Alimentazione e psiche – Report dal workshop di Roma, 6 Febbraio 2016

Obiettivo dell' evento formativo, tenutosi a Roma il 6 febbraio, è stato promuovere la salute fisica e psichica attraverso un sano rapporto con il cibo.

ID Articolo: 118222 - Pubblicato il: 16 febbraio 2016
Alimentazione e psiche – Report dal workshop di Roma, 6 Febbraio 2016
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Qual è il rapporto tra alimentazione e psiche? Come possono i professionisti della salute integrare le proprie professionalità per meglio assolvere alle esigenze del paziente?

Di questo ed altro si è parlato nel corso di un evento formativo, organizzato a Roma il 6 febbraio scorso da U.P.A.I.Nu.C. in collaborazione con Formotion Academy, destinato a tutte quelle professionalità (medici, biologi nustrizionisti, dietisti, psicologi, psicoterapeuti) che si pongono l’obiettivo di promuovere il benessere e la salute attraverso la consapevolezza delle proprie abitudini alimentari e la strutturazione di un rapporto sano con il cibo, tenendo presente, oltre alle variabili biologiche, le variabili sociali ed emotive dell’alimentazione.

Messaggio pubblicitario I lavori si aprono con l’intervento del dottor Mascitelli, medico psichiatra, il quale mette a fuoco la complessa interazione che intercorre tra cibo e psiche: se esiste un solo modo di nutrirsi, esistono infiniti modi di alimentarsi, in relazione alle influenze culturali cui siamo sottoposti. Il cibo è dotato di profondi significati emotivi e relazionali, perché rappresenta, sin da quando nasciamo, un elemento che media la nostra relazione con il mondo, implicato nella nostra sopravvivenza.

Su questo premesse si innesta la relazione tenuta dalla dottoressa Demarinis che mette a fuoco l’importanza dell’alimentarsi con consapevolezza; la consapevolezza, che si verifica quando ‘la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto della persona‘, ci rende ragione dei comportamenti che mettiamo in atto.

In questo senso, diviene importante essere consapevoli dei motivi che ci inducono ad alimentarsi in un modo piuttosto che in un altro. Possiamo individuare alcuni fattori che influenzano i nostri stili alimentari:

  • Mangiare cibi industriali ricchi di grassi e di zucchero, ma poveri di nutrienti (vitamine, antiossidanti ed oligoelementi); questi cibi, piacevoli al palato e molto diffusi, inducono uno stato di malnutrizione di fatto, perché fanno ingrassare senza, però, attenuare la percezione di fame;
  • Mangiare per abitudine, senza aver realmente fame, solo perché è l’ora del pranzo o della cena;
  • Mangiare per costrizione (spesso si verifica con i bambini che vengono spinti a mangiare dai genitori) o dare il cibo come premio;
  • Mangiare per accontentare gli altri (seguendo il principio cibo=amore) o quando siamo in compagnia, per socializzare;
  • Mangiare da soli davanti la televisione, cosa che spesso porta a mangiare di più del necessario, perché interferisce con la percezione del senso di sazietà;
  • Mangiare per compensare carenze affettive o per attenuare uno stato di malessere, usando il cibo come un farmaco.

In linea di massima, le nostre scelte in fatto di alimentazione non nascono dalla consapevolezza, bensì sono frutto di condizionamenti culturali e di meccanismi psichici automatizzati. Per questa ragione diventa importante mangiare con consapevolezza, scegliendo un’alimentazione che sia veramente nostra; ciò non significa adottare dei criteri alimentari troppo rigidi e restrittivi, quanto piuttosto ridare significato all’atto di scegliere cosa mangiare (che spesso vissuto con stress e frustrazione), dedicando del tempo a noi stessi e alla nostra salute.

Messaggio pubblicitario Nell’intervento successivo, che conclude la mattinata, il dottor Lupardini, medico psichiatra, si focalizza sui meccanismi neuroendocrini che regolano l’assunzione di cibo; diventa importante che il professionista aiuti la persona a comprendere che, in campo alimentare, è possibile accedere ad una vasta gamma di scelte, ognuna contraddistinta da un determinato impatto sul corpo.

I lavori riprendono nel pomeriggio con la relazione della dottoressa Demarinis che analizza le dipendenze alimentari.

La dipendenza, di qualunque tipo, segue un processo ciclico articolato in quattro fasi:

  • Fase di craving, la fase attivante, ossia il bisogno compulsivo di assumere la sostanza;
  • Fase di assunzione, con i suoi effetti gratificanti;
  • Fase di ansia anticipatoria, connessa con la fine dell’effetto gratificante e la preoccupazione per l’inizio della fase successiva, di astinenza;
  • Fase di astinenza, con sintomi di malessere associati ad aspetti emotivi di tipo depressivo e ad irritabilità.

Di frequente, le dipendenze di vario tipo, incluse quelle di natura alimentare, si sviluppano come tentativi di autoterapia per fare fronte ad eventi stressanti e, in questo quadro, i comportamenti dipendenti implicano la tendenza a dipendere da azioni o situazioni esterne per regolare gli stati soggettivi interni.

A seguire, l’intervento del dottor Mascitelli finalizzato ad inquadrare i disturbi del comportamento alimentare; viene effettuato un confronto tra i criteri diagnostici del DSM IV e quelli presenti del DSM V, nel quale sono stati introdotti anche disturbi quali l’ortoressia (l’ossessione per l’alimentazione sana e i cibi biologicamente puri) e la vigoressia (l’ossessione per avere un corpo muscoloso che nasce dal timore di apparire troppo deboli).

In generale, la persona affetta da un disturbo del comportamento alimentare è contraddistinta da minore consapevolezza delle proprie emozioni ed usa il cibo come regolatore emozionale nell’ambito di strategie di regolazione delle emozioni disfunzionali.

Nella relazione conclusiva la dottoressa Demarinis si sofferma sul colloquio motivazionale inteso come strumento di intervento che aiuta il professionista ad stimolare, nel paziente, la motivazione al cambiamento e a rafforzare, di conseguenza, l’impegno a cambiare i comportamenti dannosi, facendo leva sulla consapevolezza e lavorando sugli elementi di resistenza che ostacolano la messa in atto di comportamenti più funzionali.

Il workshop si chiude con un roleplaying nel quale due partecipanti presentano un caso che hanno avuto modo di trattare nella loro pratica professionale e che rappresenta lo spunto per un confronto collettivo sulle tematiche affrontate.

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