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La cura di sé in contesti terapeutici non convenzionali (2016) – Recensione

Il volume è utile sia per i professionisti che per i terapeuti in erba: esso parla, in un'ottica sistemica, dei nuovi metodi non convenzionali di terapia

ID Articolo: 123201 - Pubblicato il: 06 settembre 2016
La cura di sé in contesti terapeutici non convenzionali (2016) – Recensione
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Il volume affronta, in un’ottica squisitamente sistemica, i processi terapeutici che si innescano attraverso l’utilizzo di metodi e strumenti terapeutici non convenzionali e la funzione terapeutica del gruppo per lo psicoterapeuta in formazione.

 

Il volume curato da Baldascini L., Di Napoli I., Rinaldi L. e Troiano D. rappresenta una guida utile per gli operatori impegnati nella professione d’aiuto e per i terapeuti all’inizio della carriera. Esso affronta, in un’ottica squisitamente sistemica, i processi terapeutici che si innescano attraverso l’utilizzo di metodi e strumenti terapeutici non convenzionali e la funzione terapeutica del gruppo per lo psicoterapeuta in formazione.

La prima parte dello scritto, che raccoglie i contributi di Baldascini L., Cassaglia B., Salzano A., Giordano A., Esposito M., Di Nocera R., Lagnena M. A., Pecoraro N., Troiano D., Menna L. F. e Marino S., descrive le implicazioni, nell’ambito di prassi eterogenee, di uno dei principali cardini della cultura sistemico relazionale: la necessità di riconnettere in ogni fenomeno le parti al tutto, considerando quest’ultimo come diverso dalla somma delle parti stesse.

Messaggio pubblicitario Così, nell’ambito della prassi medica, viene sottolineata l’esigenza di andare oltre una visione parcellizzata dell’ ‘organo malato’ per comprendere la mente sofferente e, con essa la soggettività e la storia della persona. Un tale atteggiamento epistemologico richiede, evidentemente, un’integrazione di mente e corpo intesi come vertici di osservazione del medesimo fenomeno invece che alla stregua di entità legate da un rapporto di causalità lineare: tra mente e corpo,  detto in altri termini, citando il titolo di un testo di Luigi Solano (2013), più che dalla mente al corpo come riterrebbe una concezione ormai obsoleta della psicosomatica.

I contributi del testo partono dalla premessa secondo la quale l’origine della patologia si situerebbe in un senso di disconnessione della persona nella relazione con gli spazi intrapsichici ed interpersonali. La meditazione, l’arteterapia, la zooterapia, il rito, il processo di fiabazione divengono strumenti che hanno la potenzialità di facilitare, tramite modalità diverse, il ripristino di legami tra il sé ed il mondo esterno, inteso come sistema di relazioni (famiglia, pari, adulti) ed altresì come ecosistema.

Il processo di consapevolezza di sé e dei propri posizionamenti viene assimilato nel testo, per alcuni aspetti, alla filosofia intesa da Simona Marino come pratica di cura di sé e della vita che implicherebbe, nella formazione del futuro psicoterapeuta, il liberarsi dai pregiudizi e dai modelli precostituiti.

L’articolo di Simona Marino introduce alla seconda parte del volume che raccoglie i contributi di Pannone F., Mastrangelo M. S., Campobasso M.,  Cortese R., Montella F., e che risulta particolarmente interessante per l’essersi concentrata sul dispositivo del gruppo di formazione dei futuri psicoterapeuti e sui processi trasformativi che esso comporta per gli allievi.

Gli articoli e le riflessioni discusse dagli autori in questa seconda parte del volume sono il frutto della pluriennale esperienza di formazione sistemica realizzata dall’Istituto di Psicoterapia Relazionale (IPR) di Napoli diretto da Luigi Baldascini e fanno riferimento anche alle acquisizioni tratte dalla ricerca realizzata presso l’ IPR relativa alle motivazioni degli allievi sottostanti la scelta di diventare psicologo e poi psicoterapeuta. La pluralità delle voci degli autori ritorna su un altro pilastro della teoria sistemica: il coinvolgimento dell’osservatore nella realtà osservata che implica un’attenzione alla soggettività degli operatori impegnati nelle professioni d’aiuto.

Messaggio pubblicitario I guaritori da guarire, così definisce con un emblematico paradosso Maria Campobasso gli allievi del training in psicoterapia sistemico relazionale, ponendo enfasi sul percorso emotivo che conduce l’allievo ad un’evoluzione della sua domanda formativa, inizialmente per buona parte inconscia ed incentrata sulla richiesta di strumenti e tecniche per curare sé o la propria famiglia, ad un riconoscimento, e ad un graduale superamento, del vissuto di onnipotenza che sorregge un tale bisogno a favore della costruzione di una domanda formativa più consapevole.

L’utilizzo di tecniche quali la scultura nell’ambito del processo formativo e di supervisione è concepita come ottima occasione per l’allievo in formazione di poter riapprendere la propria esperienza personale attraverso uno sguardo distanziato che consenta di leggere e di rimettere in discussione i propri posizionamenti nel sistema di relazioni familiare, con evidenti risvolti anche sul piano dell’operatività clinica. Ciò è reso possibile proprio per mezzo e grazie al gruppo che, attraversando diverse fasi evolutive, diviene un contenitore relazionale e mentale in cui si possono realizzare trasformazioni emotive e cognitive.

Il training e la supervisione dei futuri psicoterapeuti, impostati secondo un’ottica sistemico relazionale, vengono presentati nel testo come principalmente finalizzati al raggiungimento, da parte degli allievi stessi, della capacità di costruire una relazione trasformativa con il paziente, come la definisce Luigi Baldascini. Un tale obiettivo può esser raggiunto, secondo gli autori, a patto che ci si discosti dall’inconscia tendenza a reagire in maniera reattiva a quanto il paziente porta in terapia sulla base di una dimensione di dipendenza emozionale dalla familiarità dei vissuti e delle esperienze proprie del terapeuta stesso. Seguendo questa linea, il cambiamento per il paziente e per il futuro psicoterapeuta viene definito in modo originale nell’articolo di Felice Pannone non già come un essere sé stessi bensì come uno scardinare l’abitudine ad essere sé stessi, che sembrerebbe porsi come un invito alla creatività intesa come possibilità di esplorazione e di costruzione di nuovi modi di sentire, pensare ed agire e come strumento per costruire la salute, sia del terapeuta che dei pazienti con i quali egli si confronta.

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Bibliografia

  • Baldascini L., Di Napoli I., Rinaldi L. e Troiano D. (2016). La cura di sé in contesti terapeutici non convenzionali. Franco Angeli Editore.
  • Bion W. R. (1971). Esperienze nei gruppi. Roma: Armando Editore.
  • Shein E. H. (2001). La consulenza di processo. Milano: Raffaello Cortina Editore
  • Solano, L. (2013). Tra mente e corpo. Come si costruisce la salute. Milano: Raffaello Cortina Editore
  • Telfener U. (2011). Apprendere i contesti. Milano: Raffaello Cortina Editore
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