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Lo sfregio e la follia: cosa induce a deturpare le opere d’arte

La psicologia e la neuroestetica forniscono un contributo per spiegare i motivi che possono indurre qualcuno a deturpare delle opere d'arte.

ID Articolo: 141654 - Pubblicato il: 02 dicembre 2016
Lo sfregio e la follia: cosa induce a deturpare le opere d’arte
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Perché tali eventi di sfregio si sono verificati proprio nel campo dell’arte e non, per esempio, nell’avido mondo della finanza? Cosa può esserci dietro? Per rispondere a queste domande e per comprendere i meccanismi che spingono alcuni individui a scatenare la loro aggressività nei confronti di alcuni capolavori artistici  possono esserci d’aiuto, oltre alla psicologia e alla psichiatria, anche le neuroscienze, in particolare la neuroestetica, neologismo coniato da Semir Zeki (1940), neuroscienziato e Professore di Neurobiologia allo University College di Londra.

Alcuni esempi di capolavori sfregiati

Sono veramente tante le opere d’arte dal valore inestimabile che, nel corso degli anni, sono state sfregiate, spesso irreparabilmente: dalla Pietà (1497-1499) di Michelangelo che, nel 1972, venne vandalizzata da tal László Tóth, il quale, eludendo la sorveglianza vaticana, riuscì a colpire con un martello la Madonna (di cui frantumò il braccio ed il gomito e di cui distrusse il naso e le palpebre) alla tela Black on Maroon (1958) di Mark Rothko che, esposta alla Tate Modern di Londra, nel 2012 fu deturpata con un pennarello nero da tal Vladimir Umanets, che sostenne di aver fatto un’operazione alla Duchamp.

E ancora: era il 1989, quando tal Thomas Lange, nella Pinacoteca dei Musei Vaticani, si avvicinò al capolavoro di Raffaello Madonna di Foligno (1511-1512), vi gettò sopra del liquido infiammabile e poi tentò di darle fuoco; era il 1991, quando tal Pietro Cannata colpì con il martello il David (1501-1504) di Michelangelo al Museo dell’Accademia a Firenze, distruggendo un dito del piede sinistro. Era il 1993, quando il medesimo Cannata scarabocchiò con un pennarello gli affreschi del Lippi nel Duomo di Prato e quando tal Maurizio Pasquino entrò nella Chiesa degli Ermitani a Padova e spruzzò dello spray rosso sull’affresco del Mantegna raffigurante il trasporto del corpo di San Cristoforo (1454-1457).

Messaggio pubblicitario Questi sono solo alcuni esempi dei tanti capolavori sfregiati: tanti altri eventi simili si sono verificati, nel tempo, per mano di individui diversi. Cosa può esserci dietro a questi gesti? Non è semplice capire i motivi che spingono una persona a sfogare la propria rabbia e la propria aggressività sulle opere d’arte: a volte si tratta di puro teppismo, altre volte, invece, si tratta di azioni di squilibrati, psicopatici o artisti falliti, che riversano la loro insoddisfazione sui capolavori altrui, come nel caso di Cannata, che era stato un ex studente di estetica ed un pittore mancato e che, nel 1999, dopo aver già compiuto altri sfregi, imbrattò a colpi di pennarello i Sentieri ondulati (1947) di Jackson Pollock: un dipinto già molto ingarbugliato di per sé che proprio non gli andava giù.

Cosa scatena questa aggressività verso le opere d’arte: il contributo della neuroestetica

Ma perché tali eventi si sono verificati proprio nel campo dell’arte e non, per esempio, nell’avido mondo della finanza? Cosa può esserci dietro? Per rispondere a queste domande e per comprendere i meccanismi che spingono alcuni individui a scatenare la loro aggressività nei confronti di alcuni capolavori artistici  possono esserci d’aiuto, oltre alla psicologia e alla psichiatria, anche le neuroscienze, in particolare la neuroestetica, neologismo coniato da Semir Zeki (1940), neuroscienziato e Professore di Neurobiologia allo University College di Londra.

Da alcuni anni, infatti, le neuroscienze hanno cominciato ad interessarsi di arte per cercare di capire quali siano le reti neurofisiologiche che consentono di cogliere come bella o come brutta una determinata opera d’arte.

Come si comporta il nostro cervello di fronte ad un capolavoro artistico? Che cosa succede nella nostra mente quando facciamo esperienza di un’opera d’arte come fruitori? La neuroestetica, disciplina nata nella seconda metà degli anni Novanta del XX secolo e derivata dalle neuroscienze, si pone l’obiettivo di esplorare le basi neuronali dell’esperienza artistica. Secondo il professor Zeki l’arte, e in particolare la pittura, è uno strumento straordinario per studiare i processi nervosi attraverso cui il cervello percepisce la realtà e per indagare scientificamente le basi neuronali dei processi cerebrali che governano il godimento di un’opera d’arte.

Il neuroscienziato si è a lungo occupato dei rapporti fra immagini artistiche e operazioni del cervello visivo: […] il cervello partecipa attivamente alla costruzione di ciò che vediamo e, facendo ciò, investe di senso i molti segnali che gli pervengono acquisendo, dunque, conoscenza del mondo (Zeki, 2007). Ogni volta che viene realizzata un’opera d’arte, l’artista vi immette segni e simboli, elementi storici e culturali dell’epoca e dei luoghi in cui è vissuto; ogni volta che un osservatore si trova di fronte ad un capolavoro artistico vi è una variabilità di reazione connessa alla sua personalità, alla sua storia e all’ambiente in cui si svolge l’esperienza estetica.

Ogni volta che formuliamo un giudizio estetico si attivano aree differenti del nostro cervello. Se nel nostro campo visivo entra un’opera che piace e per la quale formuliamo un giudizio estetico positivo, insieme alle aree cerebrali occipitali deputate alla visione, viene attivata l’area orbito-frontale mediale. Se invece il nostro giudizio estetico è negativo si attiva la corteccia motoria sinistra. Negli ultimi quindici anni la fisiologia della fruizione artistica si è arricchita di un elemento rilevante, il cosiddetto rispecchiamento, che si attua attraverso una classe di cellule nervose corticali: si tratta dei neuroni-specchio, capaci di elaborare, contemporaneamente, una rappresentazione dei propri atti ed una rappresentazione degli atti altrui.

Questo meccanismo, che viene definito simulazione incarnata, è un fenomeno per il quale chi rileva un’azione non solo la percepisce, ma anche la simula internamente.

Messaggio pubblicitario I neuroni-specchio riguardano anche le emozioni, le sensazioni, gli affetti e, come sostengono Freedberg e Gallese nel loro saggio Motion, emotion and empathy in aesthetic experience (2007), persino l’osservazione di immagini statiche di azioni stimola l’atto di simulazione nel cervello dell’osservatore. Questa affermazione è estremamente interessante e significa che ogniqualvolta ci si trova di fronte ad un’immagine statica (quindi di fronte a qualsiasi opera d’arte) si innesca il processo della simulazione incarnata e ciò produce nell’osservatore una reazione di tipo empatico ed emotivo. Cioè: anche di fronte a corpi umani raffigurati sulla tela, per esempio, il corpo del fruitore reagisce come se fosse esso stesso direttamente coinvolto nella scena raffigurata, o come se esso stesso avesse compiuto i gesti necessari a tracciare quelle figure e forme rappresentate nell’opera d’arte.

Per comprendere quali siano le implicazioni empatiche nel momento in cui ci troviamo di fronte ad una scultura dobbiamo rivolgerci al filosofo Herder, che, nel suo studio dedicato alla scultura, ci descrive l’incontro tra la statua ed il suo fruitore: la nostra anima si incarna nel corpo estraneo e si istituisce una vera e propria simpatia (o antipatia) interiore che pervade il corpo che si confronta con la scultura. Ecco perché il David di Michelangelo, per esempio, simbolo per eccellenza di bellezza ed armonia, può provocare violenti turbamenti emotivi mossi da invidia e gelosia per tanta perfezione, che possono persino sfociare in un istinto vandalico: un desiderio di danneggiare l’opera per riaffermare il proprio Io messo in pericolo da cotanta bellezza.

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Bibliografia

  • Cappelletto C. (2009). Neuroestetica. L’arte del cervello. Laterza. Roma.
  • Frredberg D., Gallese V. (2007). Motion, emotion and empathy in aesthetic experience, TRENDS in Cognitive Sciences. Vol. 11, n. 5.1, maggio 2007.
  • Lumer L., Zeki S. (2011). La bella e la bestia: arte e neuroscienze. Laterza. Bari.
  • Missana B. (2013). Verso una nuova critica d’arte. La neuroestetica e Kandinskij. Sentieri Meridiani Edizioni. Foggia.
  • Ramachandran V.S., Hirstein W. (1999). The Science of Art. A Neurological Theory of Aesthetic Experience, in Journal of Conscoiusness Studies, 6, 6-7.
  • Zeki S. (1999). La visione dall’interno. Bollati Boringhieri. Torino, 2010.
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