetti a valutare l’evento da una maggiore distanza.

I ricercatori sostengono che potrebbe sembrare contraddittorio che una modalità di generalizzare sia largamente utilizzata quando qualcuno riflette sulle proprie esperienze personali.

Sospettiamo che sia l’abilità di muoversi oltre le proprie prospettive a far esprimere esperienze universali e condivise che permettono agli individui di ricavare significati più ampi da eventi personali – sostiene Orvell.

 

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