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La terapia cognitivo comportamentale e il suo rapporto con la Politica e l’economia – EABCT 2016

Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale: il 46eismo Congresso della Società Europea a Stoccolma 

ID Articolo: 139631 - Pubblicato il: 05 settembre 2016
La terapia cognitivo comportamentale e il suo rapporto con la Politica e l’economia – EABCT 2016
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La terza giornata del congresso EABCT – Stoccolma 2016

EABCT 2016

Anche nella terza giornata del 46esimo congresso della società europea delle terapie comportamentali e cognitive (EABCT, European Association for Behavioural and Cognitive Therapies) ha fatto capolino l’argomento ricorrente di questo congresso, il rapporto tra terapia cognitivo-comportamentale (Cognitive Behavioural Therapy, CBT), economia e politica.

Il clou della giornata è stata una tavola rotonda a cui hanno partecipato Stephen Barton (Newcastle University, UK), Astrid Beskow (Centro CBT di Gothenburg, Svezia), Edward Watkins (Exeter University, UK) e Terence Wilson (Rutgers University, USA). Il tema era il rapporto tra competenza e uso dei manuali, ma ben presto questo argomento è sfociato in quello dell’economia e della politica. L’uso dei manuali, infatti, implica l’uso di procedure standardizzate e controllate che fanno sempre più a pugni con la tendenza naturale degli psicoterapeuti a esercitare la loro arte in maniera personalizzata e quasi privata, nell’isolamento della stanza di lavoro con il paziente. Tendenza comprensibile ma sempre più inaccettabile in un mondo dove la psicoterapia è una prestazione pagata dal paziente stesso o dallo Stato, prestazione la cui efficacia va provata. L’uso dei manuali è stato uno dei primi strumenti per diffondere questa tendenza e Wilson ne ha difeso il valore contro le consuete obiezioni di meccanicità ed eliminazione della creatività.

Messaggio pubblicitario Tutto vero, ma c’è da dire che lo stesso Wilson, così come Clark il giorno prima, in fondo sono a loro volta a metà strada. Come aveva scoperto Clark nel 2004, i manuali non bastano.  Occorrono centri di addestramento che forniscano non solo controllo e supervisione dell’applicazione dei manuali, ma anche formazione continua, aggiornamento e soprattutto un senso di affiliazione e di fedeltà. Solo così si evita il rischio delle esecuzioni troppo personalizzate delle terapie. E, d’altro canto, è nel rapporto concreto con un Istituto garante che fornisce supervisione e formazione aggiornata che una terapia manualizzata sfugge al rischio della meccanizzazione incarnandosi in terapie concrete in cui i limiti dei manuali sono affrontati nel qui e ora in maniera condivisa e formalizzata e non autoreferenziale e autarchica.

La situazione paradossale della CBT standard, che a mio parere corrisponde più ai protocolli del gruppo di Oxford per i disturbi d’ansia che a quelli di Beck (senza negarne le forti somiglianze), è che essa difetta di un Istituto madre europeo che garantisca l’apprendimento fedele e al tempo stesso fornisca quel servizio di supervisione costante e formazione permanente che consentirebbe di superare le secche della meccanizzazione manualizzata. Clark e Wilson hanno citato –con la gioia degli esploratori che hanno scoperto un nuovo mondo- i motti economicisti dei coniugi Clinton: “It’s the economy, stupid!” e “Show me your money!”. Tanto realismo riformista è benvenuto, specie in tempi in cui ci si torna troppo spesso a bearsi di estremismi vari, ma non basta. Non basta avere demandato tutto al servizio sanitario pubblico britannico. La CBT come può diffondersi in maniera affidabile fuori dal Regno Unito? Le terapie post-CBT hanno proposto il modello degli Istituti privati che erogano supervisione e formazione permanente garantita da un Istituto madre. Certo, è una svolta privata, multinazionale, aziendalistica e –diciamolo- capitalista che può spaventare un professore universitario protetto e coccolato dall’ambiente accademico. La risposta però è semplice: “It’s the economy, stupid!” e “Show me your money!”

 

Le tecniche esperienziali per la CBT

Messaggio pubblicitario Ora però basta con l’economia e la politica e torniamo alla cara vecchia CBT. Nella seconda giornata si è vista la forza della Schema Therapy. Nella terza ho assistito a un altro possibile sviluppo della CBT, la cosiddetta Cognitive Bias Modification o CBM, una serie di tecniche esperienziali ad elevata tecnologia, che utilizzando strumenti informatici che permettono ai pazienti di addestrare le funzioni cognitive distorte, a iniziare dall’attenzione, in maniera più funzionale. Se ne è parlato in una tavola rotonda in cui era ancora presente Edward Watkins. Di un argomento simile, l’uso delle tecniche di imagery, ha parlato in una plenaria Emily Holmes, ricercatrice svedese-britannica molto in vista in questo congresso. Ed è un po’ anche la risposta fornita dagli italiani presenti al congresso, come Antonio Pinto, Lucio Sibilia, Tullio Scrimali e Michele Procacci, che hanno aggiunto alle tecniche di imagery anche la consueta attenzione per il paziente psicotico, le disfunzioni transdiagnostiche, le tecnologie di biofeedback e la metacognizione.
L’uso della Cognitive Bias Modification, dell’imagery con o senza tecnologia e della metacognizione è una buona risposta della CBT alle critiche che sta ricevendo da alcuni anni a questa parte ed è anche la quadratura del cerchio ai rischi di snaturamento. Queste novità, infatti, sono innestate su concettualizzazioni del caso che rimangono ortodossamente CBT. Ecco quindi scampato il rischio della perdita d’identità. Al tempo stesso, però, queste novità consentono alla CBT di inglobare quelle tecniche esperienziali sempre più in voga. È un po’ la stessa forza della Schema Therapy di cui abbiamo parlato nella seconda giornata: rinsanguare la CBT con tecniche più intense di tipo esperienziale. C’è di buono che in tal modo la CBT evita le secche della relazione, secche in cui secondo me rischia di incagliarsi Judith Beck. E c’è di buono che tutto questo consente alla CBT di aggiornarsi. Per ora va bene così. Ci vediamo nel 2017 a Istanbul

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